Egitto
 
Ordinamento politico: Repubblica.
Capitale: Il Cairo
Superficie: 1.001.450 Kmq (oltre 3 volte l'Italia)
Popolazione: 76 milioni (99% egiziani, altri 1%)
Lingue parlate: arabo (ufficiale), francese, inglese
Religione: 89% musulmani sunniti, 10% cristiani copti, 1% protestanti
Alfabetizzazione: 57,7% (Italia: 98%)
Mortalità infantile: 33,9 per mille (Italia: 5,7 per mille)
Speranza di vita: 68 M, 73 F (Italia: 76 M, 82 F)
Popolazione sotto la soglia di povertà: 16,7%
Prodotti esportati: petrolio, vestiario, cotone
Debito estero: 31,2 miliardi di dollari
Spese militari: 3,6% del PIL (Italia: 1,6%)
 
 
GEOGRAFIA

Situata nella parte nord-orientale dell'Africa, l'Egitto si affaccia a nord sul Mediterraneo e a est sul Mar Rosso. A ovest confina con la Libia, a sud con il Sudan e a nord-est con Israele. L'estremo lembo orientale  è costituito dalla Penisola del Sinai. L'area abitata coincide con la Valle del Nilo, mentre il resto del paese è prevalentemente desertico



SOCIETA'

Il controllo sulla stampa, sui sindacati e sui partiti politici è estremamente rigido. negli ultimi anni si è diffuso un forte movimento riformista, trasvversale agli schieramenti politici, ma hanno scrso seguito tra la popolazione. I fratelli Musulmani hanno un seguito maggiore, ma sono fuorilegge. La società egiziana vive una situazione per la quale al controllo autoritario del regime si oppongono due correnti: quella fondamentalista che sogna un Egitto tradizionale e quella riformista che sogna un moderno stato democratico.



ECONOMIA

La mancanza di concreti passi in avanti nelle riforme economiche lanciate a metà degli anni '90 ha limitato gli investimenti di capitale straniero in Egitto, mantenendo la crescita del PIL nell'ambito del 2-3% annuo negli ultimi quattro anni. Tentato a effettuare nuove privatizzazioni e riforme per contenere il deficit, il governo deve comunque confrontarsi con la pressante richiesta da parte del popolo di abbassare i prezzi dei beni di più largo consumo, dato l'elevato tasso di disoccupazione. L'andamento della bilancia commerciale dipende molto dal turismo e dalla vendita di petrolio e gas naturale



POLITICA

Hosni Mubarak detiene il potere dal 1981. Il suo partito controlla il Parlamento che, ogni 6 anni, indicava il candidato alla carica di Presidente della Repubblica. La popolazione civile aveva solo l'opportunità di esprimere con un referendum l'assenso o il dissenso alla figura indicata dal Parlamento. Adesso, dopo la riforma della Costituzione, possono esserci più candidati, ma necessitano di un appoggio palramentare molto difficile da ottenere visto che il NDP (il partito di Mubarak) controlla l'Assemblea. Le opposizioni si sono riunite in un movimento chiamato Khyfaia che ha il suo leader nell'avvocato Ayman Nour, l'uomo che rappresenta la versione egiziana delle 'rivoluzioni arancioni'. In termini numerici, i principali avversari di Mubarak sono i Fratelli Musulmani, gli unici che godono di un reale seguito popolare, ma sono da tempo dichiarati fuorilegge.



MASS MEDIA
I media egiziani hanno grande influenza nel Medio-Oriente, sia per quel che riguarda i giornali, molto letti in tutta l'area, sia per l'industria televisiva e cinematografica che fornisce gran parte dei media mondiali di lingua araba. Nonostante formalmente godano di una certa libertà di stampa, i giornalisti egiziani devono fare continuamente i conti con una legge che condanna duramente la diffamazione, praticando comunemente un'autocensura sugli argomenti più delicati.


