02/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Reportage dall'ospedale di Emergency nel sud dell'Afghanistan durante offenisva alleata di Marjah

Dal nostro inviato
Enrico Piovesana


A Lashkargàh, capoluogo della provincia afgana meridionale di Helmand, il silenzio non esiste più. Il cielo risuona senza sosta del rombo dei cacciabombardieri e degli elicotteri da guerra che volano bassi, avanti e indietro, in continuazione.

Li seguono gli occhi attenti di alcuni pazienti dell'ospedale di Emergency, usciti in giardino con le stampelle, in carrozzina o direttamente sui loro letti, per prendere un po' di aria e di sole. E per raccogliere qualche fiore, che poi tengono in mano annusandolo di tanto in tanto o che si infilano tra le bende delle ferite. Gli afgani amano i fiori. La sensibilità e la dolcezza di questi barbuti contadini pashtun, giovani e vecchi, mette in crisi tutti i nostri preconcetti su questo popolo.

Ogni tanto, dalla direzione di Marjah, al di là del muro di cinta del giardino e del fiume Helmand che scorre dietro di esso, giunge l'eco di un boato, come il tuono di un temporale lontano, ma più forte, più cupo e più breve. Tra i pazienti, ogni volta, inizia il dibattito: chi dice che sono bombe sganciate dai jet. Chi, invece, che sono razzi sparati dagli elicotteri. E chi, infine, è convinto che si tratti semplicemente di mine fatte brillare dai marines.

Attorno a Marjah si combatte ancora, ma ufficialmente l'operazione Moshtarak, la più grande offensiva militare condotta dalla Nato in Afganistan dall'inizio della guerra nel 2001, è conclusa: la roccaforte talebana di Marjah è stata riconquistata dai marines e dalle truppe afgane dopo due settimane di combattimenti. La bandiera nero-rosso-verde è tornata a sventolare sul questo distretto rurale, vissuto per oltre due anni all'ombra del vessillo bianco dei talebani.

Un successo, secondo i comandi alleati, che verrà presto replicato sugli altri fronti, a partire da quello di Kandahar. La battaglia di Marjah come primo passo, preludio di una strategia più generale della Coalizione, decisa a riprendere il controllo dell'intero sud dell'Afghanistan nei prossimi mesi. Mesi decisivi che, come ha dichiarato il segretario di Stato Usa, saranno i più duri per le forze occidentali dall'inizio di questa guerra.

Ma lo saranno sopratutto per la popolazione civile afgana, a giudicare dalle testimonianze che Peacereporter ha raccolto dalla gente di Marjah, ricoverata o in vista al vicino ospedale di Emergency di Lashkargah. Voci che raccontano l'altra faccia di questa guerra, quella che non viene mai raccontata: la paura e la sofferenza, la distruzione e la morte che noi, i kharijàn, gli stranieri, portiamo con le nostre bombe e i nostri missili a questa gente. Gente che non si sente 'liberata' ma aggredita, che preferisce il rassicurante e familiare ordine sociale che i talebani sanno garantire nei territori da essi controllati, che ha il terrore dell'anarchia e dei soprusi dei poliziotti afgani che rubano, taglieggiano e rapiscono, che nemmeno parlano la loro lingua e che per questa gente rappresentano l'unica manifestazione del lontano governo di Kabul.

Sad Maluk, 60 anni, turbante bianco, barba grigia e occhi celesti, è appena arrivato da Marjah per far visita al nipote, ricoverato con una brutta ferita da pallottola. Siede con familiari e amici su una panchina sotto il porticato d'ingresso dell'ospedale.
"Non so chi gli ha sparato, ma poco importa. Questa nuova offensiva ha causato tante vittime innocenti, troppe. Dicono che hanno ucciso per errore solo pochi civili, ma la verità è che hanno ucciso pochi talebani. Io vivo vicino al bazar di Marjah, e vi posso assicurare che nei primi giorni le bombe sganciate dagli aerei e i missili lanciati dagli elicotteri hanno distrutto molte abitazioni. Da sotto le macerie abbiamo tirato fuori finora circa duecento cadaveri di civili, ma ci sono ancora un centinaio di dispersi sepolti sotto i resti delle case colpite. Ieri ne abbiamo trovati altri cinque. Queste cose non le dice nessuno, ma vi giuro che è così perché l'ho visto con i miei occhi. Lo abbiamo visto tutti".

Gli uomini intorno a lui scuotono silenziosamente il turbante in segno di assenso.
"A Marjah non si spara più ma questo non significa che i talebani se ne siano andati o siano stati sconfitti: hanno solo smesso di combattere, per ora. I talebani sono ancora a Marjah perché i talebani sono anche gente del posto. Non sono forestieri venuti da fuori come si vuol far credere: ci sono anche tanti di noi che stanno con i talebani. E sapete perché? Perché in questi ultimi anni con loro non abbiamo mai avuto problemi: finché a Marjah comandavano loro, tutto andava bene, tutto era tranquillo. Non vogliamo altro, non vogliamo intrusioni da parte degli stranieri o del governo. Vogliamo solo essere lasciati in pace, così come siamo".

