La flotta Viva Palestina è giunta a destinazione giovedì scorso. Grazie al via libera egiziano, il convoglio di navi è riuscito ad approdare sulle coste di Gaza e distribuire gli aiuti alla popolazione esultante. La nuova flotta era partita da Londra per poi dirigersi nel Mediterraneo e fare scalo in Siria, dove era rimasta attraccata per quasi due settimane nell'attesa che l'Egitto desse il suo lasciapassare e dunque l'accesso dal varco di Rafah.
Intanto non si esaurisce il dibattito sulla nave ammiraglia della precedente flottilla, la Mavi Marmara, che nel suo tentativo di far arrivare gli aiuti a Gaza era stata attaccata dall'esercito israeliano il 31 maggio scorso, un'aggressione costata la vita a 9 persone, più diversi feriti, oltre all'indignazione della comunità internazionale. Uno dei nodi che continuano a venire al pettine e che sembrano duri da sciogliere, sono i sospetti circa un probabile sostegno di tutta l'operazione da parte del governo turco.
Il Jerusalem Post, lo scorso venerdì, ha pubblicato alcuni estratti di appunti presi da una giornalista polacca presente sulla Freedom Flottilla, Ewa Jasiwicz, durante un'assemblea tra i capi delle sei associazioni organizzatrici della missione. I computer portatili, insieme ad attrezzature audio-video, documenti e denaro, erano stati sequestrati dai militari israeliani apparentemente per essere ispezionati (non sono mancate denunce di furto e di abusi di carte di credito). In questi appunti si troverebbero ragioni valide per sospettare l'appoggio di Ankara all'operazione: "Il governo non ha subito dichiarato apertamente sostegno alla missione; ma [negli] ultimi giorni, [abbiamo] avuto diretto supporto dal premier e da altri ministri. Nel corso di discussioni hanno detto apertamente che se abbiamo delle difficoltà, il gov[erno] dispiegherà l'aiuto che potrà" recita il testo riportato dal quotidiano israeliano.
Il coordinamento Free Gaza, animatore della missione, dal giorno successivo - venerdì 22
ottobre - ha rilasciato un comunicato stampa in cui si oppone fermamente alle accuse di sostegno da parte del governo turco. Secondo il movimento si tratta di "dichiarazioni tendenziose" rilevate da "informazioni presentate al di fuori del contesto a cui appartengono e fanno parte della campagna di propaganda" del governo israeliano. Il Free Gaza Movement cerca di "mantenere un dialogo aperto con i governi di tutto il mondo", ed è per questo che, prima di far partire la flotta, "abbiamo avuto colloqui e ci siamo confrontati con i funzionari del governo di Stati Uniti, Cipro, Grecia, Svezia, Irlanda, Regno Unito e Turchia per creare un sostegno aperto nei confronti della missione e per sensibilizzare i governi a impegnarsi per porre fine alla politica israeliana di punizione collettiva dei palestinesi a Gaza".
Le polemiche non sono destinate a terminare presto. La Ong che guidava la Freedom Flottilla e che teneva il timone della Mavi Marmara era un'associazione turca, la İnsan Hak ve Hürriyetleri ve İnsani Yardım Vakfı (Ihh), Fondazione per i Diritti Umani e per l'Aiuto Umanitario, con sede a Istanbul, nel quartiere conservatore di Fatih. L'organizzazione,
dichiaratamente islamica, è al centro di accuse da più parti per presunti legami con Hamas, se non addirittura con al Qaeda. Lo dice un rapporto di Israele del 2008 e il magistrato francese Jean-Louis Bruguière, che nel 2001 aveva lungamente indagato sulle relazioni internazionali della Ihh. La Ihh rigetta ogni accusa, e attacca Israele: "L'unico vero terrorista". D'altra parte alcuni comportamenti, alcuni segnali non possono che destare sospetto: la volontà espressa da certi membri dell'equipaggio di morire da martiri e il tono delle celebrazioni dei funerali delle vittime, salutati dai parenti come martiri della causa palestinese, mentre alcuni si auguravano la stessa fine gloriosa.
