scritto per noi da
Lorenzo Kamel
Il nostro viaggio per raggiungere Tulkarem parte da Gerusalemme, a pochi passi dalla Porta di Damasco, per poi proseguire fino a Ramallah. Da qui ci aspettano 30 minuti da trascorrere su un taxi collettivo in compagnia di altri 8 passeggeri, al prezzo di 15 shekel, circa 3 euro. Al termine di questo primo tragitto si raggiunge Nablus.
Lungo la strada, un percorso pieno di buche e dossi che gli autisti palestinesi affrontano a velocità sconsiderate, si nota una massiccia presenza di insediamenti ebraici. «È facile rendersi conto della costruzione di un nuovo insediamento - spiega Muhammad Samir, un commerciante presente sul nostro stesso minivan - Basta vedere le fermate degli autobus. Appena spunta un nuovo avamposto, la "Egged" [la compagnia israeliana dei servizi autobus] apre una nuova tratta e costruisce una piccola fermata. È il campanello di allarme. La fermata significa che di lì a poco qualche famiglia palestinese avrà nuove difficoltà di accesso all'acqua e alla terra, necessari per il loro sostentamento». Nelle sue parole non sembra esserci rabbia, ma piuttosto rassegnazione: «Non odio nessuno. L'odio porta dolore e implica dispendio di energie. Non ho niente contro gli israeliani. Hanno il loro Paese, come è giusto che sia. Mi chiedo tuttavia perchè la maggioranza di Israele non insorga contro questa barbarie. È possibile non rendersi conto di quanta sofferenza questi insediamenti comportino per la nostra gente? È possibile non capire quanto sbagliato sia usare la religione per avanzare pretese politiche? Ognuno di noi crede in un Dio e ha un libro sacro. Ma la religione è un fatto privato e non deve essere usata in maniera selettiva. Non valuto una persona attraverso la sua religione, bensì attraverso l'attitudine che essa ha verso gli altri. La verità è che non insorgono contro gli insediamenti perchè non conoscono la realtà sul campo».
Gli faccio notare che se gli israeliani non entrano in Cisgiordania, al di là dei divieti di legge, è perchè è troppo rischioso farlo: «Anche noi palestinesi - puntualizza Samir - abbiamo le nostre responsabilità. Ma bisogna viverci qui per poter giudicare. Se voi italiani aveste subìto ciò che è capitato a noi negli ultimi 62 anni, per colpa dell'Occidente, di alcune correnti del Sionismo e del mondo arabo, sareste forse meno propensi a giudicare».
Scendiamo a Nablus. Le prime due parole che ci vengono rivolte sono Ahlan Wa Sahlan (benvenuto), e kunafa, una leccornia che è il fiore all'occhiello della zona. I palestinesi sono da sempre fieri dei loro dolci e accanto al racconto di una storia finita male c'è sempre una fetta di kunafa e una tazza di tè pronte per voltare pagina: «Fa parte della nostra tradizione - ci spiega Adly Yaish, il sindaco della città - Serve a unire le persone e a rendere più leggera la vita di tutti i giorni». Gli chiediamo cosa possa fare l'Europa in un contesto così difficile: «Non abbiamo bisogno di soldi, mi verrebbe da dire dire di elemosina. Piuttosto ci occorre il vostro aiuto per raggiungere una pace dignitosa. Serve che facciate pressione affinchè cessi l'occupazione. Perchè è un nostro diritto cercare di resistere ad essa. In questo modo le tante persone che hanno lasciato Nablus nel corso degli anni potranno tornare e contribuire allo sviluppo della città».
Lasciamo Nablus, in un pomeriggio soleggiato e con i mercati stracolmi di persone. Un minivan, identico a quello che ci ha portato a Nablus, ci condurrà a Tulkarem. Il viaggio costa 8 shekel e mezzo, poco meno di due euro. In questa fase storica, il checkpoint in uscita dalla città è aperto. A presidiarlo ci sono comunque numerosi soldati dello "Tsahal" (l'esercito dello Stato ebraico), una grande menorah e una cospicua presenza di bandiere israeliane.
