04/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il calcio e l'Iran: dagli eroi che battono gli Usa alla contestazione ad Ahmadinejad

I campionati di calcio del 1998 sono, per tanti amanti del pallone, legati per sempre all'immagine triste del bomber brasiliano Ronaldo che, sconfitto in finale dai francesi, scende le scalette dell'aereo che lo riportava in Brasile tremante come un bimbo ferito.

Vicini, almeno in campo. Non sono in tanti, invece, a ricordare un'anonima partita del girone F di qualificazione. SI gioca a Lione, stadio Gerlan, davanti a soli 39mila spettatori, che per un mondiale sono quasi niente. D'altronde il girone ha già emesso i suoi verdetti, qualificando al turno successivo (come da pronostico) Germania e Serbia-Montenegro. Quella, però, non era una partita come le altre.
Per la prima volta nella fase finale di un mondiale di calcio si incontrano l'Iran e gli Stati Uniti. I due paesi, dopo la rivoluzione guidata dall'ayatollah Khomeini nel 1979, non hanno rapporti diplomatici. Anche perché alcuni miliziani sciiti assaltarono l'ambasciata Usa a Teheran quell'anno, sequestrando per 444 giorni 52 persone. I rapporti tra Iran e Usa non sono mai cambiati, ma quel giorno tutti guardavano con il fiato sospeso alla partita e a quello che poteva accadere.
Il clima che aleggiava sullo stadio Gerlan di Lione, in Francia, il 21 giugno 1998, lo racconta Urs Maier. L'ex arbitro svizzero, dopo aver smesso la carriera di direttore di gara a livello internazionale, in un'intervista concessa molti anni dopo, la ricorda così quel giorno per il quale era stato scelto come arbitro. ''E' stato il momento più intenso della mia carriera. Prima del fischio d'avvio la tensione era insopportabile. Come reagiranno le due squadre? Cosa accadrà allo stadio? Mi troverò nella condizione di sospendere il match?''.

La paura di Urs. Il povero Meier non sapeva cosa aspettarsi, magari avrà anche maledetto quell'urna che gli ha affibbiato questa patata bollente che di calcistico non aveva nulla, ma di politico fin troppo. D'altronde il povero Meier è svizzero e a qualche dirigente della Fifa sarà sembrato l'uomo ideale.
La serata aveva, in effetti, in serbo un colpo di scena per l'arbitro, per la Fifa, per i tifosi allo stadio e a casa. Le formazioni dell'Iran e degli Usa, dopo essere entrate in campo, contravvenendo al protocollo delle manifestazioni ufficiali, non si dividono per le foto di rito, ma si uniscono a centrocampo (tirando per la manica anche l'arbitro Meier) per una foto ricordo storica. Tutti assieme. ''Di grandi emozioni ne ho vissute tante nei campi di tutto il mondo'', spiegò Meier, ''ma quell'abbraccio spontaneo me lo ricorderò per sempre''. Le delegazioni ufficiali, infatti, non hanno mai commentato il gesto, confermando le indiscrezioni secondo cui il gesto fu improvvisato dai giocatori senza che nessuno ne fosse a conoscenza. Restava da giocare una partita e la vinse l'Iran. A livello tecnico non è che la contesa sia finita nei manuali del calcio, ma per l'Iran è stato un trionfo sportivo enorme. Battere gli Usa, abbraccio o no, era una gran bella soddisfazione, anche se nello sport meno popolare negli Usa. I marcatori di quel match, vinto 2-1, divennero eroi nazionali.
Hamid Estili e Mehdi Mahdavikia scolpirono il loro nome nell'albo d'oro della storia dello sport iraniano, mentre il povero McBride che accorciò le distanze alla fine non se lo ricorda nessuno.

Il terzino di Allah. I simboli, però, a volte sfuggono di mano. Il giugno 2009 non è voluto essere da meno di quello del 1998 e la storia è tornata a divertirsi con il calcio per lasciare il segno nei cuori e negli occhi della gente. Il 25 giugno 2009 è in programma a Seul la partita Corea del Sud - Iran, valevole per le qualificazioni ai mondiali in Sudafrica del 2010. Sono giorni di fuoco in Iran: all'inizio del mese si sono tenute le elezioni presidenziali e ha vinto il presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad. Tanta gente, però, è convinta che le elezioni siano state al centro di pesanti brogli. L'opposizione va in piazza, il regime usa il pugno di ferro, sporcando di sangue le strade di Teheran. Il simbolo dei rivoltosi è il colore verde, indossato in qualsiasi modo. Mentre le formazioni di Iran e Corea del Sud si dispongono per la foto ufficiale, alcuni fotografi notano e riprendono i giocatori che indossano una fascetta verde al polso. Non è un caso. In Iran accade un putiferio, con gli oppositori che salutano i calciatori come eroi e il governo che ne sospende quattro da tutte le manifestazioni sportive, intimando loro di non rilasciare dichiarazioni e di rimuover ela fascia nell'intervall della partita. Sei su undici non si piegano. Quattro la pagheranno cara: Alì Karimi, Hosein Ka'abi e Vahid Hashemian. Ne manca uno, forse quello che più di tutti ha fatto irritare il governo di Teheran. E' proprio Mehdi Mahdavikia, autore dello storico gol contro gli Stati Uniti nel Mondiale del 1998. Alla fine è stato perdonato e oggi Mahdavikia, dopo anni in Germania, è tornato a vivere e giocare nel suo Paese. Il merito di quella rete agli Usa gli è valso un perdono del governo. D'altronde la leggenda narra che lo stesso Khomeini, preso il potere, avesse voluto bandire il gioco del calcio. La fatwa non venne mai applicata del tutto e lo stesso ayatollah, da ragazzo, pare fosse un ottimo terzino.

Il terzo tempo - Lo speciale mondiali di PeaceReporter

Christian Elia

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