Bielorussia
 
 
Ordinamento politico: Repubblica presidenziale
Capitale: Minsk
Superficie: 200 mila Kmq
Popolazione: 10 milioni
Lingua: bielorusso e russo
Religione: cristiano ortodossi 80%, cristiano cattolici 20% 
Alfabetizzazione: 99%
Mortalità infantile: 13 per mille
Speranza di vita: 63 anni maschi, 75 anni femmine
Popolazione sotto la soglia di povertà: 25%
Prodotti esportati: prodotti meccanici e chimici
Debito estero: 800 milioni di dollari
Spese militari: 4% del Pil
 
 
GEOGRAFIA
 Stato dell'Europa orientale, privo di sbocco al mare, confinante a nord-ovest con la Lituania e la Lettonia, a nord e a est con la Russia, a sud con l'Ucraina e a ovest con la Polonia. La Bielorussia fu repubblica federata nell'ambito dell'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (Urss) fino al 1991; dallo stesso anno è membro della Comunità di stati indipendenti (Csi).
Il territorio della Bielorussia, prevalentemente pianeggiante (ha un’altitudine media di 300 m), è stato ampiamente modellato dai ghiacciai nell’era quaternaria. Può essere distinto in tre aree. La parte settentrionale, compresa nel bacino della Daugava, presenta vaste distese coltivate, frammiste a boschi di conifere. La zona centrale è cosparsa di bassi rilievi collinari, le Alture della Russia Bianca, costituiti da antichi depositi morenici, che raramente superano i 300 m di altezza (Dzjaržynskaja, 346 m). L’area meridionale, infine, è compresa nella Polesia (o Polessia) – una regione storico-geografica che si estende per circa 100.000 km² divisa tra la Bielorussia meridionale e l’Ucraina settentrionale – in cui si alternano tratti boschivi di latifoglie decidue e vaste aree paludose scarsamente popolate, le paludi del Pripjat, oggi in gran parte drenate e bonificate.

SOCIETA'
 Il paese, tradizionalmente dedito all'agricoltura, conobbe negli anni Cinquanta del Novecento un rapido processo di industrializzazione. Il tasso di urbanizzazione, dovuto al massiccio spostamento di manodopera dalle campagne alle città, è cresciuto dal 31% nel 1959 al 70% nel 2002. La qualità della vita ha risentito dei gravi danni alla salute provocati dalle radiazioni di Černobyl. Il tasso di mortalità infantile entro i primi cinque anni è pari al 20 per mille (2002).
La popolazione, contraddistinta da una spiccata omogeneità etnica, è composta per la maggioranza da bielorussi (o russi bianchi, 78%), seguiti da russi (13%), polacchi (4%), ucraini (3%) ed esigue minoranze di ebrei e tatari.

ECONOMIA
 Agli inizi degli anni Novanta la forte integrazione economica della Bielorussia con l’ex URSS, in grave crisi, ha avuto delle ripercussioni notevoli sul paese. Le imprese hanno risentito del rapido aumento del prezzo del petrolio e di altre materie prime provenienti dal territorio russo. Conseguentemente, la produzione interna è calata nel 1992 di circa l'11% e nel corso del 1993 il prodotto interno lordo è diminuito del 14%. Negli anni Novanta l’inflazione è salita al 384%.
Attualmente il prodotto interno lordo è di 14.304 milioni di dollari USA, pari a un PIL pro capite di 1.440 dollari (2002). Il tasso di disoccupazione è del 2,3% (2001), ma il potere d’acquisto dei salari è piuttosto ridotto.
Il settore primario contribuisce nella misura del 10,9% (2002) alla formazione del prodotto interno lordo, impiegando il 21% (1994) della popolazione attiva. I prodotti sono coltivati soprattutto nelle regioni settentrionale e centrale. Recentemente sono stati bonificati ampi terreni sottratti alle zone paludose meridionali, ma la contaminazione da radiazioni impedisce il loro utilizzo. Le colture più diffuse sono patate – con una produzione di 9.369.646 tonnellate (2003) –, lino, barbabietole da zucchero, colza e cereali, tra i quali grano, orzo, avena e segale. Anche l'allevamento (bovini e suini) e l'industria lattiero-casearia ricoprono una notevole importanza nel settore primario.