Mormorii di consenso percorrono il pubblico di curiosi che si è formato attorno a noi. Uno di loro, un giovane di Marjah di nome Zia Ulaq, viso spigoloso e turbante nero, interviene per spiegare le parole del 'baba', come vengono chiamati gli anziani in segno di affettuoso rispetto.
"Ora a Marjah è tornata a comandare la polizia afgana, come prima che arrivassero i talebani. Noi, più che degli americani, abbiamo paura dei poliziotti afgani, di questi criminali che girano con i fuoristrada verdi e si comportano da padroni: rubano le nostre cose, ci estorcono denaro e chi si ribella viene arrestato e denunciato come talebano. E fanno anche di peggio, come rapire i nostri bambini per poi abusare di loro. Da quando, oltre due anni fa, Marjah è passata sotto il controllo dei talebani - racconta Zia Ulaq - tutto questo non succedeva più. I talebani ci rispettavano e rispettavano le nostre proprietà e le nostre usanze. Garantivano la sicurezza, amministravano la giustizia con i giudici delle corti islamiche e facevano rispettare le nostre leggi islamiche. Noi stavamo bene perché ci sentivamo sicuri: non subivamo più i furti e gli abusi di quei banditi in divisa. Se i nuovi governanti di Marjah faranno altrettanto, se rispetteranno la nostra gente e la nostra religione lasciandoci vivere e lavorare in pace, a noi andrà benissimo. Ma ora che sono tornati gli uomini sui fuoristrada verdi, abbiamo paura".

Abdul Wali ha solo trentacinque anni, ma è già vedovo da tre anni e padre di quattro figli. Fino a pochi giorni fa, prima dell'operazione Moshtarak, ne aveva sei. Due di loro, Sadiq e Asrat, di otto e nove anni, sono morti, dilaniati da un razzo americano caduto per errore nel cortile della loro casa, a Marjah.
Gli occhi di Abdul sono quelli di un padre disperato. Siede tra i letti su cui giacciono, mutilati e feriti, altri due suoi bambini, Najib e Naqib, di cinque e sette anni, sopravvissuti per miracolo all'esplosione. Lui li copre di baci e carezze. Le infermiere fanno altrettanto. Ma questo non serve a far tornare il sorriso sui loro piccoli visi feriti, né a far passare gli incubi che li fanno piangere di notte.

"Quando sono scoppiati i combattimenti, con le pallottole che colpivano i muri di casa e i bambini che piangevano per i rumori che sentivano, ho deciso di portare via da Marjah i miei sei figli", racconta Abdul, spiegando di avere anche una bambina di ei anni e un bambino di undici, che per fortuna sono ancora vivi e incolumi.
"Dopo alcuni giorni, quando ci hanno detto che la situazione in città era tornata tranquilla, siamo tornati. In effetti era tutto calmo, o almeno così sembrava. Un paio di giorni dopo, i miei figli erano in cortile a giocare, quando c'è stata l'esplosione".
Abdul chiude gli occhi e si interrompe, come se non ce la facesse a raccontare quello che ha visto e vissuto dopo quel momento. Poi guarda i suoi bambini e riprende a parlare.
"Sono arrivati dei soldati americani. Hanno raccolto i frammenti del razzo, ammettendo che era roba loro. Hanno scattato delle foto ai miei due bambini morti, Sadiq e Asrat e poi hanno portato via Najibullah e Naqibullh, caricandoli su un elicottero. Mi hanno detto che li portavano all'ospedale militare di Camp Bastion. Non hanno aggiunto altro".

Chiediamo ad Abdul se nei giorni successivi i militari Usa non siano tornati, magari per offrirgli un risarcimento come di solito avviene in questi casi.
"Sì, i soldati americani si sono ripresentati due giorni fa, dicendo che l'incidente è stato causato da un razzo americano inesploso che i miei figli avevano raccolto per giocarci, e che poi sarebbe scoppiato. Io non lo so, non ho visto come sono andate le cose: mio figlio maggiore mi ha detto che loro non avevano raccolto nessun razzo. Io so solo che i miei figli sono morti per colpa degli americani".
Abdul non aggiunge altro e torna ad accarezzare i suoi bambini.

Baram Gul è un ragazzone di ventisei anni, con gli occhi buoni e tristi, il ventre fasciato. E' arrivato qui pochi giorni fa in fin di vita, con quattro pallottole in corpo.
"Quando sono iniziati i combattimenti, i talebani ci hanno consigliato di prendere le nostre cose e andarcene via. Dopo tre giorni la situazione era tornata abbastanza calma e io ho preso il mio motorino e sono tornato a casa. Non sapevo che gli americani l'avevano trasformata in una loro postazione. L'ho capito solo quando, senza nessun preavviso, un soldato sul tetto mi ha sparato, una, due, tre quattro volte. Sono caduto a terra ferito. Ho alzato la mano per chiedere aiuto, ma i soldati non si sono mossi. Allora ho mi sono trascinato fino alla casa più vicina, dove sono stato soccorso da mio zio. Perché tutto questo? Per due anni abbiamo vissuto, una vita normale, tranquilla e sicura per noi, per i nostri figli e le nostre proprietà. Noi non chiediamo altro!".

