28/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un contributo per capire chi sono i coloni e le loro rivendicazioni
ariel sharon, primo ministro d'israeleBeniamina, Israele. Per conoscere e capire  i coloni israeliani e la loro battaglia di questi giorni bisogna ricordare l’origine storica del fenomeno stesso.
Le colonie in Israele sorgono dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Al termine delle rapide operazioni militari, l’esercito israeliano conquista e occupa ampie zone di territorio. Tutta la zona  del Sinai sul fronte egiziano e la zona della Cisgiordania, o Samaria e Giudea come viene chiamata dai coloni, secondo l’antico nome biblico, divennero israeliane.
 
Il primo atto di colonizzazione  si verificò nel 1968 ad opera di un rabbino ultraortodosso e estremista di nome Moshe’ Levingher che fondo’ una colonia religiosa presso Kiryat Harba’ (la Tomba dei Patriarchi), che si trova nei pressi di Hebron, sito antico citato dalla Bibbia.
 
E’il luogo dove Abramo comprò un terreno per seppellire la moglie Sarah.
Si può dire che la prima ondata di colonie hanno un origine religiosa, la cui motivazione e’quella di  abitare e ridare vita a luoghi antichi dove sono presenti le radici stesse dell’ Ebraismo. Per poi fondare scuole e gruppi di studio per dimostrare che l’esistenza del popolo ebraico e il ritorno alla terra ricevuta da Dio ha profonde motivazioni bibliche.
 
Il gruppo di Levingher si rafforza con la Guerra del Kippur del 1973 e, nel 1974, fonda l’organizzazione di Gush Emunim (l’Unione dei Fedeli o Gruppo dei Fedeli) che opera per la maggior parte nella Cisgiordania e nei dintorni di Gerusalemme.
In quel primo periodo, complessivamente tra Cisgiordania e Gaza, si può dire che c’erano più di 5 mila coloni. Oggi vivono nelle 120 colonie intorno a Gerusalemme 230 mila coloni. E a Gaza, in 20 insediamenti, ne vivono 7.500.
 
I governi israeliani sostennero i coloni con facilitazioni fiscali e prestiti.
Uno dei valori fondamentali della cultura israeliana è quello del pionierismo, della costruzione di nuovi centri: il mito dell’ebreo che torna nella antica patria e se ne riappropria , costruendosi la casa con le proprie mani, tornando al lavoro dei campi, al lavoro manuale.
 
L’ebreo della Diaspora, legato, limitato e obbligato in vari Stati a lavori in banca o legato al commercio in Israele, doveva forgiarsi nell’ebreo nuovo: armato, senza paura. Esattamente l’opposto dell’ebreo dei campi di sterminio tedeschi, sottomesso e umiliato.
 
Alla fondazione dello Stato d’Israele i suoi governi avevano sostenuto il Kibbutz, le comuni agricole della sinistra per sostenere l’agricoltura, per accellerare l’inserimento di popolazioni che migravano in Israele da paesi lontani e diversi e per rafforzare la difesa
delle frontiere.
 
La politica delle colonie vent’anni dopo, voleva definire nuove zone di  insediamento stabile, sostenere l’esercito a prendere il controllo della terra e dello stato.
Sia il Kibbutz che l’insediamento avevano un ruolo pionieristico ed eroico riconosciuto, dove i cittadini erano inviati dallo Stato per costruire il Paese, in un certo senso dei “fondatori”della patria.
 
primi coloni israelianiIn Israele vive ancora il mito della fondazione di paesi e di villaggi. In certe zone che lo Stato vuole popolare le terre costano meno e le infrastrutture sono garantite: ci sono villaggi, scuole, università e cooperative fondate secondo elementi comuni, come l’ambientalismo o l’allevamento di mucche e capre. Villaggi di persone dedicate alla medicina alternative e alla meditazione.
 
Lo spirito dei pionieri è quello del “costruiamoci le nostre case, piantiamo i nostri frutteti, seminiamo il grano. Riprendiamoci la terra e costruiamo case di un piano o due, in mezzo all’orto, con un bel prato per i bambini. Lasciamo la citta’affollata e sporca”.
 
