23/08/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Arrestati leader religiosi e politici, con un occhio all'Iran

''Hanno tutti confessato di aver dato vita a un'organizzazione sovversiva, che puntava a destabilizzare le istituzioni del Bahrain. Alcuni di loro hanno anche ammesso di aver raccolto fondi per finanziare atti di sabotaggio''.

Con queste parole, dopo giorni di voci incontrollate, fonti dei servizi di sicurezza del Bahrain hanno confermato all'agenzia stampa Bna - voce ufficiale della ricca monarchia del Golfo Persico - l'arresto di otto persone, tutti esponenti religiosi o attivisti sciiti. Tra loro alcuni noti leader spirituali, come Muhammad Habib Moqdad, o attivisti che si battono per il rispetto dei diritti umani in Bahrain. Come Mohammed Said, del Centro per i Diritti Umani in Bahrain (associazione sospesa dal 2004), Saeed al-Nouri, Abdulghani al-Kanjar e il più noto di tutti, quel Abduljalil al-Singace, arrestato all'aeroporto della capitale Manama dopo una conferenza alla Camera dei Lord di Londra durante la quale aveva denunciato le discriminazioni subite dagli sciiti nel Paese. Organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch - che già in passato avevano denunciato le torture subite dagli oppositori in carcere in Bahrein - hanno chiesto la loro scarcerazione, ma per il momento senza risultati.

''L'arresto di importanti leader sciiti è un fatto grave e pericoloso", ha commentato Alì Salman, la guida religiosa e politica del movimento Concordia Islamica del Bahrein, organizzazione ombrello dell'attivismo politico sciita in Bahrain. ''Spingerà altri attivisti a compiere gesti violenti contro le autorità''. In Bahrain, dove da sempre regna la famiglia reale sunnita degli al-Khalifa, gli sciiti sono la maggioranza (pari al settanta percento della popolazione), ma sono esclusi dal potere politico ed economico della monarchia arricchita dal petrolio. Le prossime elezioni sono fissate per il 23 ottobre 2010 e, per l'opposizione, la monarchia del Bahrain vuole impedire l'ascesa sciita che a novembre 2005 aveva ottenuto il quaranta percento dei seggi.

La tensione è salita nel 2005, quando le dimostrazioni in piazza degli sciiti vennero brutalmente represse dalle famigerate Riot Fighters Forces, unità speciali che rispondono direttamente al re, e raggiunsero l'apice nei violenti scontri di dicembre 2007. Secondo alcuni osservatori la data non è casuale, in quanto il 2005 è l'anno della prima elezione di Mahmud Ahmadinejad a presidente della Repubblica Islamica dell'Iran. Ahmadinejad rappresenta l'ala più 'messianica' dello sciismo, che da subito ha tentato di sostenere le minoranza sciite nel mondo.

Internazionale sciita

Un incubo per il Bahrein, ma anche per l'Arabia Saudita, per il Libano, per lo Yemen (minoranza sciita nel nord del Paese) e per l'Iraq (dove gli sciiti sono la maggioranza) sognato dagli Stati Uniti e da Israele. Le monarchie del Golfo si sono schierate in prima fila nella lotta di contenimento iraniano. In questo senso va letto l'accordo che Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno stipulato con gli Usa (che hanno posto da anni il comando della Quinta Flotta in Bahrein) a febbraio 2010 sistemando batterie di missili Patriot in tutti i paesi del Golfo, per creare un cordone sanitario attorno all'Iran.

In questi giorni, per zelo anti iraniano, si segnala anche il Kuwait. Dopo l'arresto di sette persone a febbraio - apparse davanti alla corte di Kuwait City il 3 agosto scorso - con l'accusa di formare una cellula dei Guardiani della Rivoluzione iraniana con il compito di spiare le forze armate del Kuwait, ieri l'intelligence del Paese attaccato da Saddam Hussein nel 1991 ha ribadito di avere nel mirino altre cellule iraniane. Alcuni parlamentari del Kuwait, da tempo, chiedono di interrompere le relazioni diplomatiche con Teheran. I rappresentanti dei servizi di sicurezza del Kuwait e del Bahrain, già nel 2008, avevano annunciato una strategia comune contro le ingerenza iraniane.

Appare sempre più chiaro come nel Golfo Persico si gioca una partita nella partita: a quella degli Stati Uniti - anche per conto d'Israele - per isolare e controllare l'Iran, si affianca quella degli alleati di Washington contro l'espansionismo sciita di Ahmadinejad e compagni. Non esiste più l'Iran provato dalla guerra con l'Iraq (1980-1988), che rinunciò all'esportazione della rivoluzione sciita. Oggi le petromonarchie sunnite si trovano ad affrontare una potenza regionale, che dal sostegno a Hezbollah in Libano passando per quello alle minoranza sciite nei paesi del Golfo, vuole contare sempre di più.

Christian Elia

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