Il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov ha salutato i partecipanti all'International Investment Forum, dove i delegati di quaranta paesi sperano di poter concludere affari interessanti in campo energetico, tessile, edile.
Sono tutti alla corte di Asghabat. È un continuo via vai in Turkmenistan, considerato lo snodo principale della questione energetica: una volta chiuso il Forum, il presidente russo Dimitri Medvedev (che vanta - e spera - in rapporti privilegiati) mercoledì sarà in visita ufficiale per due giorni nella capitale turkmena a sponsorizzare il progetto del gasdotto South Stream; José Manuel Barroso, il presidente della Commissione Ue, ci andrà a fine novembre per parlare (con il sostegno degli Usa) del Nabucco, il gasdotto che dovrebbe trasportare il prezioso oro blu in Europa bypassando i territori russi; i cinesi macinano accordi e gli Stati Uniti, al momento, rimangono al palo.
La coperta è corta e nessuno vuole rimanere con i piedi allo scoperto. La partita energetica che si sta giocando nel Grande Medioriente e in Asia Centrale (sulla vecchia Via della Seta) vede i protagonisti del match impegnati a indirizzare i flussi dell'oro nero e dell'oro blu - petrolio e gas - in modo da allinearli ai propri interessi strategici ed economici. I due principali contendenti sono gli Stati Uniti e la Cina e quest'ultima ha il vantaggio - se così si può dire - di giocare in casa. Il campanello d'allarme a Washington sta suonando, in crescendo, già da tempo. Il 4 maggio scorso, nel suo discorso d'apertura alla Conferenza sulla sicurezza e la politica energetica in Asia, l'inviato speciale Usa per l'energia in Eurasia Richard Morningstar ha menzionato per ben trentanove volte la Cina in poco meno di trenta minuti di intervento, sottolineando la vicinanza territoriale di Pechino alle immense riserve energetiche dell'Asia centrale e l'incredibile voracità cinese in fatto gas e petrolio. Incubo, ossessione? Sta di fatto che agli inizi dell'estate sulle pagine del Wall Street Journal un alto responsabile della International Energy Agency (Iea), Faith Birol, annunciava il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti nella gara al consumo energetico, primato che apparteneva agli Usa sin dagli inizi del secolo scorso. Una nuova era nella storia dell'energia.
Se ci limitiamo al fabbisogno di petrolio la Cina, oggi, consuma il dieci per cento delle riserve mondiali (solo nel 1980 si attestava al tre per cento) contro il ventisette degli Stati Uniti. Tuttavia, le proiezioni della Iea, tenendo conto della vertiginosa crescita di Pechino, stimano che entro il 2030 la Cina avrà bisogno del quaranta per cento delle intere riserve mondiali. Cifre da far tremare i polsi agli esperti di Washington che vedono alterate e minacciate le accurate strategie energetiche (creazione di protettorati e militarizzazione del corridoio energetico).
Attualmente, i principali serbatoi cinesi si trovano in Arabia Saudita, Iran, Angola e un nuovo poderoso flusso dovrebbe arrivare, tra il 2013 e il 2014, dai pozzi iracheni dove la compagnia statale cinese Cnpc si è aggiudicata tre importantissime concessioni tra cui lo sfruttamento del giacimento di Rumalia (che forse - è comprensibile - non è proprio ciò che si aspettavano gli Usa quando hanno spostato la loro War on Terror in Iraq).