Meno di venti minuti e arriviamo nella periferia di Tulkarem. Il campo profughi in entrata alla città, Nur Shams, è l'emblema di un doloroso passaggio dalla povertà al sottosviluppo. Palazzi grigi scuri accatastati uno sull'altro. Fogne a cielo aperto. Un'atmosfera spettrale.
Giunti nel centro di Tulkarem si respira un clima tanto caotico quanto surreale. A differenza di Nablus, ma ancor di più di Ramallah, non c'è un singolo turista e la sensazione è che non ce ne sia uno da molto tempo. Il volto di un "forestiero" attira gli sguardi curiosi tanto degli anziani quanto dei bambini. Anche qui "benvenuto" (ma anche "grazie di essere qui") è l'espressione più ricorrente.
Entriamo a mangiare nel ristorante "Muhanna", nella strada principale della città. A servirci troviamo Ghassan, un ragazzo di circa venticinque anni. Sguardo aperto e modi cortesi. Studia matematica presso la succursale di Tulkarem della "Al-Quds Open University": «I problemi di quest'area - chiarisce - sono quelli che già conoscete: occupazione militare, muro, carenza di acqua, bypass road, leadership corrotta, disoccupazione. C'è però un aspetto che non viene considerato e che ha evidenti ripercussioni sulle nostre vite. Mi riferisco alle moltissime fabbriche, quasi tutte israeliane, che circondano Tulkarem e che rendono l'aria, il cibo e l'acqua inquinate. L'orgoglio della nostra città, fondata dai Cananei nel terzo millennio prima di Cristo, sono i numerosi ruderi di origine romana che la circondano. Ma prima ancora è la natura, con i suoi vigneti e i suoi ulivi, ad aver reso speciale questa zona. Il rischio è che non sarà così per molto tempo ancora». Gli chiediamo cosa significhi essere, ai giorni nostri, un giovane cittadino di Tulkarem: «Non abbiamo libertà di movimento. Inoltre non c'è lavoro e l'economia è molto debole. Dalla Guerra del '67 e fino alla Seconda Intifada, nel 2000, avevamo un precario sistema economico, sia pur figlio dell'occupazione. Gli israeliani venivano a comprare i nostri prodotti e noi andavamo a lavorare sulla costa. Oggi tutto ciò è impensabile e le uniche fonti di sussistenza provengono da una piccola industria tessile e dal lavoro nei campi».
Al termine della breve conversazione con Ghassan ordiniamo humus, tabbouleh, funghi, patate, insalata, cetrioli, pomodori, un piatto di salse non meglio identificate e acqua. Il prezzo finale è di 8 shekel a persona, poco più di un euro e mezzo.
Lasciato "Muhanna" ci addentriamo nei mercati della frutta, tra i canti dei mu‘adhdhin e le urla dei venditori. Non c'è una povertà evidente, anche se numerosi palazzi, soprattutto quelli legati all'Impero Ottomano, sono fatiscenti. Circa il 50 percento della popolazione non ha accesso ai servizi telefonici. Le donne usano quasi tutte l'hijab, il velo che copre il capo.
A conclusione di un breve tour che tocca il "Karmul Coffee House" (per lo più frequentato dagli anziani del posto) e lo storico panificio "Abu Issa", confluiamo nella piazza centrale, piena di ragazzi. Anche qui ci aspettiamo diffidenza e troviamo al contrario sorrisi e cortesia. Non possiamo fare a meno di pensare quanto diversa potrebbe essere la vita in questa regione se palestinesi e israeliani mettessero da parte i muri, mentali e fisici, e iniziassero a parlare. Se non vivi l'altro dall'interno è facile lasciarsi andare a valutazioni sommarie. È facile riuscire a non dargli un volto e a non vivere il suo dramma.
Oggi più che mai il bene supremo deve essere la mediazione e la riconciliazione tra questi due popoli. Non per un approccio pilatesco lontano dalla realtà, ma solo perché, mutuando un motto neokantiano al quale era solito ispirarsi Martin Buber, «la pace è possibile perché è necessaria».