scritto per noi da
Francesca Rolandi
Il 20 ottobre 2009 è stato aperto a Belgrado il Museo della cultura rom, prima istituzione di questo genere ad essere avviata nel sud-est europeo e una delle poche nel suo genere in tutto il mondo. La particolarità di questo museo risiede nel fatto che per una volta si parli dei rom in una veste particolare, cioè come produttori di cultura scritta. Una prospettiva che permette di indagare dei settori di questa tradizione che sono praticamente sconosciuti ai profani quali la letteratura, la poesia, la linguistica.
Il Museo vuole dare una voce alla cultura rom che si è sviluppata nel territorio della odierna Serbia, ma il tema può avere interesse anche al di fuori dei confini di questo Paese. Molte sono, infatti, le comunità che da queste aree sono fuggite in altri paesi europei durante gli anni Novanta. Inoltre, l'esistenza di una cultura comune alle varie comunità, per quante esse siano rimaste separate le une dalle altre per secoli, è testimoniata dall'esistenza di una lingua comune - derivata dal sanscrito, per quanto divisa in una miriade di dialetti influenzati dalle lingue parlate nei territori nei quali i rom si insediarono - e di motivi e forme letterarie comuni - leggende e storie popolari ma anche prose umoristiche con temi ricorrenti.
Come spiega Rajko Ðurić, studioso e scrittore candidato per due volte al premio Nobel per la letteratura, in un'intervista al settimanale serbo Vreme: "La letteratura rom ha delle evidenti similitudini con la letteratura degli ebrei e con quella di altri popoli che hanno sofferto un esodo e un olocausto. Vivere senza una casa e senza una tomba, essere dovunque un ospite senza nessun luogo d'origine, dividere il tempo tra il prima e il dopo Auswitch e oltre a ciò rimanere fedeli alla vita e ai valori umani di base: questo è il nucleo dei temi della letteratura rom". Letteratura che offre diverse affascinanti figure di scrittori, poeti e intellettuali. Come quella di Gina Ranjičić, nata intorno alla fine degli anni '30 del XIX secolo, prima poetessa in lingua rom ed eroina romantica ante litteram, le cui poesie furono acquistate dopo la sua morte da un viaggiatore tedesco e tradotte in varie lingue. O come la figura di Slobodan Berberski, attivista nel movimento operaio rivoluzionario tra le due guerre mondiali, poeta e strenuo sostenitore dei diritti della comunità rom nella Jugoslavia socialista, nonché fondatore del movimento rom a livello mondiale.
Ovviamente, se si parla della produzione culturale rom in Serbia, non si può omettere di citare la difficile situazione socio-economica nella quale versa la popolazione rom del paese, che conta circa mezzo milione di persone (almeno un quinto delle quali) vive a Belgrado, al cui interno non più del 30 percento degli individui è alfabetizzato. Il sostegno dato dalle autorità cittadine di Belgrado all'apertura del suddetto museo, inoltre, non è scevro da contraddizioni, come è stato sottolineato da alcuni manifestanti il giorno stesso dell'apertura del museo. Il sindaco di Belgrado, Dragan Đilas, che durante la cerimonia di apertura ha citato l'enorme contributo dato dalla cultura rom a quella serba, è lo stesso ad avere fatto sgomberare con la forza diversi insediamenti rom e a promettere ancora nuovi sgomberi.
Dell'istituzione museale, della storia della cultura rom e della condizione attuale e passata di questa comunità in Serbia e nei Balcani abbiamo parlato con Dragoljub Acković, direttore del museo, studioso e vicepresidente del parlamento mondiale dei Rom.
Come si è arrivati all'apertura del museo?
Per molti anni ci si è confrontati con la possibilità di creare un'istituzione che si occupasse di cultura rom, ma c'è sempre stato qualcosa che lo ha impedito. Da un paio di anni a Belgrado il clima è cambiato su iniziativa della municipalità, che ci ha concesso lo stabile in cui il museo si trova, e del sindaco Dragan Đilas. Il fatto che lui sia stato autore dello sgombero di insediamenti rom non vuol dire che io e lui, che non apparteniamo allo stesso mondo politico, non possiamo collaborare quando si tratta della cultura rom. Lui vede in me una persona impegnata nell'emacipazione della sua comunità e io in lui il sindaco di tutti noi, non solo dei serbi ma anche dei rom. Purtroppo, altre istituzioni che avrebbero dovuto interessarsi al museo non lo hanno fatto, come il Ministero della Cultura. Ci aspetteremmo ora un aiuto da parte di altre istituzioni che si occupano di cultura perché questo è un museo dedicato non solo ai rom di Belgrado ma a quelli di tutta la Serbia.
Lei è autore della mostra allestita negli spazi del museo. Qual è il fine di questa mostra?