Sul profilo tattico, i due giocatori si muovono su piani diametralmente opposti: la Cina non ha spostato un solo soldato sulle caselle della scacchiera energetica. Washington sospinge le sue pedine militari posizionando basi lungo la griglia dei gasdotti e oleodotti (in costruzione o in progettazione), Pechino muove la diplomazia e gli investimenti portando (così come accade in Africa) moderne infrastrutture e tecnologia a basso costo mentre le compagnie statali fanno offerte, comprano e partecipano alle aste e accaparrandosi le risorse di cui la Cina necessita. E a quanto pare questo schema di gioco paga: il 14 dicembre del 2009 il presidente Berdymukhamedov ha ospitato sul giacimento di gas South Yolotan (nel cui sottosuolo sono stipati almeno quattordici triliardi di metri cubi) il presidente cinese Hu Jintao, l'uzbeko Islam Karimov e il kazako Nursultan Nazarbaev per l'inaugurazione del primo tratto del gasdotto che trasporterà l'oro blu turkmeno fino alla porta di casa cinese, nello Xinjiang. Il gasdotto - che raggiungerà il pieno regime nel 2013 con quaranta miliardi di metri cubi annui - è un progetto che non ha una valenza prettamente commerciale, ma anche politica. Berdymukhamedov si è prodotto in una lode sperticata della politica "saggia e lungimirante" della Cina quale garante di primo piano della sicurezza globale. Considerando che i principali acquirenti del gas turkmeno - a questo punto - sono Cina, Russia e Iran, il progetto trans-Caspio sponsorizzato da Ue e Usa potrebbe anche ritenersi archiviato. La Cina ha sborsato subito un prestito da quattro miliardi di dollari per lo sviluppo del South Yoltan che si aggiunge a uno precedente da tre miliardi. Il Tkc (Turkmenistan-Kazkhstan-Cina) costerà, in totale, ventisei miliardi di dollari e Pechino ha blindato l'accordo con una clausola secondo cui "nessuna terza parte" - leggasi, Stati Uniti - potrà minacciare gli interessi cinesi sul suolo del Turkmenistan.
Il pacchetto energetico cinese, ad oggi, è costituito ancora per il settanta per cento dal carbone. Il fatto che Pechino voglia indossare "un'anima verde", porterà necessariamente a un riassetto del portafogli spingendo di più su gas e petrolio. Già dal 2015, la Cina avrà bisogno di 11,3 milioni di barili al giorno (stima Iea). Il vantaggio di Pechino risiede nel potersi muovere liberamente, a differenza degli Stati Uniti, anche nei cosiddetti paesi canaglia: nessun problema a trattare per il petrolio iraniano o per il gas del Myanmar. Se gli Stati Uniti si preoccupano di isolare l'Iran con le sanzioni, la Cina ha pista libera per dettare il prezzo del greggio nella repubblica degli ayatollah. Le compagnie cinesi hanno investito, in cinque anni, 120 miliardi di dollari e la Sinopec ne ha stanziati altri 6,5 per la costruzione di raffinerie (può sembrare un paradosso ma l'Iran, quarto produttore al mondo, non possiede un'industria di raffineria che possa definirsi tale). Se gli Stati Uniti ostacolano il gasdotto Ipi (Iran-Pakistan-India) cercando di dissuadere l'India dal firmare l'accordo, preferendo il Tapi (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India), la Cina - come farebbe un giocatore di chemin-de-fer - è pronta a fare una spettacolare chiamata di "banco"; ipotesi - quella di una linea Ip-Cina - che, secondo il giornalista brasiliano Pepe Escobar (profondo conoscitore di quello che lui ama denominare il Pipelineistan), costituirebbe la vera sconfitta per Washington.
Due sono gli obiettivi della Cina: primo, aggiudicarsi quanta più energia possibile; secondo, differenziare le vie di approvvigionamento per smarcarsi dai controlli statunitensi. Attualmente gran parte dei rifornimenti passano attraverso lo Stretto di Hormuz, Golfo Persico, e lo Stretto di Malacca, tra Malesia, Indonesia e Singapore. In entrambi i bracci di mare, incrociano i navigli della marina militare Usa che in poche ore sarebbero in grado di bloccare il traffico marittimo. In questa direzione, la Cina sta anche trattando con Islamabad la cessione dei diritti portuali (con attribuzione di sovranità) dello scalo pakistano di Gwadar, puntando così a un accesso diretto all'Oceano Indiano a est del Golfo Persico.
Ma il vero finale di partita, sembra, si giocherà sul giacimento di Kashagan, in Kazakhstan, che quando raggiungerà il picco di produzione sarà in grado di sputare un milione di barili al giorno: tutto dipenderà dal corso che prenderà il flusso del petrolio e da chi prenderà la decisione finale (il governo del Kazakhstan, la compagnia di stato KazMunaiGaz - partner del colosso petrolifero cinese - o le compagnie consorziate tra cui è presente anche l'Eni?). Da questa scelta, molto probabilmente, dipenderà lo scacco matto.
Nicola Sessa