Una fattoria imprigionata dal muro. Una famiglia che resiste
dal nostro inviato
Christian Elia
Muri di campagna. Bilal Jado è un ragazzo palestinese di 21 anni, alto e
forte. Vive in una fattoria alle porte di Betlemme, in mezzo alla campagna e
agli animali, dove la sua famiglia risiede da generazioni.
Il viso di Bilal s’illumina quando mostra orgoglioso le
terre coperte di ulivi dove è nato, ma s’incupisce quando indica il muro. Alto,
freddo, grigio. Il muro di separazione che il governo israeliano ha cominciato
a costruire nell’estate del 2002 è apparso all’improvviso nella vita di Bilal
e
della sua famiglia. “Ovviamente, sapevamo quello che stava succedendo, ma non
pensavamo che sarebbe arrivato così presto”, racconta Bilal. “Una mattina sono
venuti qui alcuni uomini in abiti civili. Hanno annunciato alla mia famiglia
che i lavori per la costruzione della barriera stavano per cominciare nella
campagna attorno a casa nostra. Hanno offerto un indennizzo per abbandonare la
terra dove tutti i miei familiari ed io stesso siamo nati. La sera mio padre ci
ha riuniti tutti in cucina. Ci ha chiesto cosa ne pensassimo, ma in realtà
tutti conoscevamo già la risposta”.
“Per quanto la nostra vita potesse diventare dura – dice
Bilal - nessuno di noi voleva lasciare
la nostra casa. Qualche giorno dopo la visita di quelle persone, sono arrivati
i bulldozer e i camion. Adesso c’è quello che potete vedere guardando fuori”.
Dalla veranda della casa di Bilal, all’ombra di rampicanti
che sembrano eterni, il muro si vede in tutta la sua lunghezza. Chilometri di
cemento, torrette di guardia e sistemi di sicurezza sofisticati. “Noi cerchiamo
di continuare a vivere normalmente”, spiega il ragazzo, “ma niente è più come
prima”.
Le barriere tra gli uomini. Il muro in questa zona rientra nel tratto della barriera
chiamato
Jerusalem envelope, pensato
per annettere a Gerusalemme gli insediamenti israeliani sorti attorno a
Betlemme.
La fattoria degli Jado resta all’interno della barriera e
viene separata da Betlemme. E la famiglia di Bilal, nove persone in tutto,
resta sospesa in una sorta di limbo amministrativo. “La nostra posizione è
particolare”, spiega Azem, lo zio di Bilal, mentre guarda malinconico le terre
che appartenevano alla sua famiglia e che adesso sono state requisite, “viviamo
in territorio israeliano, ma non abbiamo i documenti. I funzionari israeliani
ce lo hanno spiegato: loro annettono le terre, non le persone che ci vivono.
Quindi non siamo in possesso dell’ID Card
(documento di riconoscimento che la municipalità di Gerusalemme rilascia ai
residenti che possono grazie a quella entrare in città ndr) e perciò non possiamo andare a Gerusalemme. Ma, allo stesso
tempo, il muro ci separa da Betlemme e, quando i lavori saranno terminati, non
potremo più andare a far la spesa in città: saremo da questa parte del muro.
Non più cittadini di Betlemme, non ancora cittadini di Gerusalemme. Contiamo
sulla solidarietà di amici che hanno i documenti per fare compere e soprattutto
per vendere i prodotti della fattoria…per vivere insomma”.
“Per il governo israeliano – continua zio Azem - è come se non esistessimo, anche se comunque
dobbiamo pagare le tasse. A volte, ci viene in mente che forse il muro lo
costruiscono con i nostri stessi soldi. Ma dalla nostra casa non ci muoviamo”.
