dal nostro inviato
Christian Elia
Rinunciare a un sogno. Sono tante le persone che hanno la passione per la macchina da presa e, quasi
tutte, sognano di sfondare, di diventare famose, arrivando magari a Hollywood.
Ma c’è anche qualcuno che arriva a un passo da quel mondo di luci e lustrini e
rinuncia a tutto perché si sente più utile da qualche altra parte. Come Najwa
Najjar, giovane regista palestinese.
“Io sono fortunata, ho avuto la possibilità di studiare all'estero, negli Stati
Uniti, a Washington per la precisione”, racconta Najwa, “ho studiato economia,
ma la mia vera passione è sempre stata il cinema. Sono riuscita a entrare nel
circuito dei festival alternativi statunitensi che offrono molte possibilità ai
giovani registi. Il mio lavoro piaceva. Il mio stile, un po' onirico, riscuoteva
molto successo. Mi hanno offerto di entrare in una casa di produzione americana,
ma ho rifiutato. Per me era troppo importante restare libera di esprimermi fuori
da logiche commerciali e allora ho deciso di tornare a casa”. Najwa torna a vivere
in Palestina, tra Ramallah e Gerusalemme, e fonda la casa di produzione Ustura. Il suo lavoro si lega sempre più ai problemi del suo popolo e della sua terra.
“Ho cominciato a raccontare le storie di tutti i giorni, quelle che qui capitano
a tutti prima o poi e a usare il documentario come strumento”, spiega la regista
palestinese, “perchè volevo comunicare la difficoltà che incontra un giovane che
nasce qui. Allora ho girato un cortometraggio sulla quotidianità di un ragazzo
che deve attraversare il check-point di Qalandia, oppure un documentario sulle
origini della mia famiglia.
I miei nonni erano di Jaffa che era araba e adesso non lo è più. Ho ripercorso
con mia nonna i luoghi della sua infanzia e ho raccontato la sua sensazione di
smarrimento di fronte a un luogo che le apparteneva e che adesso non riconosce
più. Un viaggio nella memoria del mio popolo e di questa terra”. Najwa Najjar
è una di quelle persone che ha il potere d'ipnotizzare l'ascoltatore. Parla con
un entusiasmo contagioso del suo lavoro e della sua terra, come se le due cose
fossero indissolubilmente legate. L'appuntamento per l'intervista è al caffè del
teatro al-Kasaba di Ramallah, dove la sera prima è stato presentato in anteprima l’ultimo lavoro
di Najwa. Un documentario dal titolo Blue Gold, che illustra a modo suo il problema dell’accesso alle risorse idriche in Palestina.
La grande sete. “Quando mi hanno presentato il progetto ero diffidente...Non avevo mai fatto
documentari su commissione prima e non la ritenevo una forma di espressione adatta
a me. Temevo che, dovendo lavorare per illustrare i progetti di alcune organizzazioni
governative e non, la mia libertà artistica potesse risultarne compromessa. Invece
mi hanno lasciato carta bianca. Allora ho accettato e, alla fine, lavorare a questo
documentario sul problema delle risorse idriche in Palestina mi ha entusiasmato.
L'acqua mi è parsa metafora di una condizione dell'essere umano, una metafora
del diritto stesso alla vita. Temo che sarà l'obiettivo di una prossima guerra”.
Il progetto è dell'organizzazione non governativa italiana
GVC (Gruppo di Volontariato Civile) e del Palestinian Hidrology Group, una ong indipendente
palestinese tra la più antiche, finanziato dall'ECHO (European Commission Humanitarian
aid Office), l'ufficio della Commissione Europea che si occupa della cooperazione
allo sviluppo. Il progetto consiste in due elementi chiave: da un lato costruire
delle cisterne che permettano alla popolazione palestinese di raccogliere l'acqua
piovana, garantendosi così una indipendenza per l'approvvigionamento idrico e,
dall'altro, riparare i pozzi dei palestinesi. Questi esistevano già, ma la loro
manutenzione viene impedita dai rapporti tesi con gli abitanti degli insediamenti
ebraici che hanno il controllo dei pozzi e che spesso finiscono per attuare rappresaglie
contro i palestinesi impedendo loro l'accesso all'acqua.