Mostrare l'antichità e la ricchezza della cultura scritta rom. Viene esposto il primo testo in lingua rom del 1537, il primo libro in serbo sulla cultura rom pubblicato nel 1803 - anno in cui in Serbia vennero stampati solo 9 libri, uno dei quali si occupa proprio dei rom. Mostriamo che i rom hanno i loro media molto presto, nel 1935 per esempio a Belgrado nasce un giornale rom, che purtroppo non esiste più. Esponiamo una trentina di dizionari, oltre a una decina di Bibbie tradotte in lingua rom. È chiaro che una lingua nella quale si può tradurre la Bibbia deve essere per forza di cose complessa ed evoluta e che ciò parla a favore del popolo rom e delle sue tradizioni.
Oltre a questo museo, quali sono gli altri media attraverso i quali si esprime la cultura rom oggi in Serbia?
Purtroppo i media sono pochi. Esiste una trasmissione radiofonica bilingue, in serbo e in lingua rom, di cui io sono redattore e che viene trasmessa da Radio Belgrado e una trasmissione televisiva a Novi Sad. Abbiamo una casa editrice a Belgrado che si chiama Rominterpress e che ha stampato diverse monografie, tra le quali l'opera in più volumi "I rom a Belgrado" [di cui Acković è autore]. Fino a qualche anno fa esisteva un'altra casa editrice a Novi Sad, che si è spenta con la morte del suo animatore Trifun Dimić. Direi che la maggior parte dei media sono dipesi dall'iniziativa personale di alcuni singoli. In ogni caso sono felice del fatto che abbiamo una nostra casa editrice, unica nel suo genere, e ci lavoreremo molto in futuro. I rom a Belgrado avevano due televisioni e una stazione radio, ma sono state oscurate due anni fa. La motivazione addotta era che mancava un'autorizzazione necessaria ma lo stato non si è neppure sforzato di fare in modo che ricevessero questa autorizzazione. Perché non si vuole sentire la voce dei rom, si vuole sentire solo quello che altri dicono di loro.
Nei giorni scorsi, in occasione dell'anniversario della caduta del muro di Berlino, si è molto dibattuto della memoria storica del socialismo reale. Come definirebbe la situazione attuale della comunità rom in Serbia se paragonata a quella durante il periodo socialista?
Io non parlerei tanto del socialismo, quanto degli anni di Tito. Allora era molto migliore. Innanzitutto, molti rom erano obbligati ad andare alle scuole dell'obbligo, molti di loro finivano le scuole superiori o l'università. Io sono tra quelli e come me Trifun Dimić, Rajko Đurić e molti altri. Ora è necessario del denaro per l'istruzione e la maggior parte dei rom questo denaro non lo ha. Una cosa di cui mi rammarico molto. Inoltre, il governo si relazionava in modo corretto con la nostra comunità e nessuno si permetteva di insultare o maltrattare un rom perché sarebbe stato punito. Oggi è possibile fare tutto questo senza incorrere in una sanzione.
Cosa è cambiato durante gli anni '80 e '90?
Durante gli anni '80 e '90 la situazione generale è peggiorata e di conseguenza anche quella dei rom. In Jugoslavia viveva una grande concentazione di rom, circa 1.200.000 persone, il 10% della popolazione, ma con il crollo del paese abbiamo perso potere e le nostre comunità si sono trovate frammentate all'interno dei nuovi stati nazionali. Inoltre, durante le guerre degli anni '90 un gran numero di rom è stato ucciso, un numero ancora più alto, specialmente dalla Bosnia e dal Kosovo, è scappato all'estero. Non abbiamo neppure idea di dove siano finiti, lo veniamo a sapere solo quando qualche famiglia o qualche individuo ritorna. Durante le guerre abbiamo perso 300.000 persone, scappate da qualche parte e delle quali abbiamo perso le tracce. Nonostante questo posso dire con certezza che noi rom dei territori della ex Jugoslavia ci comportiamo ancora come se fossimo parte dello stesso paese; le frontiere e i problemi politici che sono stati creati non ci interessano.
Avete spesso dei contatti con le comunità che vivono all'estero?
Certo, molto spesso, e ciò viene anche facilitato dai mezzi di comunicazioni più avanzati che in alcuni casi ci permettono di sentirci come parte di un unico paese. L'anno scorso ho partecipato alla realizzazione di un interessante progetto, in collaborazione con la televisione di stato slovena. Si tratta di un documentario dal nome "Romanistan", "il paese dei rom", in cui si immagina un nostro stato virtuale grazie alle possibilità date da internet, dal momento che un vero stato noi non possiamo averlo. Oltre a ciò, un esempio dei frequenti contatti può essere dato dal premio alla carriera da me vinto quest'anno in Italia nell'ambito del concorso artistico internazionale "Amico rom".