Aleksander Lukashenko rivede e aggiorna le priorità geostrategiche della Bielorussia annunciando una rivoluzione nei meccanismi della sicurezza nazionale per affrontare le nuove sfide e minacce globali. Parlando al Consiglio di Sicurezza nazionale, Lukashenko ha parlato per la prima volta di estremismo e terrorismo, ma anche di nuovi scenari disegnati dagli sviluppi in campo tecnologico e dalla corsa al rifornimento delle risorse energetiche, e di nuovi centri di potere che hanno stravolto i vecchi assetti della Guerra Fredda.
Il presidente-padrone bielorusso, per la prima volta nella sua vita politica, vede minacciato il proprio potere. Sebbene analisti e osservatori lo vedano favorito nelle prossime elezioni di dicembre (che, come al solito, si prevede non saranno prive di brogli e atti repressivi), Lukashenko dovrà resistere alle incursioni del Cremlino: i segnali che a Mosca siano stanchi del vecchio alleato Aleksej ci sono già da molto tempo e l'ultimo episodio, in ordine temporale, riguarda il videomessaggio lanciato dal presidente Dimitri Medvedev per ammonire l'atteggiamento antirusso adottato da Lukashenko. Il signore di Minsk, sentendosi venire meno l'appoggio russo orientato piuttosto su alcuni leaders dell'opposizione, aveva attaccato la Russia definendola "il nostro peggior nemico". Lukashenko deve aver provato sulla sua pelle gli effetti della comunicazione di propaganda televisiva (strumento di cui si è sempre servito dal lato attivo) tanto da fargli affermare che "i metodi moderni per influenzare le coscienze delle masse producono effetti più devastanti dell'uso delle armi". Il videomessaggio di Medvedev ha difatti infuso coraggio e speranze nella frammentata opposizione.
A primo acchito, un'opposizione disorganica potrebbe apparire debole e inefficace concedendo un margine a Lukashenko di cui, certo, quest'ultimo non avrebbe bisogno. Ma a ben leggere le opinioni degli analisti, questa diversificazione potrebbe essere il punto di forza per contrastare la potente macchina di cui dispone "l'ultimo dittatore d'Europa": mettere fuori gioco un fronte d'opposizione unitario sarebbe uno scherzo per la Commissione Centrale Elettorale (controllata dal governo); cosa più difficile da giustificare sarebbe l'eliminazione di più partiti. La strategia comune potrebbe invece scattare una volta verificato il numero di liste ammesse alle elezioni. È da tenere presente, inoltre, che le opposizioni non hanno accesso alle televisioni e la campagna elettorale sarà limitata ai comizi di piazza.
Qualsiasi risultato verrà fuori dalle urne, il riposizionamento bielorusso sembra scontato: Lukashenko ha già, di fatto, effettuato lo strappo con la Russia che difficilmente sarà ricucibile; mentre, nella remota eventualità di un cambio al vertice, le opposizioni - con sfumature diverse - mirano a un avvicinamento all'Unione europea e alla Nato, pur mantenendo rapporti amichevoli con la Russia.
L'Europa resta a guardare, essendo consapevole che le prossime elezioni potrebbero rappresentare il punto di svolta nelle relazioni con Minsk. Il Consiglio d'Europa ha ripetutamente lamentato la mancanza di progressi in campo di diritti umani, libertà d'espressione e di associazione. La repressione - anche fisica - è un fenomeno ancora molto ricorrente come strumento di controllo governativo. Nell'ultimo pacchetto di sanzioni è stata esclusa la possibilità di dichiarare il presidente bielorusso ‘persona non grata' che potrà quindi muoversi all'interno dell'Unione europea. La lista degli unici cinque non ammessi (tutti dell'entourage del presidente) comprende Lidiya Yermoshina - presidente della Commissione Elettorale Centrale - e Viktor Sheiman ex procuratore generale che sarebbe direttamente responsabile della sparizione di quattro dissidenti tra il 1999 e il 2004. In una relazione della Commissione affari legali e diritti umani del Parlamento europeo, si legge - III, 6, 49 - che il presidente Lukashenko avrebbe personalmente dato l'ordine di liquidare i quattro oppositori. Ma l'Ue ha bisogno di un referente e pare che non siano in grado di trovare qualcun altro che non sia Aleksander Lukashenko.
Nicola Sessa