Il documentario di Najwa finisce per andare ben oltre la testimonianza del lavoro
svolto dalle organizzazioni e riporta il problema della scarsità dell'acqua a
un livello familiare. Una delle immagini più forti è quella che mostra la madre
della famiglia palestinese protagonista del racconto mentre pone un panno sull'orlo
del secchio, usato per raccogliere l'acqua che serve alla sua famiglia per sopravvivere.
Il panno serve da filtro, blocca i vermi che rendono l'idea del livello d'inquinamento
della fonte. La mamma allarga le braccia rispondendo alla domanda della regista
e risponde: “Lo so bene che è sporca, ma la mia famiglia deve vivere”.
“Uno degli aspetti più gratificanti della serata”, racconta la regista mentre
si accomoda in un divanetto del caffè, “è stata la partecipazione numerosa di
tanti giovani. Mi ha fatto davvero piacere”, commenta soddisfatta. “Come il dibattito
appassionato che ha seguito la proiezione – spiega - segno di una voglia di partecipare
in prima persona e di capire e di risolvere i problemi della propria comunità
che tanti giovani di paesi con meno problemi hanno dimenticato”.
La voglia di rendersi utili è qualcosa che Najwa conosce bene. La sua sembra
un'appassionata difesa del ruolo politico-sociale dell'intellettuale, ma non è
così e anzi, quando le viene chiesto se ritiene che il suo contributo sia fondamentale
al riconoscimento dei diritti e dei problemi palestinesi, quasi si offende.
“Qui il problema è un altro”, spiega la regista, “io mi esprimo con la macchina
da presa e il mio contributo lo do in questa maniera. Ma ognuno fa il suo e credo
che sia molto più difficile lottare ogni giorno per la propria dignità e i propri
diritti in un campo da coltivare o in una fabbrica che facendo documentari. Lo
stesso discorso vale per il mio essere donna. Provo rabbia quando qualcuno mi
chiede se, in quanto donna, mi sento portatrice di un riscatto o di un messaggio
particolare. Nessun messaggio particolare, faccio quello che so fare...Ed è molto
più comodo di chi vive il dramma quotidiano di sfamare una famiglia. Anche quelle
sono donne e nessuno le trova speciali”.
Idee chiare. Ha le idee chiare Najwa e i suoi occhi fiammeggiano determinati. Nessun argomento
viene aggirato con diplomazia, neanche quello del terrorismo. “La condanna di
ogni episodio di violenza è assolutamente determinante per me”, spiega l'artista,
“ma credo che si debba uscire dal meccanismo della colpa collettiva. Se qualcuno
commette un gesto scellerato ne è responsabile in prima persona...non è possibile
far ricadere le conseguenze del suo gesto sulla sua famiglia o peggio ancora,
sul suo popolo”. Una scelta coraggiosa la sua. Rinunciare al successo che era
a portata di mano per tornare in un Paese martoriato dalla guerra e dal terrorismo,
dove il mestiere di regista incontra delle difficoltà anche pratiche. “Qui il
problema non è il talento, ma l’organizzazione del lavoro”, racconta Najwa, “uno
dei motivi che mi hanno spinta a tornare è la possibilità di creare una struttura
per chi come me fa cinema o documentari. I registi non mancano, anzi. Il vero
problema sono le maestranze, i tecnici. Tutti s’improvvisano autori, senza alcuna
preparazione specifica, e nessuno pensa a creare una professionalità per i tecnici.
Io mi sforzo di lavorare con le persone del posto. Sarebbe troppo facile far arrivare
i tecnici da Londra o da Parigi. Bisogna lavorare con i ragazzi palestinesi e,
dove non arriva la preparazione specifica, si supplisce con un gran cuore. Questo
per adesso basta ad andare avanti, ma spero che prima o poi, in una situazione
più serena, si possa lavorare sulla preparazione specifica”.
L'intervista è finita e Najwa saluta. L'aspetta la sua macchina da presa, strumento
per dare voce alla sua gente. Senza retorica.