Dalle foreste di latifoglie lo stato produce 6.947.000 m³ di legname (2002), che viene trasportato nei centri di lavorazione per fluitazione, attraverso la rete fluviale. La pesca in fiumi e laghi, pari a 6.183 tonnellate (2001), è limitata al consumo interno.
La Bielorussia dispone di considerevoli riserve di torba, ampiamente utilizzata come combustibile nelle centrali termoelettriche, le quali forniscono il 99,5% dell’elettricità prodotta. L’estrazione di piccole quantità di petrolio vicino a Brest non è particolarmente significativa. Il paese è costretto a importare petrolio e gas naturale dalla Russia. Vi sono anche alcuni giacimenti di potassa, usata per la produzione di fertilizzanti, e salgemma.

POLITICA
 L’esito favorevole del referendum tenutosi nell’ottobre scorso, ha ormai imposto la figura dell’attuale presidente della Bielorussia, Alyaksandar Lukashenka, anche per il terzo mandato presidenziale che si terrà nel 2006. L’arma referendaria è servita per eludere il dettato costituzionale che non prevede un terzo mandato consecutivo spianando dunque la strada per le elezioni venture. A nulla sono servite le contestazioni, peraltro timide, delle opposizioni (politiche e non) dal momento che Lukashenka ha fatto di tutto da quando è in carica (1991) per estromettere i contestatori della sua linea politica. Il rigido controllo sui media ha poi completato l’opera dispotica del presidente che gli consente di governare senza alcun ostacolo di rilievo. Gli echi della tormentata vicenda dell’elezione presidenziale in Ucraina si sono fatti sentire anche in Bielorussia, ma hanno assunto un significato tutt’altro che positivo. Infatti hanno convinto maggiormente Lukashenka a soffocare con vigore ogni accenno di dissenso che provenisse dalla già indebolita opposizione. L’autoritarismo del presidente non potrebbe tollerare una simile contestazione di voto nel suo paese che lo esporrebbe troppo di fronte alla Comunità Internazionale. Da aggiungere che l’azione di Lukashenka è facilitata dalle divisioni intestine che lacerano l’opposizione, seppure i recenti sforzi per costruire un’alleanza credibile paiano essere più fruttuosi rispetto a quelli compiuti nel passato. Di area social democratica, i partiti dell’opposizione tentano di procurarsi consenso politico presso la classe dei lavoratori che rappresenta lo zoccolo duro dell’elettorato pro-Lukashenka. L’Ucp (United Civil Party) è il partito leader che si oppone a Lukashenka proponendo un programma moderato di liberalizzazione e democratizzazione della Bielorussia e cercando una sponda nei partiti russi che contestano la politica del presidente Putin. Pur tuttavia Lukashenka sembra temere maggiormente le trame di palazzo che non i tentativi di un’opposizione debilitata. Per placare questi timori, non esita a ricorrere alla persecuzione giudiziaria nei confronti dei più sospetti ed esercita una forte pressione sulle Ong presenti nel paese denigrandone l’attività. In più occasioni si sono registrate sparizioni di rappresentanti dell’opposizione (politica e civile) nei confronti delle quali nessuna inchiesta ufficiale è stata mai aperta. Abilmente Lukashenka, proprio per la sua giovane età (ha appena superato i 50 anni) è consapevole dei rischi di colpi di stato, ha creato una rete molto ben articolata tra i suoi uomini che lo mette al riparo da simili evenienze. Ha posto nei ruoli chiave del potere personaggi a lui molto legati e premiati con incarichi di prestigio.
