L'efficacia delle sanzioni commerciali imposte all'Iran viene messa in continua discussione dai traffici contrabbandieri di petrolio e altri beni che, secondo i desideri di Washington, non dovrebbero mai giungere in terra persiana. Il passaggio quotidiano di decine di migliaia di litri di greggio e benzine dal Kurdistan iracheno alla frontiera iraniana provoca un crescente imbarazzo a Baghdad nei confronti dell'alleato statunitense - che potrebbe imporre penalità a suo carico per la violazione delle sanzioni unilaterali recentemente firmate dal presidente Barack Obama - e aumenta le distanze tra il governo centrale e quello semiautonomo della provincia curda che, di fatto, ha la gestione esclusiva di un terzo di tutte le riserve petrolifere irachene.
Baghdad non può permettersi di sorvolare sull'argomento: deve dar conto della cosa non solo a Washington, ma anche ai cittadini iracheni che in un momento così delicato non potrebbero comprendere l'esportazione di benzine raffinate mentre l'Iraq si vede costretto a importare gasolio dall'estero. I curdi sembrano non voler discutere la questione con il governo, dal momento che ritengono esaurito il mandato dell'esecutivo e il ministro di Kirkuk per le Risorse Naturali, Ashti Hawrami, ha rilanciato accusando il governo di Baghdad. Secondo quanto affermato da Hawrami, il problema del contrabbando non ha origine a Kirkuk, quanto nel sud del paese: il governo di Baghdad starebbe usando il Kurdistan come capro espiatorio dovendo giustificare la vendita clandestina all'Iran di benzine raffinate in due industrie petrolifere nel centro dell'Iraq. In contrasto con quanto affermato da Hawrami, per il New York Times e l'Associated Press ci sarebbero, ogni giorno, migliaia di autotreni in fila lungo i posti di frontiera di Penjwin e Haj Omran. Stando alle testimonianze degli autisti, il greggio e le benzine vengono trasportate nei porti iraniani di Bandar Busher, Bandar Imam Khomeini e Bandar Abbas - tutti affacciati sul Golfo Persico - per poi essere riversati in cisterne portuali e petroliere.
Può sembrare strano che l'Iran, il maggior esportatore di greggio, abbia necessità di importare gasolio e benzina, ma il problema risiede nel numero esiguo di raffinerie presenti sul territorio che rende di fatto l'Iran dipendente dalle importazioni di carburante.
Ma chi gestisce il contrabbando? Il settimanale Newsweek ha concluso una brillante inchiesta i cui risultati evidenziano una supremazia in materia pressoché totale dei temuti e potentissimi Guardiani della Rivoluzione. Nelle loro mani scorrerebbe non soltanto il petrolio iracheno ma anche un contrabbando al minuto, da mercato nero, che comprende generi di consumo e di uso quotidiano. Il canale di Dubai è affollato di piccoli vascelli che fanno la spola tra l'emirato arabo e le coste iraniane trasportando cellulari, televisori, frigoriferi. E i Guardiani della Rivoluzione? Non confiscano nessun carico in cambio della loro parte che si traduce in una mini tangente di qualche migliaia di dollari.
Il problema vero, secondo diversi analisti e operatori del mercato, è che le sanzioni non fanno altro che arricchire i destinatari delle restrizioni. Se l'Onu e gli Stati Uniti intendono colpire i Guardiani della Rivoluzione per fermare il programma nucleare di Teheran, quella delle sanzioni non è la strada giusta. Chi sta pagando veramente è tutta quella rete di imprenditori - iraniani e stranieri - che hanno visto una drastica riduzione del volume d'affari costringendo alla chiusura circa quattrocento aziende. Invece, il volume d'affari del mercato nero è stimato intorno ai 12 miliardi di dollari, quasi tutti imputabili ai Guardiani della Rivoluzione che hanno goduto di una legislazione favorevole varata alla fine degli anni '80 quando l'allora presidente Akbar Hashemi Rafsanjani permise ai Guardiani di aprire e gestire imprese e di partecipare alle gare d'appalto. Ciò avrebbe permesso al corpo d'élite iraniano di avviare un sistema molto caro alle mafie utilizzando imprese di facciata per il riciclaggio del denaro. E non solo, i Guardiani hanno sempre goduto di una invidiabile logistica: nel 2002 Mehdi Karrubi, allora presidente del Parlamento, rivelò l'esistenza di numerosi porti illegali nel sud del paese e un suo assistente rese nota l'esistenza di 60 moli privati nelle mani dei Guardiani delle Rivoluzioni che controllavano anche 25 gates dell'aeroporto di Teheran sottratti completamente al vaglio degli ufficiali doganali.
Nicola Sessa