04/01/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Ennesima tragedia nel Golfo di Aden, ma per i migranti in fuga da guerre e povertà tutte le strade sono chiuse

Forti venti e un'onda anomala. Questa la spiegazione che il ministero degli Interni yemenita ha offerto ieri per l'ennesima tragedia nel Golfo di Aden, tra il Corno d'Africa e la Penisola Arabica.

Due barconi, uno al largo della provincia di Taez e uno al largo della provincia di Lahej, si sono rovesciati ieri, 3 gennaio 2010. A bordo rispettivamente quarantatrè e quaranta migranti, quasi tutti etiopi. Le vittime accertate sono quelle del primo barcone, gli altri quaranta sono dispersi, ma le possibilità di ritrovarli vivi sono nulle.

La guardia costiera yemenita continua le ricerche, giornali e televisioni se ne occuperanno al massimo per qualche ora ancora. Poi il noto oblio, quello che avvolge come un nero sudario le migliaia di vittime di quel braccio di mare, esposto a violente correnti, troppo forti per le misere imbarcazioni con le quali i migranti etiopi, eritrei e somali - a migliaia - tentano di raggiungere lo Yemen. Nessuno conosce il numero delle vittime in questi anni, non si azzardano neanche più previsioni.
Ma sono tanti, troppi. Vite in fuga dalla guerra e da regimi violenti.

Una disperazione cieca, che li porta a tentare di fuggire in paesi che non vogliono accoglierli. Lo Yemen, prima di tutto. Un Paese sull'orlo del fallimento. La ribellione degli sciiti nel nord, le pressioni dei secessionisti del sud, il luogo di fuga - vero o presunto - dei miliziani integralisti vicini ad al-Qaeda.

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), dal canto suo, riconosce lo sforzo enorme che lo Yemen sta sostenendo negli ultimi anni. Secondo l'agenzia Onu nel 2009, da gennaio a ottobre, sono stati circa 43mila i migranti sbarcati sulle coste del Paese arabo. Lo Yemen, in alcuni casi, li rimpatria (l'anno scorso è accaduto con ottocento di loro), ma nella maggior parte dei casi tenta di trovare posto nei campi di accoglienza gestiti proprio dall'Unhcr. Sono almeno un milione gli africani che vivono in queste fatiscenti strutture. In fuga dal presente, senza un futuro.

La maggioranza di loro, in realtà, vede nello Yemen solo tappa intermedia verso la meta: l'Arabia Saudita. Paese ricco, petrolmonarchia sempre alla ricerca di manodopera a basso prezzo.
Una porta d'ingresso per quello che spesso si rivela un inferno è la piccola cittadina di Haradh, Yemen nord occidentale. Snodo del contrabbando di armi e droga, nel villaggio cresciuto a dismisura negli ultimi anni si ammassano migliaia di migranti africani. Che finiscono nelle maglie del racket senza scrupoli tra guardie di frontiera saudite e yemenite e i trafficanti.

Vite in ostaggio, come quella di Mohammed, etiope di 23 anni. Dopo tre anni in Arabia Saudita, dove ha lavorato come fantino nelle massacranti corse di cammelli, è stato sbattuto fuori dal Paese. Ha tentato di passare ancora, ma è finita male. ''Hanno preso mia moglie e mia cugina. Ci avevano divisi: gli uomini su un bus, le donne su un altro. Quando siamo arrivati al confine, i trafficanti hanno chiamato le guardie dall'altra parte e loro hanno ordinato che passassero prima le donne'', ha raccontato Mohammed a IrinNews, il sito web delle agenzie Onu.

''Dopo qualche ora mi hanno telefonato, dicendo che dovevo pagare loro 50mila riyals yemeniti (circa 170 euro) se volevo rivederle. Non li avevo, ma per loro è lo stesso. Non so neanche che fine hanno fatto'', conclude Mohammed. Come la sua, mille storie. Di abusi e violenze, estorsioni e rapine. Spesso fatte con un filo diretto con le famiglie, in Etiopia, Eritrea e Somalia.

Lo stesso discorso vale per i migranti del Corno d'Africa che tentano l'altra via di fuga dalla loro prigione: quella verso Israele, attraverso il deserto del Sinai. L'ultima odissea è stata resa nota in Italia per l'impegno di un prete, don Mussie Zerai, ha lanciato l'appello per un gruppo di eritrei ostaggi - nel Sinai - di una banda di trafficanti. L'attenzione internazionale ha spinto la polizia egiziana, negligente o complice, a combattere il traffico di migranti e un agente di polizia del Cairo è morto in uno scontro a fuoco con una banda di beduini ieri, 3 gennaio 2010.

E' la prima volta, da anni, che la polizia s'impegna, invece di mitragliare i migranti stessi. Sono decine i sudanesi, gli etiopi, gli eritrei o i somali assassinati dagli egiziani. Quelli che passano finiscono nelle mani dei predoni che, chiedendo riscatti alle famiglie nel luogo di partenza dei disperati, ne decidono la vita o la morte. Quelli che passano, magari attraverso i tunnel di Gaza, tentano di raggiungere Israele.

Dove nessuno, però, li vuole. Il governo di Tel Aviv ha annunciato, nei mesi scorsi, la decisione di costruire un muro al confine con l'Egitto, per bloccare un flusso di migranti che - secondo le autorità israeliane - rischia di avere effetti devastanti 'sull'ebraicità' dello Stato d'Israele.
Sommerso dalle critiche, in quanto il muro non permette l'identificazione dei richiedenti asilo, Israele ha annunciato oggi, 4 gennaio 2010, la costruzione di un centro per i rifugiati nel bel mezzo del deserto. Potrà contenere fino a 7mila persone che saranno identificate e potranno presentare la domanda d'asilo.

Possibilità, questa, che viene invece negata agli stessi migranti che hanno tentato, in passato, di raggiungere l'Italia e l'Unione Europea. Gli accordi per il respingimento con la Libia hanno consegnato migliaia di persone alla polizia libica che, senza che avessero commesso alcun reato, li ha precipitati nell'inferno delle prigioni libiche, in mezzo al deserto, tra abusi e minacce. Per questo il governo italiano, l'Ue, quello saudita e quello israeliano sono complici della morte dei migranti di ieri e di tutti gli altri giorni. Ma nessuno, mai, sarà chiamato a risponderne.

Christian Elia

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