Nel 1929 la Gran Bretagna, ancora potenza coloniale in Sudan, Uganda, Kenya e Tanzania, dopo aver concesso nel 1922 un’indipendenza col guinzaglio all’Egitto, sigla un accordo con quest’ultimo per lo sfruttamento delle acque del Nilo, che assegna al Paese dei Faraoni il diritto di usare 48 miliardi di metri cubi l’anno e al Sudan 4 miliardi, dimenticandosi completamente degli altri Paesi del bacino che si trovano più a monte, verso le sorgenti. L’Etiopia, che produce l’85 per cento dell’acqua del fiume ed era già uno Stato sovrano, non viene affatto consultata.
Un altro accordo nel 1959, tra Egitto e Sudan, porta la quota egiziana a 55.5 miliardi di metri cubi e quella sudanese a 18.5, su una portata annua totale di 84 miliardi di metri cubi, il ché significa che Egitto e Sudan controllano insieme il 94 per cento dell’intero flusso, lasciando agli altri sette Paesi del bacino solo il 6 per cento.
Se solo gli Stati equatoriali insieme dovessero mettere un milione e mezzo di ettari di terra sotto irrigazione, e potrebbero fare molto di più, devierebbero 10 miliardi di metri cubi d’acqua dal solo Nilo bianco, uno dei due affluenti che si incontrano a Khartoum.
Inoltre gli accordi prevedono che una commissione Egitto - Gran Bretagna avrebbe supervisionato tutti i progetti futuri che potevano influenzare il corso del fiume, lasciando al Cairo l’autorità di approvare ogni progetto posto in essere dagli altri Paesi, una sorta di diritto di veto. L’accordo era strettamente bilaterale e ad eccezione del Sudan non prevedeva di concedere l’uso futuro dell’acqua a nessun altro Paese. In altre parole era esplicitamente previsto che risorse naturali interne al territorio di Stati sovrani non fossero a disposizione di questi Stati, ma sotto il controllo di uno Stato esterno, senza peraltro che una tale condizione fosse raggiunta con negoziati, ma solo per imposizione arbitraria. Tali accordi sono grosso modo ancora in vigore.La natura delle controversie che portano ora Egitto e Sudan a non firmare il protocollo d’intesa sull’acqua del Nilo, disertando la riunione del 14 maggio a Entebbe, in Uganda, si appuntano sull’articolo che ha a che fare con la sicurezza delle acque e su come verranno usate, il 14(b), che tocca i diritti storici di utilizzo della risorsa idrica. Tra i progetti di sviluppo previsti dal trattato del 1959 c’era la diga di Roseires in Sudan, per la produzione di energia idroelettrica, per la quale Khartoum ha siglato un contratto da 396 milioni di dollari con due imprese cinesi. C’è poi il canale di Jonglei nel sud del Paese, uno dei più importanti progetti integrati con l’Egitto, in una zona dove un sistema naturale esteso e massivo di paludi rallenta il corso del Nilo bianco, che qui perde una grossa parte della sua acqua per evaporazione. Finanziato in parte dal Cairo il progetto viene abbandonato nel 1983 a causa della guerra civile, per gli attacchi dei ribelli del sud. Il prossimo anno, nel 2011, si terrà un referendum in Sudan con il quale il sud potrà decidere di separarsi dal resto del Paese e questo introdurrebbe un ulteriore livello di complessità in uno scenario già frastagliato, con la nascita di un nuovo soggetto nel cui territorio scorre il 20 per cento dell’intero corso del fiume. Per quanto riguarda l’Egitto poi, l’accordo prevedeva la costruzione di una diga lungo il confine sudanese, con lo scopo di regolare il corso del fiume per rispondere in modo efficace alle siccità ricorrenti.
Il Premier etiope riconfermato in maggio, Zenawi, da parte sua ha affermato di voler realizzare il progetto di una grande Etiopia, in cantiere da cento anni, e di voler sfruttare le potenzialità del Nilo. La più importante opera in tal senso è la diga idroelettrica di Tana Beles, sul Nilo azzurro, la più grande d’Etiopia con una potenza di esercizio di 460 Megawatt e un costo di 70 milioni di dollari. Gestita dalla Ethiopian Electric è inserita nel progetto di rete di trasmissione ad alto voltaggio, rete a 400 Kv, per le lunghe distanze ed è in corso di realizzazione tra il lago Tana e il fiume Beles, affluente del Nilo Blu, a 370 chilometri a nord di Addis Abeba. L’impresa appaltatrice è l’italiana Salini Costruttori, ma imprese cinesi sono pronte a investire anche qui per 900 milioni di dollari, e in Etiopia ci sono due altri progetti: Tekeze, centrale di 300 Mgw e Gilgel Gibe II da 420 Mgw. Se l’Etiopia dovesse realizzare tutto questo diverrà esportatrice di energia. L’Egitto ha già protestato contro la realizzazione di Tana Beles, ma in Etiopia, Paese dalla non pacifica convivenza tra governo e opposizione, con accuse ricorrenti di brogli elettorali, sulla firma del CFA, ovvero del Cooperative Framework Agreement, il protocollo sull’acqua, governo e opposizione si sono trovati subito d’accordo.
L’Uganda dal canto suo ha un piano di sviluppo per l’irrigazione che riguarda i prossimi 25 anni, di cui uno dei nodi fondamentali è la Bujagali Hydroelectric Power Station, sul Nilo.
Di una cosa va tenuto conto: nel corso del tempo il Nilo sta perdendo portata, il suo flusso è in declino continuo dal diciannovesimo secolo. Ad Assuan, dove sono state effettuate le misurazioni, nel periodo dal 1870 al 1899 la portata annua era di 110 miliardi di metri cubi, scesa a 83 tra il 1899 e il 1954 e infine a 81,5 miliardi tra il 1954 e il 1988.
Ma esistono altri modelli di fiumi che attraversano più Stati e l’utilizzazione delle cui acque è regolata per negoziazione, e solo per citarne alcuni ci sono il Reno e il Danubio in Europa, o il Rio delle Amazzoni in Sud America.
Un modello di gestione di questo tipo dovrebbe essere quello della Commissione permanente alla quale il protocollo di cooperazione vorrebbe condurre.
Per tutte le nazioni coinvolte, inoltre, il ruolo giocato storicamente dall’Egitto e dalla figura del suo Presidente Gamal Nasser nella lotta di liberazione africana è un chiaro motivo di riconoscenza al Paese delle piramidi. Sarebbe tragico un epilogo in cui queste nazioni dovessero ritrovarsi in conflitto tra loro per una questione che si potrebbe risolvere con molto meno.
Alessandro Micci