Si sono aggiunti ai primi coloni “ideologici” persone disposte a qualche rischio
pur di vivere in una bella casa di campagna con camere ariose e un pò di terra.
Si possono trovare individui molto diversi: dai fricchettoni al coltivatore di fiori, dalle ragazze madri con molti figli ai giovani imprenditori rampanti che vengono per le agevolazioni economiche. C’e’chi viene per aprire un asilo, chi arriva perchè vuol farsi lo studio. Gente diversa, unita dalla costruzione comune del villaggio e dalla crescita della famiglia e dei bambini in un luogo salubre.
 
Ci sono coloni che vivono nello stesso posto da 30 anni e quelli che sono arrivati
solo da un anno o due. Ci sono bambini nati qui e ci sono i cimiteri dove riposano i loro nonni. Questa gente oggi vive nelle colonie. La parte “ideologica” non intende spostarsi, quelli che si sono stabiliti qui per la qualita’della vita o per convenienza economica sono disposti a trasferirsi se il governo pagherà i danni e consentirà loro di spostarsi in una altra zona mantenendo i vantaggi ottenuti qui.
 
Sharon per anni e’ stato il massimo rappresentante dei coloni. Lui ha costruito gli insediamenti come ministro delle Costruzioni. Ancora lui come ministro delle Infrastrutture ha costruito strade, ha portato l’acqua e l’elettricita’ negli insediamenti e come ministro dell’Agricoltura ha rafforzato e potenziato il lavoro di molte aziende delle colonie.
 
“Diventa Primo Ministro e vende i suoi figli per un piatto di lenticchie”. Questo è il punto di vista dei coloni. Un antico detto israeliano dice che “quello che si vede da qui (dalla sedia del primo ministro) non si vede da lì ( dalla posizione dell’uomo della strada)”. Cosi’ in questi mesi e’ esplosa la guerra tra Sharon e i coloni, che spesso si trasforma in uno scontro tra padre e figlio, uno scontro generazionale. 
Sharon  per i coloni “ha tradito”, lo scontro diventa personale. Questo fenomeno e’ pieno di frecce velenose, ire religiose espresse da molti autorevoli rabbini in termini biblici anche che sanno di maledizione.
Uno scenario e un linguaggio che ricordano il periodo che ha preceduto l’omicidio di Rabin.
 
Igal Amir, il giovane omicida, era un ebreo ortodosso legato al linguaggio profetico
e alle maledizioni contro il “traditore”, per cui oggi molti temono un nuovo omicidio politico. Altri ancora temono invece una guerra civile nel momento in cui l’esercito sarà chiamato a sgomberare con la forza le colonie.
 
pionieriIl termine “colonie” fa imbestialire gli israeliani, di destra e di sinistra: le colonie erano le nazioni assoggettate ai grandi imperi, quello Britannico e Francese, la Palestina stessa era una colonia inglese e gli ebrei combatterono contro gli Inglesi.
Anche il rapporto con la popolazione  colonizzata era diverso dal rapporto tra Israeliani e Palestinesi.
 
Queste persone sono forse conquistatori, forse pionieri,alcuni cercano nuove esperienze spirituali e lavorative. In una situazione di fiducia e rispetto reciproco potrebbe esserci collaborazione economica e libero scambio culturale.Vivere in un centro di 200 membri in mezzo al deserto e’una esperienza profonda, una ricerca di un modo di vivere alternativo a quello urbano.
 
Si può dunque capire il senso del “tradimento” che viene vissuto dai coloni, quando il politico che ti ha incoraggiato ad una scelta così dura e radicale e’lo stesso che dopo trent’anni decide che si deve andare via. Lasciare la tua vigna, i tuoi animali, la tua fabbrica e ricominciare da capo altrove.
La pace e’ un valore piu’ alto  per cui si puo’ pagare anche questo prezzo, ma qui la pace non e’ garantita. Ai palestinesi non viene affidata alcuna responsabilita’ e l’Unione Europea e gli Stati Uniti non se ne prendono.
 
Dan Rabà

red

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