23/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Un reportage racconta l'ansia dell'incertezza economica nel Paese ellenico

scritto per noi da
Margherita Dean

Non sapere e vivere col fiato sospeso: così vive la Grecia di questi ultimi mesi, mentre almeno tre decenni di storia, a partire dagli anni Ottanta, sono messi in discussione, nel loro insieme, da amici e nemici, da chi ha faticato come da chi ha usufruito di tante, troppe, scorciatoie.

Così vive Artemis, due bellissimi occhi blu e grandi su un ovale perfetto, una giornalista disoccupata, che ti dice di chiamarla quando vuoi, tanto è a casa, non ha molto da fare. Oggi è un po' tesa, dietro la sua dolcezza si cela l'ansia di una giovane donna senza lavoro, nonostante le sue lauree e un master. È anche adirata per il trattamento riservato, dalla stampa di mezzo mondo, alla Grecia: "Non è una questione di sciovinismo, neanche un complesso d'inferiorità'', afferma, "è che trovo spaventose le semplificazioni e le ipocrisie. In fondo è l'esportazione europea quella che più è aiutata da un euro debole e la Grecia è, in questo momento, il capro espiatorio perfetto''.
Mi guarda in silenzio, aspetta una reazione; sarà il mio sorriso ma Artemis parla del suo conto corrente come del salvadanaio di un bambino: "Il porcellino si sta svuotando e io mi trovo a fare pensieri che mi spaventano, come quello di dover cambiare mestiere o di andare all'estero a cercar fortuna''. Conclude con uno sconsolato: "non so''.

Stratos, a differenza di Artemis, è un tipo imponente, uno che dei suoi capelli brizzolati, non proprio corti, è fiero, si nota mentre indossa il casco per correre a casa, dai suoi due figli, dopo il lavoro. Impiegato dell'Opera di Atene, del Megaron Moussikìs, non è meno preoccupato di Artemis. Nonostante il suo sia un contratto di lavoro a tempo indeterminato, vive quasi quotidianamente, da due anni a questa parte, il progressivo sfacelo dell'economia greca, accelerato dalla crisi economica internazionale. Una crisi che vuole che anche la musica si inginocchi ubbidiente agli ordini dei mercati.
All'inizio, l'Opera di Atene volle risparmiare sull'elettricità, per esempio. Mentre Stratos me lo racconta, già immagino gli impiegati chini sulle loro carte al lume di una candela tramortita dalla vicinanza della fine. Come in ogni Dickens che si rispetti, però, ormai è diminuito anche il numero di dipendenti stagionali del Megaron: un addetto alla sicurezza è responsabile di molti più metri quadri di quanto non lo fosse prima. Il Ministero della Cultura ha tagliato i fondi a favore del Megaron, infatti, mentre l'aumento dello stipendio di Stratos sarà del 2,5 percento, contro il 5 percento degli anni precedenti. Questo, sulla base dei contratti nazionali firmati da sindacati ed aziende. "Ne parliamo tutti i giorni tra colleghi, aspettiamo, non so esattamente cosa, ma stiamo col fiato sospeso. Mia moglie ed io abbiamo fatto i primi tagli sul bilancio familiare e, infatti, la sera non usciamo più. Abbiamo il mutuo e le carte di credito da pagare, le spese dei ragazzi, le lezioni private''.

Nicoletta è una signora che, novant'anni portati con estrema eleganza, ha fatto solo una concessione al tempo: un bastone da passeggio un poco amato e un poco odiato. Vive da sola, sperando di riuscire a salvare la sua indipendenza fino alla fine, mentre desolata ripete spesso quanto sia brutto invecchiare. È una pensionata statale, con qualche migliaio di euro in banca, "quelli che a un vecchio servono per farlo stare tranquillo di non dover mai diventare un peso per gli altri'', mi dice, per aggiungere di essere molto preoccupata. Nonostante la pensione di Nicoletta, un'ottima pensione per altro, sia salva dagli attacchi del piano di tagli del governo, la melanconia nei suoi occhi tradisce l'inquietudine per un futuro difficile per chi lo vivrà. Nicoletta ha due nipoti e due bisnipoti: "è di voi ragazzi che io mi preoccupo, dei bambini, non so come finirà tutto questo, cosa ne sarà del paese, quale sarà il vostro e loro futuro. Non abbiamo più certezze, quelle che erano delle certezze ora si chiamano privilegi e, come tali, li stanno smantellando uno ad uno''.

Questa sera arriva Peggy, la bella francese per qualche giorno ad Atene, sconvolta da una visita al supermercato sotto casa mia: "Spiegami come fanno i greci a vivere'', e il suo tono cela una rabbia che lì per lì non mi spiego. I greci sono i lavoratori fra i meno pagati d'Europa che, ciononostante, devono affrontare gli stessi costi, a volte anche superiori, per i medesimi prodotti di uso quotidiano. ‘'Non so, Peggy'', neanche io so.
La vita a credito, il benessere a prestito, il voler indossare taglie più grandi, il voler essere cicale invece che formiche, il non avere coscienza dei diritti dei consumatori. Forse tutto questo, ma anche qualcosa di più infido ancora, la voglia di non essere gli ultimi, di riscattarsi dall'etichetta del 'parente povero' per cui poco importa che lo stato sia davvero indigente, basta aver parcheggiata, fuori dalla catapecchia, una Mercedes nuova fiammante e ruggente di evasione fiscale, di mazzette al medico, all'impiegato del comune o della regione, all'agente del servizio pubblico in ogni caso.

Ora che la Grecia deve mettersi a nudo agli occhi della Banca Centrale Europea, della Commissione e del Fondo Monetario Internazionale, l'occasione per rimettere in discussione le strutture economiche e politiche della Grecia e dell'Europa ci sarebbe. Ma questa, come tante altre, sarà un'altra occasione sprecata. Così, le voci di Artemis, di Stratos, di Nicoletta e di Peggy, si uniscono nella comune incertezza, in un ''non so'' a chiusura di ogni dialogo, dove la parola 'sviluppo' è oramai un chimerico residuo, sia per il governo del paese, che per i cittadini stessi.