Non è chiaro come UE e USA intendano operare da qui alle elezioni presidenziali del 2006 per frenare l’ennesima ascesa di Lukashenka; gli Stati Uniti hanno ricompreso da tempo la Bielorussia tra gli “stati canaglia” tagliando fondi e relazioni commerciali. Poco altro resta da fare se non prevedere una forma più serrata di embargo congiunto (USA-UE) e contemporaneamente insistere con pressioni diplomatiche più incisive. Solo la Russia mantiene un legame significativo con la Bielorussia per niente scalfito dalle sollecitazioni di Europa e Stati Uniti a isolare il regime dell’ex repubblica sovietica. Consapevole del consenso di cui gode presso l’opinione pubblica russa, Lukashenka resta un fedele alleato di Putin il quale, al contrario del suo predecessore più schierato, non ha mai indicato in modo netto la linea che intende seguire con la vicina Bielorussia. Sicuramente non è una linea improntata alla rottura considerato anche i diversi trattati che legano le due nazioni. Nel 1996 Russia e Bielorussia hanno concluso un accordo per il coordinamento delle politiche estere e di difesa e per creare, in futuro, una valuta comune. Nel 1999 i due paesi hanno firmato un trattato per la costituzione di un’Unione di Russia e Bielorussia che tuttavia è rimasta, per ora, soprattutto sulla carta. Nell’ambito del Csi, la Comunità di Stati Indipendenti, la Bielorussia è quella che ha ricercato una maggiore integrazione con Mosca, al contrario degli altri paesi aderenti alla Comunità che mal tollerano di tornare sotto l’ombrello di Mosca. Del resto Lukashenka ha degli ottimi motivi per essere fedele alla Federazione Russa, uno dei quali è il rischio di collasso di un’economia ingessata. Lukashenka sa bene che il sostegno di cui gode presso le famiglie è destinato a durare solo fino a che sarà in grado di garantire un basso tasso di disoccupazione, crescita dei salari e dei sussidi pubblici. Le condizioni per il mantenimento di questo stato per il momento risiedono da un lato nelle agevolazioni di prezzo concesse dalla Russia nella vendita di gas alle obsolete aziende bielorusse, dall’altro nello sbocco commerciale rappresentato dal mercato russo. Alcuni osservatori internazionali ritengono che l’arretramento democratico della Russia di fatto si tradurrà in un vantaggio per Lukashenka agli occhi degli altri paesi dell’est normalizzandone la figura di dittatore. All’occidente non resta che rassegnarsi ad una coesistenza che si profila nel lungo termine solida e duratura. Tuttavia i venti spirati di recente dall’Ucraina ma non solo, anche dalla Georgia e dai Balcani, lasciano ancora qualche spiraglio per un possibile cambiamento. I giovani bielorussi hanno come esempi le repubbliche post sovietiche che hanno rotto col passato e con la grande “madre” Russia per guardare invece a sistemi liberali e democratici fondati sulle libertà civili. Spetta all’opposizione cogliere e coagulare il malcontento che serpeggia tra i ceti più progressisti del paese, puntando il dito anche sui brogli elettorali che si susseguono da quanto Lukashenka è al potere. (Tratto da Equilibri.net)

STORIA
 Il territorio dell'attuale Bielorussia, abitato da una popolazione di origine slava e suddiviso in numerosi principati durante il Medioevo, fu annesso alla Lituania in seguito alla distruzione da parte dei tatari della città di Kiev (1240), che in quel periodo rappresentava il centro della religione e della cultura slava. Sotto la dinastia degli Jagelloni la regione bielorussa, come tutto il territorio lituano, fu annessa alla Polonia (1386), divenendo tra il XVI e il XVIII secolo lo scenario degli scontri militari tra quest'ultima e la Russia. In seguito, con le spartizioni della Polonia, la Russia prese possesso della regione, ma nel 1812, quando le forze francesi comandate da Napoleone ne invasero le terre, queste furono devastate dagli stessi russi in ritirata, così da determinare un grave stato di povertà che si sarebbe protratto per tutto l'Ottocento, alimentando un consistente flusso migratorio verso la Siberia e gli Stati Uniti.
