Quella poltrona era rimasta vuota per cinque anni e non poteva essere assegnata al primo che passa.
Il presidente Usa Barack Obama l'ha assegnata a Robert Ford, uno dei massimi esperti di Medio Oriente della diplomazia statunitense. Sarà lui l'ambasciatore degli Stati Uniti d'America in Siria.
L'ufficio elegante nella palazzina dell'ambasciata statunitense nel centro di Damasco era rimasto vuoto dopo il 14 febbraio 2005, quando 1800 chili di tritolo vennero fatti esplodere nel centro di Beirut al passaggio del corteo di auto blindate di Rafiq Hariri, ex premier libanese e uomo d'affari molto legato agli Usa. Con lui morirono 22 persone e, nei minuti successivi all'attentato, Washington indicò subito i servizi segreti siriani come responsabili dell'omicidio. Vennero interrotte le relazioni diplomatiche, ma il gelo polare era iniziato almeno due anni prima, mentre infuriava la resistenza in Iraq e la Siria, per l'intelligence Usa, rappresentava la retrovia dei combattenti del disciolto partito Ba'ath di Saddam Hussein, nonché la porta d'ingresso in Iraq per tutti i miliziani che accorsero in Iraq dopo l'invasione del 2003 da tutto il mondo arabo.
Da allora molte cose sono cambiate. Il caso Hariri sarà giudicato da un tribunale internazionale, la Siria ha ritirato dopo venti anni le sue truppe dal Libano. L'elezione di Obama al posto di George W. Bush ha cambiato le carte in tavola, puntando la diplomazia Usa a tentare di entrare nella partita più importante: sdoganare la Siria dall'alleanza storica con l'Iran. Anche al prezzo di qualche concessione. Ecco, quindi, quale sarò il ruolo di Ford: lavorare con il regime siriano per fissare il prezzo della definitiva transizione della Siria dalla parte sbagliata (dal punto di vista di Washington) del mondo.
Ford sembra attrezzato per la missione. Negli ultimi due anni è stato il vice ambasciatore Usa in Iraq, mentre dal 2006 al 2008 è stato ambasciatore Usa in Algeria. Nei 25 anni di carriera spesi nella diplomazia a stelle e strisce ha anche ricoperto la carica di console Usa al Cairo e a Smirne, in Turchia. Per non lasciare nulla al caso, però, l'amministrazione Obama ha inviato in Siria contestualmente alla nomina di Ford anche William Burns, sottosegretario di Stato, il vice della Clinton per intenderci. E' la più alta carica politica Usa che si reca in Siria da anni.
"Abbiamo affrontato in modo franco le questioni le questioni su cui divergiamo, ma abbiamo anche individuato i temi comuni sui quali poter costruire un nuovo rapporto", ha dichiarato Burns alla fine del colloquio avvenuto ieri con il presidente Assad. Quest'ultimo, a sua volta, è apparso raggiante dopo l'incontro e ha commentato: "La Siria si aspetta che gli Usa si adoperino affinché Israele accetti di fare quanto richiede la pace nella regione". Il riferimento è alle alture del Golan, che l'esercito israeliano ha occupato nel 1967 e annesso unilateralmente nel 1981. I negoziati sul Golan, iniziati contestualmente a quelli per il ritiro israeliano dal Libano, avvenuto nel 2000, tra Israele e Siria si erano arenati da anni. La Turchia aveva tentato una mediazione, ospitando in gran segreto delegazioni dei due paesi, ma alla fine del 2008 tutto si era fermato. Adesso Assad si aspetta che siano gli Usa a risolvere la questione. A che prezzo? La posta in palio è chiara: Damasco deve tagliare il cordone ombelicale che la lega a Teheran.
La Siria è un Paese a maggioranza sunnita, ma la famiglia Assad e il gruppo dirigente del partito Ba'ath che ha preso il potere nel 1963 con un colpo di stato sono alauiti, una confessione molto vicina allo sciismo. Dopo che il padre di Bashir Assad, Hafez, prese il controllo del Paese nel 1970, e dopo a Rivoluzione Islamica in Iran nel 1979, i due paesi hanno sempre avuto una relazione speciale. Che si concretizza in aiuti economici e non solo, come il sostegno siriano alla milizia libanese filo-sciita di Hezbollah in Libano. Le armi per il partito di Dio a Beirut passano dalla Siria.
Spezzare questo rapporto significa privare l'Iran di uno pochi importati partner sui quali possa contare nel suo isolamento politico. Tutto questo viene prima anche delle reticenze dei repubblicani in patria, visto che la nomina di Ford è attesa alla controfirma del Senato Usa dove non è scontato che passi. Ileana Ras-Lehtinen, senatrice repubblicana del Comitato Affari Esteri della Camera dei Rappresentati Usa, ha annunciato la sua contrarietà alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Damasco. "Con la nomina di Ford la nostra politica estera rischia di nuovo di mandare un messaggio sbagliato al mondo - ha commentato la Ras-Lehtinen - quello che è meglio essere un nemico che un amico per ottenere vantaggi dagli Usa". La posta in gioco è troppo alta, però, perché alla fine anche i repubblicani riottosi non si convincano. Non a caso Obama ha passato la questione nelle mani di Burns, l'architetto della 'conversione' del colonnello Gheddafi. Il leader libico, nel giro di pochi anni, è passato da essere uno dei nemici pubblici numeri uno degli Usa a un capo di Stato presentabile. Il lavoro di Burns non sarà così difficile con Assad, ma c'è tanta polvere da nascondere sotto il tappeto.
Christian Elia