Quanto sia cambiata la vita della famiglia Jado lo si
capisce dal piccolo Zyad, il fratellino di 8 anni di Bilal. Due anni fa, per
andare a scuola, il bimbo impiegava venti minuti. Giusto il tempo di
trotterellare, con uno zainetto troppo grande per lui, dietro al fratello che
portava le pecore al pascolo e di raggiungere poi Betlemme. Adesso Zyad è
costretto a compiere un giro tutto attorno al muro per raggiungere la scuola
più vicina dove gli è consentito andare. C’impiega due ore. “Lo devo
accompagnare”, racconta Bilal con un atteggiamento paterno che stride con i
suoi 21 anni, “troppa strada da fare da solo. Perdo tanto tempo, ma per il suo
bene lo faccio. Io ho smesso presto di studiare, ma Zyad deve continuare. Ho
cominciato subito a occuparmi delle pecore e mi è sempre piaciuto girare per
queste terre, mi sentivo libero. Potevo rilassarmi e godermi l’aria fresca, ma
adesso devo stare attento perché i lavori continuano ogni giorno e la mattina
troviamo un tratto nuovo di muro. Tempo fa mi potevo anche distrarre, perché
tanto le pecore conoscevano perfettamente l’area attorno alla fattoria. Adesso
anche loro sono smarrite, Sharon -
aggiunge Bilal scoppiando a ridere - dovrebbe scusarsi anche con loro”.
Sembra che in futuro, una volta finiti i lavori di costruzione, verranno
predisposti dei cancelli per l’attraversamento del muro. I pass saranno
rilasciati a chi dimostrerà di avere una necessità assoluta di doversi recare
a
Betlemme. Vivendo del lavoro della loro fattoria, la famiglia Jado
difficilmente godrà di questo permesso. “Non credo che al governo israeliano
interessi il fatto che ho tutti i miei amici dall’altra parte”, racconta Bilal.
“Per ora, facendo dei chilometri e aggirando il muro nella zona dove non è
stato terminato, riesco a raggiungere Betlemme, ma alla fine resterò lontano da
tutte le persone che conosco da sempre, dai ragazzi con i quali sono cresciuto
e che per me sono come fratelli”.
L'orizzonte negato. Bilal si fa strada attraverso gli ulivi per mostrare la
strada che percorre la sera dopo il lavoro per incontrare i suoi amici. Dopo
una mezz'ora buona di cammino tra sassi e alberi rimasti, visto che i lavori
per la costruzione del muro hanno comportato l’abbattimento di centinaia di
piante, incontra un gruppo di coetanei che passano il tempo a chiacchierare
vicino al muro. “Non c’è lavoro”, spiega Bilal quasi a cercare di giustificare
i suoi amici, “non hanno nulla da fare e allora vengono qui, per stare
assieme”. Sono in tanti e si assomigliano. Tutti ripetono le stesse accuse:
“gli israeliani ci rubano la terra e abbattono i nostri alberi che
rappresentano la nostra identità, ci chiudono in un ghetto”. Si sfogano tirando
sassi contro la barriera, guardati a vista da uomini armati che presidiano lo
svolgimento dei lavori. Si sfogano scrivendo sul muro minacce e slogan e, uno
di loro dotato di particolare fantasia, ha disegnato le orme di un paio di
piedoni enormi che scavalcano il muro.
“Puoi chiudere qualcuno oltre un muro”, spiega Bilal con un sorriso
amaro, “ma non puoi impedirgli di fantasticare. Io penso che, a fatica, potrei
accettare di vivere in questo modo. Potrei accettare di fare i salti mortali
per fare la spesa. Potrei accettare di fare dei chilometri per raggiungere un
luogo che in linea d’aria dista pochi metri. Potrei accettare d’incontrare i
miei amici da qualche altra parte, ma quello che proprio non riesco ad
accettare è il fatto che qualcuno ha cambiato il mio orizzonte. Da quando sono
nato l’unico viaggio che potevo permettermi era quello immaginario che compivo
guardando libero l’orizzonte. Oggi questo muro me lo impedisce. No…questo non
lo accetterò mai”.