Jimmy Mubenga aveva una moglie e cinque figli. Viveva da quattordici anni nell'Essex, Gran Bretagna. È morto ammanettato al sedile dell'aereo che lo stava riportando in Angola, da dove era fuggito molti anni prima. Era scortato da tre guardie private che gli tenevano la testa bassa, tra le ginocchia. Diceva che non riusciva a respirare, ma loro non gli hanno creduto. È morto sulla pista di decollo di Heathrow, sotto gli occhi degli altri passeggeri.
La fine di Jimmy Mubenga ha fatto scalpore in Gran Bretagna e ha acceso i riflettori sulla questione immigrazione, con critiche dal governo e dalla società civile. "Credo che il Paese stia passando un momento molto difficile. Ci sono tanti problemi, primo fra tutti la disoccupazione. Questo clima non fa bene alla convivenza tra inglesi e immigrati", ha spiegato a PeaceReporter Sarah Harland, coordinatrice della Zimbabwe Association, organizzazione con sede a Londra che offre aiuto agli zimbabwani che chiedono asilo in Gran Bretagna.
Il 14 ottobre il ministro dell'Immigrazione britannico, Damian Green, ha annunciato la ripresa dei rimpatri forzati degli immigrati zimbabwani. Secondo il politico la decisione è stata presa dopo aver constatato "il miglioramento della situazione in Zimbabwe e per il fatto che molti immigrati non necessitano della protezione internazionale". L'ultima parola ora spetta alla Corte che dovrà decidere se le condizioni del Paese sono realmente migliorate. "Sono convinta che l'annuncio del ministro sia stato fatto solo per mostrare la volontà del governo di espellere gli irregolari", ha detto Harland. "In questo modo se i giudici dichiareranno che lo Zimbabwe non è abbastanza sicuro la politica potrà far ricadere su di loro la colpa della permanenza nel Paese degli immigrati".
Ad Harare si vive in un perenne clima di terrore. Il presidente-dittatore Robert Mugabe vinse nel 2008 le ultime elezioni presidenziali dopo una campagna di violenze, omicidi e brogli. Le proteste seguite al suo insediamento portarono il Paese sull'orlo della guerra civile. Per le strade si combattevano i sostenitori di Mugabe, appartenenti allo Zimbabwe African National Union - Patriotic Front (Zanu-Pf) e i militanti del Movimento per il Cambiamento Democratico (Mcd), sostenitori di Morgan Tsvangirai, leader dell'opposizione. Nel 2009 la situazione divenne talmente insostenibile da obbligare Mugabe a condividere il potere con Tsvangirai che fu nominato primo ministro. A causa della situazione interna del Paese la Corte londinese decise una moratoria di due anni per i respingimenti.
"Le cose sono leggermente migliorate, ma possono cambiare da un momento all'altro", spiega Sarah Harland. "Con il voto per il referendum costituzionale in arrivo la violenza è destinata a crescere". In Gran Bretagna ci sono 13 mila rifugiati. Circa un terzo ha chiesto asilo politico perché perseguitati in patria, gli altri rischiano di essere rimandati a casa da un momento all'altro. "Alcuni sono fuggiti perché facevano parte dell'opposizione politica, altri semplicemente perché non volevano piegare la testa e sottostare al regime di Mugabe. Conosco dottori che sono scappati perché non gli era permesso curare le vittime delle violenze politiche. Hanno scelto l'esilio perché non erano pronti a salvare la vita solo ai tesserati dello Zanu-Pf".
Gli immigrati ora attendono il verdetto della Corte che deciderà del loro futuro. Se i giudici valuteranno che la situazione in Zimbabwe è migliorata, ottomila persone verranno caricate sugli aerei e ricacciati in patria. "A molti zimbabwani piacerebbe ritornare a casa per ricostruire il Paese, ma lo vogliono fare senza rischiare la vita".
Tommaso Cinquemani