13/05/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Leggi d'emergenza, arresti arbitrari e condanne a morte in crescita; l'esecutivo egiziano mostra i muscoli e si prepara alla grande sfida: la transizione.

In Egitto, il presidente Hosni Mubarak ha appena varato un decreto che proroga lo stato d'emergenza di altri due anni. Niente di sorprendente, se si considera che l'emergenza dura dal 1981, cioè da quando Sadat fu assassinato, lo stesso Mubarak gli successe e il movimento dei Fratelli Musulmani, molto popolare, fu messo al bando. C'è quindi un certo amore per le tradizioni, furbizia ma anche tanta paura dietro questa decisione, perché se è vero che l'uso gratuito della forza è un sintomo di debolezza, l'Egitto è un gigante fragile, un Paese che va verso il futuro senza riuscire a vedere al di là delle spalle del suo ingombrante presidente, quel Mubarak che da una vita comanda sulla più popolosa "democrazia" araba.

Ancora un giro di vite. Nel 2011 saranno trent'anni, ma questo anniversario ha il sapore della fine di un ciclo. Soprattutto se si considera che, sempre l'anno prossimo, si terranno anche le elezioni presidenziali. E Mubarak non vuole festeggiare il trentennale con un risultato elettorale non conforme a quanto da lui deciso.
LA vera ragione della mossa sembra essere di natura politica, perchè il decreto irrobustirà ulteriormente l'enorme potere, riconducibile a Mubarak, dell'esecutivo.
In genere, è proprio nel passaggio di potere che i regimi illiberali mostrano le loro principali debolezze e vacillano molto di più di quando non sono sotto attacco. La stretta sicuritaria nasce anche da qui. Perché la transizione è in atto ma non è ancora possibile capire che strade prenderà. Per quanto non sia ancora stato escluso, è difficile che Mubarak creda davvero, a 82 anni e con una salute precaria sulla quale si rincorrono insinuazioni e smentite, di poter tenere il potere per un altro mandato. Era spuntato, allora, il nome di suo figlio, Gamal, come probabile successore. Ma non sarà semplice per il vecchio presidente trasferire il suo peso e la la sua autorità al rampollo senza che la corte reagisca in qualche modo. E infatti l'altro nome che circola è quello del generale Omar Suleman, il capo dell'onnipotente e temibile servizio segreto militare, il Mukabarat.

L'incognita della transizione. Il nuovo contro il vecchio e consolidato apparato, con una variabile impazzita a complicare un quadro già confuso, quel Mohammed El Baradei, per sedici anni a capo dell'Agenzia atomica internazionale, la più prestigiosa figura politica egiziana sulla scena internazionale. A febbraio, l'ex direttore dell'Aiea è tornato in Patria, accolto come un eroe da un elettorato trasversale, che va dai derelitti alla ricca borghesia, dai conservatori ai liberali, dai cristiani ai musulmani e non ha nascosto di essere pronto ad impegnarsi per la rinascita del suo Paese. Il regime ha scelto di non affrontarlo direttamente: troppo noto, troppe le testate internazionali che lo seguono e ne amplificano ogni parola. Il ministero dell'Interno, in occasione del suo (fin qui unico) comizio a Mansoura, aveva addirittura ordinato alla polizia di restare defilata: si deve ricordare che in Egitto qualsiasi raduno politico con più di cinque persone viene sciolto con la forza. Anche ElBaradei sa che questa tolleranza potrebbe non durare a lungo ma al momento si accontenta di parlare un linguaggio fumoso che gli permette di contestare la mancanza di libertà, di denunciare lo stato d'abbandono in cui versa il popolo, senza però spiegare come intende cambiare la situazione. In modo furbo, parla solo di riforme costituzionali come precondizione per la sua partecipazione a qualsiasi tipo di competizione politica.

Leggi speciali, repressione ordinaria. Perché le leggi d'emergenza, di fatto, annullano ogni possibilità di opposizione, danno un potere sconfinato agli apparati di sicurezza, che possono eseguire confische, arresti, intercettazioni, sequestri di pubblicazioni. Ai tribunali regolari si affiancano corti speciali in cui il Diritto non ha cittadinanza. E il risultato è che nel Paese ci sono diecimila persone incarcerate senza nemmeno l'ombra di un'incirmininazione. Le condanne a morte vengono comminate con una crescente noncuranza: secondo i dati rivelati due giorni fa dal quotidiano Al Dustour, sono state 230 le sentenze capitali emesse ed eseguite nei primi sei mesi del 2009. Di fatto, la legge impedisce qualsiasi candidatura di indipendenti, perché richiede la militanza da almeno un anno in un partito che ne esista da almeno cinque, e l'approvazione di 250 membri dell'Assemblea del Popolo (Camera bassa), del Consiglio della Shura (Camera alta) e dei cosnigli municipali, tutti organi dominati dal Partito nazionaldemocratico dello stesso Mubarak. Finora il presidente è succeduto a se stesso. Adesso che l'età rende difficile che si replichi la commedia, l'Egitto si trova di fronte ad una sfida nuova. Una parte degli apparati da cui dipende il potere di Mubarak potrebbe remargli contro, qualora non condividesse i suoi piani per la successione. Ma anche andare verso libere elezioni sarebbe un salto nel buio; c'è lo spauracchio dei Fratelli Musulmani - da anni al bando nonostante l'indubbia popolarità - la cui vittoria avrebbe ripercussioni geopolitiche su vasta scala. Ed è per questo che Washington, per quanto delusa da questa ulteriore stretta, non tirerà la corda più di tanto. Meglio un Egitto illiberale ma allineato che una democrazia autonoma. Il resto, è tutto un'incognita. Anche ElBaradei. E intanto gli apparati, nel dubbio, reprimono.

Alberto Tundo

 

Categoria: Diritti, Politica
Luogo: Egitto