24/11/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Pyongyang vuole rapporti bilaterali con gli Usa per giungere a una pace stabile

Rivelazioni sulle centrifughe per l'arricchimento dell'uranio e subito dopo l'attacco contro l'isola sudcoreana di Yeonpyeong. Secondo Jimmy Carter, l'escalation provocata dalla Corea del Nord "ha per obiettivo quello di ricordare al mondo che merita rispetto in sede di negoziati sul proprio futuro".

L'ex presidente Usa ha fornito la sua interpretazione della crisi coreana in un articolo per il Washington Post, in cui ripercorre i momenti di maggiore tensione dal 1994 ad oggi.
"Sappiamo che la religione di Stato di questa società chiusa - afferma Carter - è il 'juche', che significa autosufficienza e rifiuto di essere dominati da altri".
Per questo motivo, Pyongyang invia un messaggio costante a Washington: attraverso colloqui diretti con gli Stati Uniti è pronto a concludere accordi per porre fine ai propri programmi nucleari, sottoporli alle ispezioni dell'Aiea e concludere un trattato di pace permanente che sostituisca il cessate il fuoco temporaneo del 1953.

"I leader di Pyongyang ritengono che le forze armate sudcoreane siano controllate da Washington e affermano che la Corea del Sud non sia parte in causa nel cessate il fuoco del 1953".
La Corea del Nord insiste perciò sui colloqui diretti con gli Stati Uniti. Dall'amministrazione Clinton - aggiunge Carter - "il nostro Paese ha negoziato attraverso l'approccio dei colloqui a sei, evitando perlopiù discussioni bilaterali di sostanza, che avrebbero escluso la Corea del sud".

"Dovremmo prendere in considerazione - conclude l'ex presidente alludendo al 'messaggio di Pyongyang' - la possibilità di rispondere a questa offerta. L'alternativa disgraziata sarebbe per i nordcoreani quella di adottare qualsiasi azione considerino necessaria per difendere se stessi da ciò che affermano di temere più di ogni altra cosa: un attacco militare sostenuto dagli Stati Uniti affiancato dal tentativo di cambiare il regime politico".