Le autorità cinesi si sono messe a difendere giornali e giornalisti dai tentativi di censura e intimidazione. Si tratta di pochi casi molto specifici, legati ad esigenze politiche.
Nel frattempo, il controllo su ciò che si può e non si può dire vira sempre più su internet.
Un comunicato dell'Amministrazione generale della stampa e delle pubblicazioni sancisce che "i media hanno il diritto di conoscere, intervistare, pubblicare, criticare e controllare su questioni di interesse di interesse pubblico e nazionale" e che "le normali e legali attività di raccolta delle informazioni da parte dei media, dei loro reporter e giornalisti, sono protette dalla legge".
Un via libera provocato dal caso di Qiu Ziming, un giornalista del settimanale economico Jingji Guanchabao (Osservatorio Economico) che era stato inserito nella lista online dei criminali ricercati a livello nazionale dall'ufficio di pubblica sicurezza (la polizia) della contea di Suichang, nella provincia dello Zhejiang.
Qiu aveva svolto un'inchiesta su una cartiera quotata in borsa, la Zhejiang Kan Specialties Material Co, accusandola di insider trading. La polizia locale aveva successivamente messo all'indice il reporter perché avrebbe danneggiato "la reputazione della compagnia".
L'"Osservatore" ha emesso un comunicato in difesa del proprio redattore e le autorità di Pechino hanno scelto di stare dalla loro parte.
Il quotidiano governativo in lingua inglese China Daily cita due altri casi di vessazione nei confronti di reporter e prende esplicitamente le loro difese contro le prepotenze dei nuovi capitalisti del Dragone, per troppi anni abituati a non avere ostacoli nella loro strada verso la realizzazione del motto di Deng Xiaoping "arricchirsi è glorioso".
Ora qualcosa è cambiato: la difesa del giornalismo d'inchiesta si inquadra nel tentativo di perseguire i casi di corruzione e di dare un segnale a un Paese in cui le differenze sociali si sono acuite. Negli ultimi mesi, le lotte operaie si sono aggiunte alle migliaia di "incidenti" (rivolte) che si verificano ogni anno. Il Partito ha scelto di governare attraverso il consenso ma la "società armoniosa" del presidente Hu Jintao non sembra dietro l'angolo.
Tutt'altra storia è internet, dove la morsa non si allenta e si estende anzi ai social media. Facebook e Twitter sono bloccati in Cina dalla rivolta uigura del luglio 2009 e, anche se per chi è esperto non è difficile bypassare il "Grande Firewall" (il complesso sistema di filtri alla navigazione), nuove barriere si alzano anche per i prodotti made in China. L'anno scorso, prima del ventesimo anniversario del massacro di piazza Tiananmen, è stato chiuso Fonfou, una sorta di Twitter cinese. Ma hanno continuato a funzionare i social network collegati ai grandi portali nazionali, Sina, Sohu, Tencent e Neatease (il solo "Weibo" di Sina vanta oltre 5 milioni di frequentatori).
A inizio luglio, dopo un breve "crollo" simultaneo, i portali sono ricomparsi in versione beta, il che di solito significa che è in corso qualche tipo di test. Nonostante le smentite dei diretti interessati, in rete si è immediatamente diffusa la notizia che la manutenzione fosse collegata all'ordine della censura di Stato di cancellare tutti i contenuti sensibili.
Le chiacchiere in rete producono spesso leggende metropolitane ed allarmismi esagerati, tuttavia è del tutto plausibile che la censura cinese stia spostandosi gradualmente sui contenuti online, più difficili da controllare e al tempo stesso più virali, più capaci cioè di riprodursi, moltiplicarsi e diffondersi.
La posta in gioco è l'immaginario di un'intera generazione: i circa 180 milioni di internet user, in maggioranza tra i 20 e i 29 anni, che frequentano i social network.
Gabriele Battaglia