STORIA
L'Egitto diventa una monarchia formalmente indipendente nel 1922, con la fine del protettorato britannico. Ma l'influenza di Londra rimane fortissima fino al 1952, quando i nazionalisti del gruppo “Ufficiali liberi”, guidati dal generale Mohamed Naguib e dal colonnello Gamal Abdel Nasser, rovesciano re Faruk e proclamano la repubblica (1953). Ne diventa presidente Nasser, che imbocca la strada del socialismo: avvia una riforma agraria a favore dei contadini poveri, inizia (con il sostegno finanziario dell'Urss) la costruzione di una faraonica opera pubblica, la diga di Assuan, e nel 1956 nazionalizza il Canale di Suez.
Quest'ultima mossa provoca la reazione immediata della Gran Bretagna, che assieme alla Francia e ad Israele invade l'Egitto. Stati Uniti e Unione Sovietica intervengono diplomaticamente per porre fine al conflitto, imponendo il ritiro degli eserciti invasori. Nel '58 Egitto e Siria si uniscono politicamente, dando vita alla Repubblica araba unita (Rau), che ha però breve vita: nel 1961 Damasco decide di separarsi. Nel 1967 Egitto ed Israele tornano ad affrontarsi militarmente per la terza volta (la prima era stata nel '48, immediatamente dopo la nascita dello stato ebraico). Durante la "guerra dei sei giorni" l'esercito israeliano occupa la penisola egiziana del Sinai, umiliando l'esercito di Nasser e la sua intenzione di guidare la lotta del mondo arabo contro il "nemico sionista". Nel 1970, alla morte di Nasser, sale al potere Anuar El Sadat, che impone un netto cambiamento di rotta al paese, rompendo le relazioni con l'Urss, avvicinandosi agli Stati Uniti e adottando una politica economica di tipo liberista. Ma ciò non si traduce in un miglioramento dei rapporti con Israele. Anzi, nel 1973, nel tentativo di riconquistare il Sinai, Sadat muove una quarta guerra contro lo stato ebraico, quella detta "del Kippur". Le forze armate egiziane, che per l'occasione tornano a ricorrere all'aiuto dell'ex alleato sovietico, non riescono però nell'impresa. Ciò provoca la definitiva svolta filo-occidentale di Sadat, che decide addirittura di aprirle il dialogo con Israele, con cui conclude una pace separata nel 1979 (accordi di Camp David) riottenendo la sovranità sul Sinai. Questa mossa frutta all'Egitto la posizione di alleato strategico regionale degli Stati Uniti, ma anche l'ostracismo della Lega araba e la nascita di una forte opposizione interna islamica, che viene duramente repressa. Sadat paga con la vita questo "tradimento della causa araba", venendo assassinato dai fondamentalisti nel 1981.
Il vicepresidente Hosni Mubarak, scampato illeso all'attentato, sale al potere, impegnandosi in una difficile opera di ricucitura dei rapporti sia col mondo arabo che con l'opposizione islamica egiziana. Se sul piano estero Mubarak riesce ad ottenere dei buoni risultati, su quello interno incontra grosse difficoltà, anche a causa di una crisi economica che peggiora le condizioni di vita della popolazione, la quale guarda quindi al governo con crescente ostilità, diventando facile preda della propaganda fondamentalista. Dal 1992, anche in seguito al contestatissimo appoggio del governo alla guerra americana contro l'Iraq, i fondamentalsiti islamici avviano una campagna di attentati terroristici che causano centinaia di morti e che colpiscono anche i turisti stranieri (principale fonte d'introiti per lo stato). Mubarak risponde con una dura repressione dei movimenti islamici, anche di quelli non-violenti come "Fratellanza musulmana". Ma questo non fa altro che acuire la tensione: gli attentati continuano. Nel 1998, dopo sei anni di terrorismo, si contano oltre 1.200 vittime degli attentati e 30 mila prigionieri politici nelle carceri governative. Lo scoppio della "seconda intifada" palestinese nel settembre 2000 e la successiva intensificazione della repressione militare israeliana nei Territori allargano il solco tra la popolazione egiziana, sempre più sensibile al richiamo dei movimenti islamici, e il governo di Mubarak, prigioniero degli accordi di Camp David. Un'ondata di manifestazioni popolari anti-governative investe il paese: la polizia le reprime con violenza. A poco serve la quasi-rottura diplomatica con Israele decisa da Mubarak nell'aprile 2002 in seguito alla rioccupazione israeliana dei Territori. Il clima politico egiziano rimane incandescente. Il pur tiepido sostegno di Mubarak all'attacco americano all'Iraq nel marzo-aprile 2003 non fa che esasperare la situazione, provocando grandi manifestazioni popolari guidate dai movimenti islamici e duramente represse dalla polizia. Queste tensioni hanno riproposto gli interrogativi sulla successione del presidente, accusato dall'opposizione di favorire l'insediamento al suo posto del figlio Gamal, diventato dirigente del Partito Nazionale Democratico. Nei primi mesi del 2004 il governo egiziano ha cercato di stabilire nuovamente buoni rapporti con i paesi vicini, tra cui l'Iran, con il quale aveva interrotto le relazioni diplomatiche nel 1980. Con il Sudan ha creato un segretariato congiunto per stilare accordi bilaterali al fine di facilitare gli scambi di merci e il transito di persone. Con i dieci paesi del bacino del Nilo si è reso disponibile a stipulare accordi per redistribuire lo sfruttamento delle sue acque (attualmente, secondo un trattato del 1929, l'80% appartiene all'Egitto). Dopo un periodo di sostanziale tranquillità, il terrorismo torna a turbare la vita dell'Egitto. Tutta una serie di attentati sembrano preannunciare una stagione di violenza. I due episodi più gravi sono l'attentato all'Hilton di Taba, sul Mar Rosso, il 7 ottobre 2004, ad opera di esponenti di Al Qaeda, costa la vita a 34 persone.  Il secondo episodio è l'attentato a Sharm el Sheikh, il 23 luglio 2005, nel quale sono morte 64 persone. Ne risulta  danneggiata una delle industrie principali del Paese: quella del turismo. Il risveglio del terrorismo lancia ombre inquietanti sulla leadership di Mubarak, anche perchè per la prima volta il Faraone deve affrontare una vera opposizione. Le elezioni presidenziali a settembre 2005 si sono risolte come tutti si aspettavano: Mubarak ha ottenuto il quinto mandato consecutivo con l' 88,6 per cento delle preferenze. Ma i dati sono meno trionfali di quello che sembrano, visto che ha votato solo il 23 per cento degli aventi diritto. Inoltre, per le pressioni degli Stati Uniti che chiedono riforme a Mubarak, il Faraone vara una riforma costituzionale che, per la prima volta nella storia post-coloniale del Paese introduce la possibilità di avere più candidati alle Presidenziali. L'emendamento costituzionale viene sottoposto a referendum popolare a maggio del 2005 e viene approvato. Ma le opposizioni denunciano la modifica costituzionale come un'operazione di facciata, in quanto per candidarsi è richiesto l'appoggio di una percentuale 'impossibile' di parlamentari. Le opposizioni, seppur molto variegate, si uniscono in un movimento chiamato Khifaya (basta) e, per la prima volta, cominciano a vedersi dimostranti anti-Mubarak in piazza. Per adesso il potere resta saldamente in mano al Faraone, ma le bombe e i cortei cominciano a mostrare le crepe nel sistema di potere di Mubarak.