Beniamina, Israele. Per conoscere e capire i coloni israeliani e la loro battaglia di questi
giorni bisogna ricordare l’origine storica del fenomeno stesso.
Le colonie in Israele sorgono dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Al termine
delle rapide operazioni militari, l’esercito israeliano conquista e occupa ampie
zone di territorio. Tutta la zona del Sinai sul fronte egiziano e la zona della
Cisgiordania, o Samaria e Giudea come viene chiamata dai coloni, secondo l’antico
nome biblico, divennero israeliane.
Il primo atto di colonizzazione si verificò nel 1968 ad opera di un rabbino
ultraortodosso e estremista di nome Moshe’ Levingher che fondo’ una colonia religiosa
presso Kiryat Harba’ (la Tomba dei Patriarchi), che si trova nei pressi di Hebron, sito antico citato
dalla Bibbia.
E’il luogo dove Abramo comprò un terreno per seppellire la moglie Sarah.
Si può dire che la prima ondata di colonie hanno un origine religiosa, la cui
motivazione e’quella di abitare e ridare vita a luoghi antichi dove sono presenti
le radici stesse dell’ Ebraismo. Per poi fondare scuole e gruppi di studio per
dimostrare che l’esistenza del popolo ebraico e il ritorno alla terra ricevuta
da Dio ha profonde motivazioni bibliche.
Il gruppo di Levingher si rafforza con la Guerra del Kippur del 1973 e, nel 1974, fonda l’organizzazione di Gush Emunim (l’Unione dei Fedeli o Gruppo dei Fedeli) che opera per la maggior parte nella
Cisgiordania e nei dintorni di Gerusalemme.
In quel primo periodo, complessivamente tra Cisgiordania e Gaza, si può dire
che c’erano più di 5 mila coloni. Oggi vivono nelle 120 colonie intorno a Gerusalemme
230 mila coloni. E a Gaza, in 20 insediamenti, ne vivono 7.500.
I governi israeliani sostennero i coloni con facilitazioni fiscali e prestiti.
Uno dei valori fondamentali della cultura israeliana è quello del pionierismo,
della costruzione di nuovi centri: il mito dell’ebreo che torna nella antica patria
e se ne riappropria , costruendosi la casa con le proprie mani, tornando al lavoro
dei campi, al lavoro manuale.
L’ebreo della Diaspora, legato, limitato e obbligato in vari Stati a lavori in
banca o legato al commercio in Israele, doveva forgiarsi nell’ebreo nuovo: armato,
senza paura. Esattamente l’opposto dell’ebreo dei campi di sterminio tedeschi,
sottomesso
e umiliato.
Alla fondazione dello Stato d’Israele i suoi governi avevano sostenuto il Kibbutz, le comuni agricole della sinistra per sostenere l’agricoltura, per accellerare
l’inserimento di popolazioni che migravano in Israele da paesi lontani e diversi
e per rafforzare la difesa
delle frontiere.
La politica delle colonie vent’anni dopo, voleva definire nuove zone di insediamento
stabile, sostenere l’esercito a prendere il controllo della terra e dello stato.
Sia il Kibbutz che l’insediamento avevano un ruolo pionieristico ed eroico riconosciuto, dove
i cittadini erano inviati dallo Stato per costruire il Paese, in un certo senso
dei “fondatori”della patria.

In Israele vive ancora il mito della fondazione di paesi e di villaggi. In certe
zone che lo Stato vuole popolare le terre costano meno e le infrastrutture sono
garantite: ci sono villaggi, scuole, università e cooperative fondate secondo
elementi comuni, come l’ambientalismo o l’allevamento di mucche e capre. Villaggi
di persone dedicate alla medicina alternative e alla meditazione.
Lo spirito dei pionieri è quello del “costruiamoci le nostre case, piantiamo
i nostri frutteti, seminiamo il grano. Riprendiamoci la terra e costruiamo case
di un piano o due, in mezzo all’orto, con un bel prato per i bambini. Lasciamo
la citta’affollata e sporca”.
