Migliaia di persone, brandendo cartelli e scandendo slogan, hanno marciato oggi a Jalalabad, in Afghanistan, di fronte al consolato iraniano. Quella di oggi, 13 maggio 2010, è la quinta - e più numerosa - dimostrazione di cittadini afgani nelle ultime due settimane contro le sedi diplomatiche dell'Iran. Nei giorni scorsi, a Kabul e ad Herat, erano state arrestate quattro persone, ma il malcontento verso la Repubblica Islamica cresce.
Cortei e rabbia. A parte il lancio di alcune uova contro le finestre della palazzina che ospita gli uffici iraniani, nessun incidente e nessuna violenza è stata registrata. Resta la tensione, però. I dimostranti accusano l'Iran di aver espulso negli ultimi mesi almeno 80mila afgani e di averne condannati a morte centinaia. L'accusa, quasi sempre, quella di traffico di droga. Il ministero degli Esteri di Kabul, che pur non nasconde il suo malcontento verso Teheran, minimizza le cifre parlando di nove sentenze capitali contro cittadini afgani eseguite in Iran nelle ultime settimane, ma alcuni deputati di Kabul parlano di almeno 50 casi. Secondo la Bbc, che cita fonti ufficiali a Kabul, sono tra i 4mila e i 5mila gli afgani attualmente detenuti in Iran. Un'enormità, anche se si considera che furono milioni gli afgani che passarono la frontiera durante l'occupazione sovietica dell'Afghanistan, negli anni Ottanta. Ora come allora per gli afgani in Iran le condizioni di vita sono drammatiche: per loro ci sono tutti i lavori peggio pagati e più faticosi, nel contesto di condizioni di vita indicibili. Molti di loro, dopo che sono iniziati i grandi flussi migratori verso l'Europa, hanno iniziato il viaggio alla volta di altri paesi, mentre sono tantissimi quelli che sono stati rimpatriati. L'ospitalità iraniana, infatti, è finita quando i talebani hanno preso il potere in Afghanistan a metà degli anni Novanta e le relazioni tra i due paesi sono precipitate.
Vecchie ruggini. Nel 1997 i talebani passarono per le armi undici diplomatici iraniani a Mazar-I-Sharif. Il massacro portò alla ribalta un fattore fino ad allora poco considerato da media e analisti occidentali: la profonda avversione degli integralisti sunniti per la confessione sciita, della quale l'Iran è il faro mondiale. Da quel momento, anche dopo l'invasione delle truppe Nato nel 2001, i rapporti tra Kabul e Teheran non sono idilliaci e a pagarne le conseguenze sono proprio gli immigrati afgani in Iran e l'etnia hazara in Afghanistan, perseguitata dai talebani come dal governo di Karzai in quanto in gran parte di confessione sciita. Una frattura all'interno dell'Islam che, negli ultimi tempi, sembra essersi aggravata ancora di più nella regione. Il conflitto interconfessionale in Iraq, dove sunniti e sciiti si sono sanguinosamente combattuti dopo l'invasione della coalizione internazionale del 2003, ha fomentato gli animi, anche oltre i confini iracheni.
Nervi a fior di confine. Molto tesi, ad esempio, sono anche i rapporti tra Iran e Pakistan. La questione è tornata agli onori delle cronache in questi giorni, dopo l'aggressione subita da Mohammed Bakhsh Abbasi, ambasciatore pakistano a Teheran. Abbasi adesso è stato dimesso dall'ospedale e le sue condizioni non destano preoccupazione, ma l'episodio è davvero increscioso. L'11 maggio scorso un uomo, individuato e arrestato poco dopo dalla polizia iraniana, ha assalito l'auto sulla quale viaggiava il diplomatico di Islamabad tentando di accoltellarlo. Abbasi è rimasto solo ferito, mentre due uomini della sua scorta sono stati uccisi. Il fermato è un afgano che, per i magistrati di Teheran, avrebbe agito per rapinare Abbasi. La ricostruzione non convince molti media in Pakistan, in quanto è davvero difficile immaginare una dinamica di questo tipo. Chi, da solo e armato solo di un coltello, assalirebbe un auto blindata e con uomini di scorta? Come è possibile un'aggressione, di mattina e nel pieno centro della capitale di un Paese dove la sorveglianza è capillare? Un afgano è un buono stereotipo sul quale scaricare un disegno più grande o, per lo meno, una grave negligenza nel dovere di uno stato di proteggere diplomatici stranieri.
Un Corano, due visioni. Teheran e Islamabad sono da sempre divisi oltre che da motivi religiosi anche da fattori politici. L'Iran, da anni, ha problemi con la minoranza balucia, della regione del Sistan-Balucistan, a cavallo con il Balucistan pakistano. Nella regione agisce Jundallah, un gruppo armato sunnita che lotta contro il governo centrale di Teheran, accusato di discriminare nel Paese i sunniti e gli arabi, in favore del modello persiano sciita della società iraniana. La cattura del leader di Jundallah, Abdullah Righi, avvenuta a marzo scorso, sembrava l'inizio di una nuova stagione di collaborazione tra il Pakistan e l'Iran, ma l'aggressione all'ambasciatore Abbasi sembra portare indietro le lancette dell'orologio. Soprattutto se, come rivelato dal quotidiano arabo al-Sharq al-Awsat, venisse confermata la notizia che le autorità di Teheran avrebbero vietato ai sunniti di pregare all'interno delle moschee pubbliche dell'Iran. Lo ha denunciato Abdel Hamid al-Zahi, leader dei sunniti iraniani, che allo stesso giornale avrebbe denunciato la persecuzione anche dei sunniti che si riuniscono in case private. "Invece di porre divieti dovrebbero portare sunniti e sciiti a pregare assieme", ha dichiarato al-Zahi. Le due comunità, però, in Iran e nel mondo, non sono mai sembrate così lontane.
Christian Elia