Sul suo sito la Ihh si difende dall'accusa rivoltale di non essere mossa dallo scopo di difendere i diritti umani, ma di difendere i diritti degli islamici. La sua tesi è: sulla nave c'erano persone provenienti da circa 40 paesi diversi, di religione, lingua e colore diversi, credenti e non credenti. Questa parte è mancante nella versione inglese. Alla voce "Chi siamo?" a fondo del capoverso sono orgogliosi di dichiarare di essere parte dell'Ecosoc, il consiglio socio-economico delle Nazioni Unite, Ngo branch e della Oic, l'Organizzazione della Conferenza Islamica. Nella prima detengono uno "special consultive status" e sono membri della seconda. L'Oic è apparentemente un'organizzazione ritagliata a modello dell'ONU, ma adattata ad una comunità ben precisa: la Umma, la comunità dei fedeli all'Islam in qualunque stato essi vivano. Tra gli scopi dell'Oic c'è proprio "l'altissimo onore di rafforzare la Umma". E tra i principi fondatori si ritrova tra l'altro "la lotta contro ogni forma di oppressione, sfruttamento , occupazione e sionismo".
Dell'Oic fanno parte numerosi stati islamici, tra cui la Repubblica Turca di Cipro Nord (non riconosciuta internazionalmente) e, naturalmente, la Turchia. Turco è anche il segretario generale della Conferenza: Ekmeleddin İhsanoğlu. La Conferenza nasce nel 1969 come reazione all'attacco alla moschea Al Aqsa nella Gerusalemme occupata.
La Ihh sostiene tra l'altro la campagna per la difesa dei diritti delle popolazioni musulmane del Turkistan dell'Est, nonché quei territori oggetto del sogno panturanico di riunificare tutti i popoli turchi, come gli Uiguri, ora soggiogati alla Repubblica Popolare Cinese.
Rimangono dubbi sul perché il governo turco avrebbe dovuto appoggiare la missione della Freedom Flottilla. Forzare il blocco a Gaza non è certo un affare di cui si possa prendere carico un esecutivo. Dopo l'attacco alla flottiglia le relazioni tra Israele e Turchia si sono definitivamente guastati, tanto che il premier turco Recep Tayyip Erdoğan, nell'ultimo summit mediterraneo sul clima, è arrivato a dire che se Netanyahu fosse stato presente, lui non avrebbe partecipato. E sullo scudo antimissile non transige: Israele non ne dovrà beneficiare. Questa è la condizione imprescindibile per accettare la costruzione dello scudo in terra turca. E le ragioni di tale chiusura sono proprio i fatti della Mavi Marmara. Non è da sottovalutare un simile atteggiamento in un momento tanto delicato della ridefinizione degli equilibri internazionali, processo che ha il suo cuore proprio nel medio-oriente. Secondo Murat Onur (Hürriyet Daily News, 11 giugno) ci potrebbe essere dell'irresponsabilità del governo turco nel modo in cui è stata affrontata la faccenda.
In mezzo al polverone delle polemiche però c'è ancora una buona notizia: la nuova flottiglia, la Viva Palestina, è arrivata a destinazione. Facendo uso del solo strumento diplomatico è riuscita nel suo scopo: portare gli aiuti alla Palestina che soffre senza passare per Israele.
Ma non tutto l'equipaggio ha potuto salpare a Rafah. Dell'equipaggio faceva parte anche l'esuberante ex-parlamentare britannico George Galloway. Egli è fra i diciassette a cui è stato impedito di continuare il viaggio fino a Gaza.
Coinvolto nello scandalo del programma oil-for-food, che gli avrebbe fruttato seicento mila dollari solo in tangenti, è segretario generale della ONG War on Wants, che opera tra l'altro in Palestina, in Colombia e in Iraq, dove si batte per contrastare il processo di privatizzazione del petrolio, per farlo ritornare "nelle mani degli iracheni".
Alessandra Mainini