Alle 16.30, dal pronto soccorso del nostro ospedale qui a Lashkargah, i nostri colleghi afgani ci avvisano che è arrivato un ferito da proiettile.
Sulla barella c'è un corpicino di dieci anni, si chiama Zakiria. Si lamenta del dolore alla pancia: in effetti, c'è un piccolissimo foro di entrata sull'addome e uno altrettanto piccolo di uscita sul suo gluteo sinistro. Il proiettile, nel suo tragitto all'interno del corpo di Zakiria, ha bucato il suo intestino in almeno quattro punti diversi provocandogli anche una frattura dell'ileo, una delle ossa del bacino.
Era seduto fuori da casa sua, a Sangin, quando i combattimenti sono iniziati e non ha nemmeno visto il proiettile che l'ha ferito, si è trovato per terra e suo zio l'ha portato direttamente da noi in macchina.
Gli infermieri lo assistono e lo preparano per l'operazione che avviene da lì a venti minuti.
Alle 17.20, nella stessa sala di pronto soccorso appena pulita e riordinata, il personale sanitario viene chiamato per un altro ferito da proiettile: è Zinullah, nove anni, avvolto da una coperta di fortuna. Il proiettile gli ha sfondato il cranio, ha del materiale cerebrale che cola. E' già morto quando arriva, il padre Fidaghull ha una smorfia forzata sul viso mentre il medico gli spiega che purtroppo nessuno avrebbe potuto fare nulla per suo figlio.
Se ne va disperandosi di non aver trovato in tempo una macchina con la quale portare prima suo figlio.
Alle 18.30 la stessa scena si ripete ancora una volta: sulla barella c'è un corpicino ancora più piccolo, si chiama Samiullah, ha sette anni e due occhi color nocciola bellissimi.
Lui non si lamenta, è intontito dalla morfina fatta sul luogo dell' 'incidente': un proiettile piccolissimo gli è entrato dall'addome ed è uscito a velocità supersonica dal suo gluteo, forando almeno in cinque punti il suo piccolo intestino e provando anche a lui la frattura dell'ileo.
Stava dando da mangiare al suo asino, quando ha visto bene degli 'uomini enormi' super armati che hanno cominciato a sparare. Altri uomini enormi super armati l'hanno poi portato con l'elicottero fino a Lashkargah.
Anche lui è assistito e mandato in sala operatoria velocemente per essere operato.
Come sarebbe bello che questa fosse una rappresentazione teatrale, seppur tragica, dove alla fine si accendono le luci, i protagonisti salutano con inchini il pubblico che applaude e tutti se ne vanno poi a casa a meditare.
La realtà è ben diversa, nonostante qualcuno chiami questi luoghi 'teatri di guerra'.
Matteo Dell'Aira*
(*Coordinatore medico dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)