Abdul Wafa, trentacinque anni, barba lunga e capelli rasati (come tanti da queste parti) è arrivato qui all'ospedale di Emergency con un razzo di un metro, inesploso, conficcato nella schiena. Gli infermieri non si capacitavano di come potesse essere ancora vivo. Per rimuovere l'ordigno sono dovuti intervenire gli artificieri. Debole, ma cosciente, si sforza di raccontare.
"Lavoravo nel campo quando sono scoppiati i combattimenti. Gli elicotteri hanno iniziato a sparare missili e i talebani a sparare razzi. Ho iniziato a correre verso casa, ma un proiettile di Rpg mi ha colpito alla schiena. Questa operazione militare, come le altre che le altre che l'hanno preceduta, ha ucciso e ferito tante persone innocenti, ha danneggiato e distrutto le nostre case. Perché dobbiamo subire tutto questo? Che senso ha?".
Abdul è morto pochi giorni dopo, stroncato da una meningite fulminante: la punta del razzo gli aveva fratturato la colonna vertebrale infettando il midollo osseo. I 'kharijan', gli stranieri, erano venuti a liberarlo dai talebani. Lui, come tanti altri, voleva solo continuare a vivere. In pace.

"Agli americani e al governo non interessa niente della nostra gente", racconta Safatullah Zahidi, un giornalista locale. "A loro interessa solo una cosa: mettere le mani sulle piantagioni di papavero da oppio. E quelle di Marjah e del suo distretto, Nadalì, sono le più grandi e produttive di tutto l'Afghanistan. Grazie all'operazione Moshatarak sono tornate sotto controllo del governo e degli americani, giusto in tempo per il raccolto di marzo. E ora faranno lo stesso con le piantagioni della seconda principale zona di produzione di oppio, quella di Kandahar".

Un'interpretazione dei fatti clamorosa, ignorata in Occidente ma largamente condivisa in Afghanistan. Anche da personaggi molto noti e autorevoli, come l'ex parlamentare democratica Malalai Joya, nota in tutto il mondo per il coraggio che ha sempre dimostrato nel denunciare i crimini e la corruzione dei governanti afgani finanziati e protetti dall'Occidente.
"Lo scopo di queste operazioni militari condotte dalle truppe straniere - spiega Malalai - non è quello di sconfiggere i talebani, che vengono regolarmente avvertiti prima in modo da poter fuggire altrove. I talebani e i terroristi servono agli americani per mantenere il mio paese nell'insicurezza, così da avere un pretesto per rimanere in Afghanistan assicurandosi il controllo di questa regione strategica, vicina all'Iran, alla Cina e ai paesi dell'Asia centrale ricche di gas e petrolio, ma anche per continuare a fare affari con lo sporco business dell'oppio. Oppio che, trasformato in eroina, frutta enormi guadagni sia al governo afgano che alle forze americane, che portano la droga fuori dall'Afghanistan con i voli militari che decollano dalle basi aeree di Kandahar e di Bagram, e che poi finisce nelle strade dell'Europa e degli Stati Uniti. Quest'ultima offensiva in Helmand, che tra l'altro - sottolinea la Joya - ha causato molte più vittime civili di quelle pubblicamente dichiarate, è l'ennesima conferma di ciò: l'obiettivo non era colpire i talebani, che hanno avuto tutto il tempo di scappare, ma semplicemente riprendere il controllo della principale zona di produzione di oppio di tutto il paese".

Secondo l'ultimo rapporto del dipartimento antidroga delle Nazioni Unite (Unodc), la provincia di Helmand produce da sola quasi il 60 per cento di tutto l'oppio afgano (4 mila delle 6.900 tonnellate totali e 70 mila ettari di piantagioni su un totale nazionale di 123 mila), e il distretto di Helmand in cui maggiormente si concentra la produzione (e la raffinazione) è proprio quello di Marjah-Nadalì: zona non a caso nota come 'la capitale afgana dell'eroina'. Ma anche capitale mondiale, visto che l'Afghhanistan produce il 90 per cento dell'eroina che circola sul pianeta.

Un esponente del governo afgano, che ha chiesto di non rendere pubblico il suo nome, ha recentemente dichiarato a Irin News, l'agenzia giornalistica dell'Onu, che le autorità hanno informalmente concesso ai contadini del distretto di continuare a produrre oppio: "Il governo ha garantito che nessuna distruzione di piantagioni verrà effettuata a Marjah e Nadalì, almeno per quest'anno".
Una conferma esplicita viene dal nuovo governatore di Marjah: "Bisogna stare attenti con la questione dell'oppio: non lotteremo contro il narcotraffico distruggendo le piantagioni", ha dichiarato Haji Abdul Zahir all'inviato del Miami Herald, che a Marjah ha parlato anche con il maggiore dei marines David Fennell: "Noi non siamo venuti qui per sradicare i papaveri".