Mentre a Seul i venti padroni della Terra litigavano sulle monete, il presidente Usa Barack Obama tirava un sospiro di sollievo. "L'accordo sulla formazione del governo iracheno è una tappa importante"..
Quello che Obama non dice, però, è che l'accordo è una tappa che non regala neanche un centimetro al cammino dell'Iraq verso la normalità. Sono passati otto mesi dalle elezioni nel Paese liberato dal regime di Saddam, ma imprigionato in un conflitto sanguinoso dal 2003. La lista più votata è stata quella di Iyad Allawi, premier per poco meno di un anno nel 2004, che ottenne - il 7 marzo scorso - 91 seggi in Parlamento.
Una lista che aveva fatto del multiculturalismo e del laicismo il suo grido di battaglia. Un segnale forte per l'Iraq, dilaniato da conflitti confessionali tra i sunniti e gli sciiti, con la minaccia della secessione dei curdi, con le milizie integraliste a caccia di cristiani e vite umane in generale. Solo che Allawi è rimasto un re senza corona, impossibilitato a formare un nuovo governo con la maggioranza parlamentare necessaria. Nouri al-Maliki, premier uscente, le ha tentate tutte per tenere il potere.
Prima ha provato la strada dei brogli elettorali, ma ha fatto marcia indietro quando si è reso conto che i maneggi peggiori riconducevano proprio a lui e al suo clan. Di colpo, da sciita moderato, riscopriva posizioni oltranziste e tentava di blandire l'ayatollah radicale sciita Moqtada al-Sadr, che ha combattuto in armi e ha costretto all'esilio in Iran. Proprio Teheran usa Moqtada come quinta colonna in Iraq e Maliki, deludendo gli amici statunitensi e israeliani, stava aprendo le porte di Baghdad agli interessi iraniani. Anche questa manovra, per le enormi pressioni dell'Arabia Saudita e degli Stati Uniti, non è andata in porto.
Intanto l'Iraq restava come prigioniero del suo caos. La situazione della sicurezza, dopo gli orribili anni dal 2004 al 2007, pareva normalizzata. Negli ultimi mesi, però, proprio per il bottino politico in palio, erano tornate a parlare le armi e a saltare in aria le autobomba. Scuola, sanità, lavori pubblici, cultura erano ferme a quell'età della pietra dove è stato incatenato uno dei paesi che ha contribuito alla storia dell'umanità.
Oggi un governo c'è: Obama parla anche di "pietra miliare". Un esecutivo che avrebbe fatto felice Massimiliano Cencelli, burocrate della Democrazia Cristiana, che elaborò il celeberrimo manuale che permetteva di assegnare a tutte le correnti del partito posti di potere in proporzione al peso politico. Nuri al-Maliki ha così raggiunto il suo obiettivo, ricevendo l'incarico di formare il governo dal presidente della Repubblica Jalal Talabani, rieletto oggi dal Parlamento per un secondo mandato. Talabani è la guida della comunità curda, molto più interessata ai contratti internazionali che alla politica interna, e mantiene il posto ideale per quel genere di affari.
E Allawi? La riunione fiume che ha portato alla seduta chiave in Parlamento a Baghdad è stata movimentata. La maggioranza dei deputati di Iraqiya, il partito di Allawi, ha abbandonato l'aula per protesta contro l'accordo di divisione del potere che agli uomini di Allawi lascia la presidenza del Parlamento e, pare, il ministero degli Esteri. Un po' poco per chi ha preso più voti di tutti, ma Allawi non ha trovato le sponde internazionali decisive per imporre la scelta più corretta.
Allawi ha ottenuto anche la creazione di un Consiglio nazionale per la strategia politica, del quale otterrebbe la presidenza. Questo Consiglio dovrebbe prendere le decisioni strategiche più importanti, ma solo sulla carta.
In realtà gli elementi 'nuovi' sono altri. L'influenza iraniana sul suo vicino, per esempio, grazie dalla conferma di al-Maliki e all'appoggio dato da Moqtada, che piazza un suo uomo alla vicepresidenza del Parlamento. Un calmante è stato trovato anche per i sunniti. L'accordo finale prevede anche l'abrogazione entro due anni della legge che impedisce agli ex ba'ahtisti (sunniti seguaci di Saddam Hussein) di lavorare nella pubblica amministrazione e nelle forze armate. I curdi, poi, continueranno a giocare su più tavoli, curando gli affari propri e quelli con la Cina, gli Usa e Israele. Benvenuti a Baghdad, dove adesso c'è davvero una moderna democrazia, capace di lottizzare tutto meno che il futuro degli iracheni.
Christian Elia