In Cina è in corso l'ennesimo giro di vite sui funzionari corrotti.
Mentre i media danno quotidianamente notizia di punizioni esemplari, il Consiglio di Stato (leggi "il governo") e il Comitato Centrale del Partito comunista hanno varato una serie di misure che irrigidiscono i controlli sui "nuovi mandarini". Il varo del nuovo pacchetto coincide con un sondaggio del Quotidiano del Popolo, secondo cui la corruzione è percepita dai cinesi come l'ostacolo principale verso una crescita sia accelerata sia equa. Soprattutto in tempi di crisi globale.
Le nuove regole impongono ai funzionari di dichiarare ogni cambiamento di stato civile e tutti i redditi propri e dei familiari, anche qualora risiedano all'estero: salari, proprietà immobiliari, investimenti in borsa, nei fondi assicurativi e in qualsiasi prodotto finanziario.
Le dichiarazioni andranno fatte su base annua alle sezioni locali del partito, i cui uffici organizzativi e disciplinari - così come i pubblici ministeri - potranno in qualsiasi momento accedere alla documentazione.
La pena prevista in caso di mancata dichiarazione o dati incompleti è il licenziamento. Finora scattava un semplice richiamo.
Si tratta di una vera e propria stretta che intende colpire un fenomeno in espansione ma anche, come di consueto, lanciare un messaggio all'interno e all'esterno del Celeste Impero.
In Cina, le titubanze delle autorita di Pechino rispetto al varo di una tassa sulla proprietà potrebbero acuire i malumori di quanti vi leggono la volontà di non fare i conti in tasca ai nuovi ricchi, funzionari pubblici compresi. Le misure - così come la pubblicazione del sondaggio del "Renmin Bao" - intendono comunicare che Pechino ha ben chiaro il problema e intende colpire duro.
I regolamenti anticorruzione sono in vigore dal 1995, con successive revisioni del 1997 e del 2006 che hanno reso le procedurte più stringenti.
Il salto di qualità odierno è rappresentato sopratutto dall'allargamento dei controlli al guanxi, la rete relazionale estesa che è il nucleo base della società cinese: un funzionario è responsabile non solo per sé, ma per la propria famiglia.
L'attuale aggiunta lascia però intatto il problema di chi controlla chi: i funzionari dovranno infatti dichiarare i propri redditi a ufficiali di grado superiore. Da più parti, sia tra gli accademici sia tra la gente comune, si richiede invece che la documentazione sia resa pubblica. E i giornali - segno che la Cina non è più un monolite - riportano il dibattito.
Quanto al resto del mondo, le nuove regole di Pechino servono anche a riaffermare un principio di sovranità: il malaffare interno è affar nostro, i panni sporchi ce li laviamo in famiglia.
La Cina è infatti nel mirino delle agenzie anticorruzione Usa che, grazie alla posizione di rendita offerta dal fatto che Wall Street si trova sul suolo americano, possono far sentire il loro peso anche oltre Muraglia.
In base al Foreign Corrupt Practices Act del 1977 (Fcpa), la legge statunitense può infatti colpire le imprese Usa che corrompono funzionari stranieri ma non solo: sanziona anche le compagnie non americane che sono però quotate alla borsa di New York. Praticamente tutte le multinazionali.
Ne ha fatte le spese per esempio la Siemens, che nel 2008 ha dovuto pagare una multa di 450 milioni di dollari per violazione del Fcpa proprio in Cina (e in altri Paesi).
E il 17 giugno, la Trace International - un'organizzazione non-profit di Annapolis che nega però ogni collegamento con il governo Usa - ha pubblicato un rapporto in cui colloca la Cina al terzultimo posto nella classifica della corruzione planetaria (fanno peggio solo Iraq e Nigeria).
Manovra a tenaglia per ostacolare, o comunque screditare, il business in terra cinese?
Dietro l'apparenza di una comunità d'intenti tra gli uffici giudiziari delle due superpotenze, si intravede la guerra fredda degli affari.
La corruzione può diventare l'ennesima leva nelle mani di Washington per fare pressioni su Pechino.
Gabriele Battaglia