27/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La Corte suprema condanna Thaksin. Ma il popolo che vota l'ex premier non smetterà di lottare per un Paese diverso

I ristoranti popolari di Bangkok hanno tenuta accesa la tv tutto il giorno, sorbendosi in sottofondo sette ore di soporifera lettura della sentenza; i tassisti la ascoltavano alla radio; i venditori ambulanti già ti dicono che il 14 marzo, quando le "camicie rosse" torneranno in piazza nella capitale, non saranno al solito posto coi loro carretti. Thaksin Shinawatra, hanno sentenziato i giudici della Corte suprema, si è arricchito approfittando della sua posizione di primo ministro, favorendo la sua compagnia di telecomunicazioni. I suoi sostenitori, prevalentemente tra le classi medio-basse, la vedono però in maniera diversa: l'ex premier thailandese sarà anche un miliardario assetato di potere ma almeno, al contrario degli altri politici considerati ancora più corrotti, ha fatto qualcosa per la gente.

La Thailandia attendeva con trepidazione il "giorno del giudizio", come è stato ribattezzato dai media nazionali: la sentenza finale sul destino di 76 miliardi di baht (1,7 miliardi di euro) sequestrati a Thaksin dopo il colpo di stato che l'ha deposto nel settembre 2006. Da almeno due mesi si rincorrevano voci e speculazioni di ogni tipo, prevalentemente improntate alla confisca definitiva del tesoro dell'ex premier. I giudici hanno invece optato per una via di mezzo: 46 miliardi di baht, la ricchezza accumulata dopo essere stato eletto, non verranno mai restituiti. Gli altri, anche se non è stato ancora definitivo come e quando, torneranno al potente magnate, che dal suo autoesilio a Dubai continua a finanziare l'opposizione.

Alcuni temevano rivolte di piazza, paure rilanciate ad arte dal governo di Abhisit Vejjajiva e dalle forze armate, che non hanno perso occasione per ribadire di non tollerare disordini. Ma da giorni si era diffusa la sensazione che non sarebbe accaduto nulla: il prolungato "al lupo, al lupo" sembrava più un posizionamento verbale per sondare le acque, da entrambe le parti. Le "camicie rosse", i sostenitori di Thaksin, hanno indetto e annullato diverse manifestazioni, dando l'impressione di non sapere come riprendere l'inerzia nella lotta contro il sistema - e non per Thaksin, come ti spiegano in molti. Lo "scontro finale" (espressione già usata altre volte, per poi non concretizzarsi) è stato ora fissato per il 14 marzo, quando i rossi sperano di portare un milione di persone nella capitale. Le forze armate, con la scusa dei posti di blocco per fermare i violenti, cercheranno di rallentare il loro arrivo.

L'interesse per la sentenza era enorme non perché la gente crede che Thaksin rimarrà senza un centesimo: di sicuro l'ex premier ci ha rimesso, ma può contare su un patrimonio diversificato all'estero e continua a finanziare l'opposizione, anche se non è chiaro per quanto potrà andare avanti. Ciò che fa infuriare i suoi sostenitori, però, sono gli standard doppi dell'attuale governo, della magistratura, delle forze armate: tutti raggruppati sotto l'etichetta di "burocrati" che impongono la volontà della cricca che ha sempre comandato, accanendosi contro il primo politico che - con sagace calcolo di marketing - ha capito quanto il "popolino" fosse stato trascurato.

Il doppio standard, agli occhi dei sostenitori di Thaksin ma non solo, è lampante. Le "camicie gialle" monarchiche-nazionaliste hanno occupato due aeroporti, bivaccato per tre mesi nella sede del governo: l'esercito non li ha mai attaccati, nessuno è mai stato portato in tribunale. Quando i rossi hanno manifestato a Bangkok, lo scorso aprile, le forze armate li hanno dispersi sparando. I sospetti di corruzione contro membri dell'attuale governo o militari vengono insabbiati; a Thaksin non viene perdonato niente. La polizia stradale esige qualche banconota in "regalo" a ogni posto di blocco, ma le macchine di lusso non vengono mai fermate. E la lista sarebbe molto più lunga.

Non è detto che ci siano violenze, neanche se tra due settimane scendessero in piazza un milione di persone - e beninteso: tra di esse ci sono anche mercenari pronti a tutto, non solo innocui manifestanti armati di battipiedi di plastica. E questo perché le "camicie rosse", col loro elenco di litanie, sentono di essere dalla parte giusta. "Sanno che alle prossime elezioni vinceranno, aspettare uno o due anni cambia poco", confida a PeaceReporter un farang (straniero occidentale) che sta dando una mano nell'organizzazione del movimento. A quel punto, i rischi di violenze aumenterebbero eccome.

Alessandro Ursic