01/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Significa 'stranieri' nella lingua degli afgani pashtun. Sono i protagonisti dei loro racconti e la causa delle loro sventure. Le testimonianze dei civili feriti durante l'operazione Moshtarak, raccolte dal nostro inviato a Lashkargah, Helmand

Dal nostro inviato
Enrico Piovesana


LASHKARGAH - I caccia volano bassi nel cielo sopra Lashkargah. Avanti e indietro, senza sosta. Li seguono gli occhi attenti di alcuni pazienti dell'ospedale di Emergency, usciti in giardino con le stampelle, in carrozzina o direttamente sui loro letti, per prendere un po' di aria e di sole. E per raccogliere qualche fiore, che poi tengono in mano annusandolo di tanto in tanto o che si infilano tra le bende delle ferite.
Gli afgani amano i fiori. La sensibilità e la dolcezza di questi barbuti contadini pashtun, giovani e vecchi, mette in crisi tutti i nostri preconcetti su questo popolo.

Ogni tanto, dalla direzione di Marjah e Nadalì, al di là del muro di cinta del giardino e del fiume Helmand che scorre dietro di esso, giunge l'eco di un boato, come il tuono di un temporale lontano, ma più forte, più cupo e più breve.
Tra i pazienti, ogni volta, inizia il dibattito: chi dice che sono bombe sganciate dai jet, chi invece dice che sono razzi sparati dagli elicotteri, e chi infine è convinto che si tratti semplicemente di mine fatte brillare dai Marines.

Qualsiasi cosa sia, l'operazione Moshtarak sembra giunta alla sua fase conclusiva. Marjah è stata riconquistata. Sulla città è tornata a sventolare dopo due anni la bandiera dell'Afghanistan. E con essa è tornata la polizia nazionale - composta da tagichi che non parlano nemmeno la lingua dei locali - che già pregusta i lauti guadagni derivanti dal raccolto di oppio, che inizia a marzo.
"La tempistica dell'operazione non è stata casuale", spiega un giornalista locale, Safatullah Zahidi, di ritorno da Marjah. "Le piantagioni di papavero più grandi di tutta la provincia e di tutto il Paese, quelle di Marjah e Nadalì, sono tornate sotto controllo governativo giusto in tempo per il raccolto".

Per i comandi alleati l'operazione Moshtarak è stata un successo, da replicare presto in altre province afgane (già si parla dell'area di Kandahar, la seconda principale zona di produzione di oppio del Paese dopo quella appena riconquistata).
Ma se il successo si deve misurare in termini di riconquista della fiducia della popolazione locale, non solo di ettari di terreno, basta parlare con la gente di Marjah ricoverata all'ospedale di Emergency per capire che la più grande offensiva militare dell'era Obama è stata un fallimento completo.

"Quando sono iniziati i combattimenti - racconta Baram Gul, 26 anni - i talebani ci hanno consigliato di prendere le nostre cose e andarcene via. Dopo tre giorni la situazione era tornata abbastanza calma e io ho preso il mio motorino e sono tornato a casa. Non sapevo che gli americani l'avevano trasformata in una loro postazione. L'ho capito solo quando, senza nessun preavviso, un soldato sul tetto mi ha sparato, una, due, tre quattro volte. Sono caduto a terra ferito. Ho alzato la mano per chiedere aiuto, ma i soldati non si sono mossi. Allora ho mi sono trascinato fino alla casa più vicina, dove sono stato soccorso da mio zio. Perché tutto questo? Per due anni abbiamo vissuto, una vita normale, tranquilla e sicura per noi, per i nostri figli e le nostre proprietà. Noi non chiediamo altro!".

Mahmad Shah dice di avere più o meno 50 anni. "Ero nel campo a lavorare con altri contadini. Ci eravamo andati perché era tutto tranquillo: non siamo mica scemi che usciamo mentre sparano! All'improvviso sono arrivati i kharijan (gli stranieri, ndr) e hanno fatto fuoco verso di noi senza alcun motivo. Io sono stato colpito a una spalla, e anche un mio amico è stato ferito. I miei figli hanno provato a portarmi nella base militare degli stranieri, perché mi curassero, ma non si poteva passare. E così sono rimasto a casa per cinque giorni. A me non interessa chi comanda: nella mia vita ho visto cambiare molti governi. Basta che, chiunque sia, sappia farlo. Gli stranieri vengono nei nostri villaggi, ci sparano addosso e poi lasciano tutto in mano a questa nuova polizia che non è capace di mantenere la sicurezza e si comporta male con la popolazione. Non era così ai tempi del re Zahir Shah, per dire, quando la polizia era professionale e ben addestrata".

Anche Abdul Wafa, 35 anni, faceva il contadino prima che arrivassero i Marines a 'libearlo' dai talebani. Ma non potrà più lavorare per il resto della sua vita, perché non ha più i muscoli lombari: glieli ha distrutti un razzo da mezzo metro che gli è conficcato nella schiena. E' vivo per miracolo, o forse perché gli afgani, come dicono i medici di Emergency, sono indistruttibili.
"Lavoravo nel campo quando sono scoppiati i combattimenti. Gli elicotteri hanno iniziato a sparare missili e i talebani a sparare razzi. Ho iniziato a correre verso casa, ma un proiettile di Rpg mi ha colpito alla schiena. Questa operazione, come le altre che le altre che l'hanno preceduta, ha ucciso e ferito molte persone innocenti, ha danneggiato e distrutto le nostre case. Che senso ha tutto questo?".