Si sono aggiunti ai primi coloni “ideologici” persone disposte a qualche rischio
pur di vivere in una bella casa di campagna con camere ariose e un pò di terra.
Si possono trovare individui molto diversi: dai fricchettoni al coltivatore di
fiori, dalle ragazze madri con molti figli ai giovani imprenditori rampanti che
vengono per le agevolazioni economiche. C’e’chi viene per aprire un asilo, chi
arriva perchè vuol farsi lo studio. Gente diversa, unita dalla costruzione comune
del villaggio e dalla crescita della famiglia e dei bambini in un luogo salubre.
Ci sono coloni che vivono nello stesso posto da 30 anni e quelli che sono arrivati
solo da un anno o due. Ci sono bambini nati qui e ci sono i cimiteri dove riposano
i loro nonni. Questa gente oggi vive nelle colonie. La parte “ideologica” non
intende spostarsi, quelli che si sono stabiliti qui per la qualita’della vita
o per convenienza economica sono disposti a trasferirsi se il governo pagherà
i danni e consentirà loro di spostarsi in una altra zona mantenendo i vantaggi
ottenuti qui.
Sharon per anni e’ stato il massimo rappresentante dei coloni. Lui ha costruito
gli insediamenti come ministro delle Costruzioni. Ancora lui come ministro delle
Infrastrutture ha costruito strade, ha portato l’acqua e l’elettricita’ negli
insediamenti e come ministro dell’Agricoltura ha rafforzato e potenziato il lavoro
di molte aziende delle colonie.
“Diventa Primo Ministro e vende i suoi figli per un piatto di lenticchie”. Questo
è il punto di vista dei coloni. Un antico detto israeliano dice che “quello che
si vede da qui (dalla sedia del primo ministro) non si vede da lì ( dalla posizione
dell’uomo della strada)”. Cosi’ in questi mesi e’ esplosa la guerra tra Sharon
e i coloni, che spesso si trasforma in uno scontro tra padre e figlio, uno scontro
generazionale.
Sharon per i coloni “ha tradito”, lo scontro diventa personale. Questo fenomeno
e’ pieno di frecce velenose, ire religiose espresse da molti autorevoli rabbini
in termini biblici anche che sanno di maledizione.
Uno scenario e un linguaggio che ricordano il periodo che ha preceduto l’omicidio
di Rabin.
Igal Amir, il giovane omicida, era un ebreo ortodosso legato al linguaggio profetico
e alle maledizioni contro il “traditore”, per cui oggi molti temono un nuovo
omicidio politico. Altri ancora temono invece una guerra civile nel momento in
cui l’esercito sarà chiamato a sgomberare con la forza le colonie.

Il termine “colonie” fa imbestialire gli israeliani, di destra e di sinistra:
le colonie erano le nazioni assoggettate ai grandi imperi, quello Britannico e
Francese, la Palestina stessa era una colonia inglese e gli ebrei combatterono
contro gli Inglesi.
Anche il rapporto con la popolazione colonizzata era diverso dal rapporto tra
Israeliani e Palestinesi.
Queste persone sono forse conquistatori, forse pionieri,alcuni cercano nuove
esperienze spirituali e lavorative. In una situazione di fiducia e rispetto reciproco
potrebbe esserci collaborazione economica e libero scambio culturale.Vivere in
un centro di 200 membri in mezzo al deserto e’una esperienza profonda, una ricerca
di un modo di vivere alternativo a quello urbano.
Si può dunque capire il senso del “tradimento” che viene vissuto dai coloni,
quando il politico che ti ha incoraggiato ad una scelta così dura e radicale e’lo
stesso che dopo trent’anni decide che si deve andare via. Lasciare la tua vigna,
i tuoi animali, la tua fabbrica e ricominciare da capo altrove.
La pace e’ un valore piu’ alto per cui si puo’ pagare anche questo prezzo, ma
qui la pace non e’ garantita. Ai palestinesi non viene affidata alcuna responsabilita’
e l’Unione Europea e gli Stati Uniti non se ne prendono.
Dan Rabà