29/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Entrano nel vivo le trattative tra Karzai e i talebani. L'ex Alleanza del Nord minaccia la guerra civile. A Washington si pensa a una divisione etnica del paese

Pur di uscire dal pantano afgano, gli Stati Uniti sono pronti a lasciare l'Afghanistan in mano ai talebani e al Pakistan. Dopo aver rinunciato a lanciare l'offensiva di Kandahar, l'amministrazione Obama - nonostante lo scetticismo di facciata - sta di fatto avallando i negoziati tra Karzai e talebani, apertamente mediati dai vertici militari pachistani.

Il capo di stato maggiore, generale Ashfaq Parvez Kayani, e il direttore dei servizi segreti pachistani (Isi), generale Ahmad Shuja Pasha, stanno facendo in questi giorni la spola tra Islamabad e Kabul per promuovere un accordo politico tra Karzai e il talebani della famigerata rete di Haqqani (cui fa capo la resistenza afgana attiva nel sud-est dell'Afghanistan, nelle province sul confine pachistano).
Sembra che la scorsa settimana, nel corso di uno di questi incontri, vi sia stato addirittura un faccia a faccia tra il presidente afgano e il comandante Siraj Haqqani, leader del gruppo ribelle.
Come nei precedenti incontri - sempre mediati dai generali pachistani - con le altre due 'anime' della resistenza talebana (emissari della Shura di Quetta del mullah Omar e dell'Hezb-i-Islami di Gubuddin Hekmatyar), pare si sia discusso del loro ingresso al governo e dell'affidamento di alcune province alla loro amministrazione.

Una prospettiva inaccettabile per le minoranze non-pashtun (tagichi, hazara e uzbechi) che i talebani li hanno combattuti fino al 2001 sotto le insegne dell'Alleanza del Nord.
''E' incredibile sentire Karzai che ormai parla dei talebani appellandoli con il suffisso 'jan', segno di stima e affetto'', ha dichiarato Abdallah Abdallah, leader politico della minoranza tagica e sfidante di Karzai alle ultime elezioni presidenziali. ''I talebani non si accontenteranno di qualche ministero o di qualche provincia: cercheranno di prendersi tutto''.
Per Mohammed Mohaqeq, leader della minoranza hazara, ''Karzai sta creando le premesse per una guerra etnica: il futuro del paese si preannuncia molto fosco''.
''Così facendo Karzai sta riaprendo vecchie ferite: se i talebani torneranno al potere e useranno la violenza, noi torneremo a combatterli e l'Afghanistan sarà diviso''.

Fin dal 2001, in Afghanistan, esercito e polizia sono dominio esclusivo dei tagichi e delle altre minoranze non-pashtun. Soldati e poliziotti afgani sono quasi tutti ex-mujahedin dell'ex Alleanza del Nord, rimasti fedeli ai rispettivi ai loro vecchi leader, per cui sono sempre pronti a tornare a combattere.
Se a questo si aggiungono i progetti della Nato su un crescente ruolo dell'India nella cooperazione militare con le forze di sicurezza afgane (l'avverarsi di un incubo, dal punto di vista del Pakistan), le probabilità che il ritorno al potere a Kabul dei talebani filo-pakistani scateni una nuova guerra civile aumentano esponenzialmente. L'Afghanistan come il Kashmir: terreno di scontro indiretto tra due potenze nucleari.

Per consentire il ritorno al potere dei talebani, evitando però questi sanguinosi e inquietanti effetti collaterali, negli ambienti politici e diplomatici di Washington si sta facendo strada l'ipotesi di una spartizione consensuale dell'Afghanistan.
A prefigurare questo esito, addirittura come inevitabile, è stato nei giorni scorsi il grande vecchio della politica estera americana: l'ex segretario di Stato, Henry Kissinger. L'anziano ma ancora molto influente uomo politico ha scritto sulle colonne del Washington Post: ''Il risultato realistico probabilmente è una confederazione di regioni feudali semiautonome prevalentemente a base etnica, che interagiscono fra di loro attraverso intese tacite o esplicite. La strategia degli Stati Uniti, per quanto creativa, non può cambiare questa realtà''.

Enrico Piovesana

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