18/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



I cartelli della droga messicani fanno tacere l'informazione regalando soldi, prostitute, alcol e oggetti preziosi

Ogni Stato ha i suoi censori. In Messico sono i cartelli della droga a chiudere la bocca ai giornalisti per evitare fughe di notizie sulla carneficina che si sta consumando dal 2006 e che, finora, è costata la vita ad oltre 19 mila persone. Il metodo è semplice prima i signori della cocaina provano a comprare, letteralmente, il silenzio dei professionisti dell'informazione i quali, in caso di rifiuto, vengono brutalmente uccisi insieme alle loro famiglie.

Nessun rifiuto. Appurato che è praticamente impossibile per un giornalista messicano rifiutare, senza morire, il "corteggiamento" del cartello del Golfo - uno dei più potenti e sanguinari del nordest del paese - è quantomeno sospetta la facilità con la quale i narcotrafficanti riescano ad arrivare al controllo completo della stampa nazionale. La merce di scambio sono grosse quantità di denaro, prostitute e alcol messi a disposizione dei cronisti per far calare l'oblio sulle violenze scatenate nella regione al confine col Texas. Il meccanismo, denunciato da diversi editori e giornalisti che hanno voluto mantenere l'anonimato, funziona come un'associazione verticistica con infiltrazioni importanti all'interno dei mezzi di comunicazione. Le organizzazioni criminali penetrano nelle redazioni grazie all'aiuto di uno o due giornalisti corrotti che raccolgono i "regali" dalle mani di poliziotti corrotti e li distribuiscono ai loro colleghi in cambio di articoli pilotati che quando non lodano spudoratamente l'azione dei trafficanti locali, quantomeno gestiscono le centinaia di morti con imbarazzanti silenzi. Paga media: 500 dollari. Più dello stipendio normale che, per un cronista medio, si aggira intorno ai 400 dollari mensili. E poi donne, bottiglie pregiate, gioielli preziosi e costose autovetture. Testimoni hanno raccontato che diversi reporter locali si sono più volte presentati a conferenze stampa a bordo di costosi suv e accompagnati da uomini armati pronti a sparare su chiunque avesse proferito una parola sulle violenze.

Reynosa. È in questa cittadina del nord che si sono consumati i delitti più efferati. Un caporedattore locale, di cui non si è rivelata l'identità, ha sostenuto: "Nelle nostre redazioni sono stati infiltrati giornalisti che monitorano ciò che scriviamo e sanno dove viviamo. Con questo sistema - ha proseguito il cronista - i narcotrafficanti hanno un controllo diretto su di noi". A riportare le notizie agli onori della cronaca ci hanno pensato gli stessi abitanti di Reynosa che, attraverso reti sociali come Facebook, Twitter e Youtube, hanno pubblicato video girati con il telefonino nei quali vengono riprese attività illegali come sparatorie e pestaggi. "Mi sto autocensurando. Non c'è altro modo di dirlo" ha dichiarato sconfortato un corrispondente di Reynosa. Nei giorni scorsi cronisti di Milenio TV sono stati picchiati selvaggiamente e hanno dovuto fare rientro nella capitale messicana. Miguel Angel Domínguez Zamora, del giornale "El Mañana" di Reynosa prima della sua misteriosa sparizione aveva scritto: " Uno degli aspetti più preoccupanti dei sequestri e degli omicidi dei giornalisti in Messico è che nessuno sa con sicurezza se il caso riguarda cronisti che compiono il proprio dovere per rivelare la verità oppure se si tratta di professionisti disonesti vicini ai cartelli della droga".

Omicidi politici. La furia dei narcotrafficanti è fomentata dal programma antidroga attutato dal 2006 da parte del presidente Felipe Calderon in collaborazione con l'establishment statunitense e che, in pratica, ha portato a un forte spiegamento di forze di polizia in tutto il paese. Solo in questi giorni la guerriglia fra gang rivali ha provocato 24 morti in 24 ore fra cui quella di Lesley Enriquez, di 25 anni, impiegata al consolato statunitense e di suo marito Arthur H. Redelf, di 30 anni. Enriquez, in avanzato stato di gravidanza, viaggiava col consorte a bordo della propria auto a El Paso insieme al figlio piccolo - illeso - quando sono stati freddati dai killer con colpi sparati a bruciapelo. Jorge Alberto Salcido Ceniceros, 37 anni, sposato con un'addetta consolare, è stato trovato morto nella sua autovettura a Juarez. Sul sedile posteriore c'erano, feriti e sotto shock, i suoi due figli di 4 e 7 anni. La cronaca è riuscita, in questo caso, a raccontare la ferocia scatenatasi su tre cittadini statunitensi. Per tutti gli altri vale la frase pronunciata dall'ennesimo reporter protetto da anonimato: "In Messico il giornalismo è morto".

Antonio Marafioti

 

 

 

Parole chiave: Messico
Categoria: Diritti, Politica, Armi
Luogo: Messico