Sul finire del secolo si diffuse nel paese un radicato movimento nazionalista e di autodeterminazione; dopo il crollo dell'impero russo, nel marzo del 1918, venne proclamata la nascita della Repubblica democratica bielorussa, che fu tuttavia sottomessa dai bolscevichi nel gennaio 1919. Successivamente, nell'intento di ristabilire le antiche linee di confine, la Polonia invase il paese, annettendosi con il trattato di Riga (1921) parte del territorio occidentale, mentre la regione restante divenne l'anno successivo una delle repubbliche costituenti dell'URSS.
Dopo l'occupazione della Polonia da parte delle forze tedesche nel 1939, la Russia si riappropriò del territorio sottratto, che venne annesso alla Repubblica bielorussa, quasi raddoppiandone la superficie. Nel giugno del 1941, durante la seconda guerra mondiale, i tedeschi invasero il paese, da cui furono cacciati solo nel 1944, dopo avere provocato ingenti devastazioni. Alla fine del conflitto i confini della Bielorussia vennero definitivamente fissati in base ai termini di un trattato stipulato tra la Polonia e la Russia nel 1945, che modificava leggermente in favore della Polonia i precedenti confini previsti dalla conferenza di Jalta. Nello stesso anno la Bielorussia divenne membro indipendente dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).
Il crollo dell'URSS verificatosi nel 1991 portò, il 25 agosto dello stesso anno, alla dichiarazione d'indipendenza della Repubblica bielorussa, che assunse un ruolo determinante nella formazione della Comunità di stati indipendenti (CSI), di cui ospitò il primo summit. Firmataria nel giugno 1993 del trattato di non proliferazione nucleare, la nazione si impegnò a rimuovere dal proprio territorio tutte le armi nucleari a partire dal 1996, anche in conseguenza dei disastrosi effetti dell'esplosione del reattore della centrale di Černobyl, verificatasi nel 1986 nella confinante Ucraina.
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Nel gennaio 1994 il capo dello stato Stanislau Suškevic, accusato di contrastare in modo inefficace la corruzione del governo, venne destituito; a succedergli fu il conservatore Mečyslav Hyrb. La nuova Costituzione, adottata nel marzo del 1994, proclamò il paese stato neutrale e denuclearizzato, e le prime elezioni presidenziali tenute nel luglio dello stesso anno portarono alla schiacciante vittoria del populista Aleksandr Lukačenko.
Lukačenko promosse una politica di riavvicinamento alla Russia, con la quale raggiunse diversi accordi concernenti l'unione doganale e la difesa. Sul fronte interno crebbe l'opposizione di nazionalisti, liberali e comunisti, riuniti per denunciare l'autoritarismo del presidente. La risposta di Lukačenko fu dura: molti esponenti dell'opposizione furono arrestati e fu stabilito il controllo sui mezzi di informazione. Alla fine del 1996 Lukačenko sostituì il Soviet supremo con un Parlamento di membri non ostili alla sua politica e con un discusso referendum prorogò il suo mandato fino al 2001.
In seguito al colpo di mano presidenziale del 1996, le relazioni internazionali della Bielorussia hanno subito un forte deterioramento e mentre il Consiglio d’Europa non ha riconosciuto il Parlamento bielorusso, l’OSCE si è scontrata in più di un'occasione con le autorità del paese.
La situazione è precipitata nel giugno 1998, quando Lukačenko ha intimato a 22 diplomatici stranieri di abbandonare le residenze che occupavano nell’esclusivo quartiere di Drozdy, dichiarate di proprietà presidenziale, "per lavori urgenti agli impianti idraulici" e li ha invitati a trasferirsi nella periferia di Minsk. La reazione dei paesi colpiti dal provvedimento è stata durissima; accusando Lukačenko di violare le convenzioni internazionali sulle relazioni diplomatiche, molti di essi hanno richiamato gli ambasciatori. Inoltre, mentre l'Unione Europea ha imposto restrizioni agli spostamenti dei diplomatici bielorussi sul proprio territorio, gli Stati Uniti hanno dal canto loro invitato l'ambasciatore bielorusso a Washington di "non farvi ritorno dopo le vacanze". La crisi si è risolta soltanto agli inizi del 1999, quando tutti gli ambasciatori hanno potuto tornare nelle proprie residenze.