Lo hanno aspettato due anni. Migliaia di fedeli, a Najaf, nell'Iraq meridionale, hanno ritrovato il 6 gennaio scorso la loro guida: l'ayatollah Moqtada al-Sadr. Radicale, si è sempre scritto accanto al suo nome. Se questo è ancora vero è tutto da verificare, magari proprio oggi, 8 gennaio 2011, quando tornerà a parlare in pubblico.
In un primo momento si pensava che tenesse il sermone del venerdì, nella moschea di Kufa, ma un suo portavoce ha smentito. Moqtada, appena atterrato all'aeroporto di Najaf, si è recato al mausoleo dell'imam Alì, uno dei luoghi più sacri per gli sciiti. Subito dopo, senza rilasciare dichiarazioni, si è recato dal padre, nel quartiere al-Hanana della città irachena. Un figliol prodigo qualunque, in apparenza. Ma con Moqtada mai dire mai. Il suo nome diviene di dominio pubblico nel 2003, subito dopo l'invasione Usa dell'Iraq. Dopo il rovesciamento del regime di Saddam, salutato da lui come da tutti gli altri sciiti iracheni come una benedizione, è iniziata la sua personale guerra contro gli Stati Uniti, accusati di aver colonizzato il Paese. Una guerra di parole che, nel 2004, diventa militare.
Moqtada, nonostante la giovane età (37 anni), gode di un nutrito seguito. Origini libanesi, figlio di Mohammed Sadeq al-Sadr, stimato teologo, assassinato a Najaf (assieme a due fratelli di Moqtada) nel 1999, per mano dei sicari di Saddam. Il suocero di Muqtada, Muhammad Baqir al-Sadr, è stato giustiziato dalle autorità irachene nel 1980. In onore di quest'ultimo- alla caduta di Saddam - il quartiere di Saddam City a Baghdad (a maggioranza sciita) è stato ribattezzato Sadr-City. Moqtada è cugino dell'imam Musa al-Sadr, fondatore del movimento spirituale libanese Lega dei Diseredati, che poi dette origine al partito politico sciita libanese al-Amal (La speranza). Un pedigree di tutto rispetto, che Moqtada segue alla lettera, senza però raggiungere il 'titolo' che permette di emettere fatwe, cioè interpretazioni della legge islamica.
Il giovane ayatollah organizza i suoi fedeli in una milizia: l'Esercito del Mahdi. A loro sono addebitati alcuni dei massacri più cruenti che, tra il 2005 e il 2007, hanno insanguinato il Paese, nelle stragi tra sunniti e sciiti. La milizia, però, combatte soprattuto contro gli Usa: nell'agosto 2004 combattimenti si verificarono ancora fra truppe statunitensi e l'Esercito del Mahdi di al-Sadr. La battaglia che si concentrò prevalentemente attorno al cimitero wadi al-Salam e alla parte sud-occidentale della città di Najaf, finì dopo tre settimane quando l'anziano religioso, l'ayatollah Alì al-Sistani negoziò la fine degli scontri. Migliaia di guerriglieri dell'Esercito del Mahdi furono uccisi e considerevoli danni furono inflitti alla città vecchia, ai mausolei sacri sciiti e al cimitero.
Proprio quello con Sistani, settimana prossima, è l'incontro più importante dell'agenda di Moqtada. In molti hanno visto nella mediazione del più carismatico ayatollah sciita iracheno l'ago della bilancia per sbloccare la crisi politica che - per quasi un anno - ha paralizzato la formazione del governo di Baghdad. Ora, come nel 2004 (quando Sistani ha convinto Moqtada a richiamare i suoi) e nel 2008 (quando ha consigliato al giovane leader religioso un prudente 'ritiro di studio' in Iran), Sistani è stato decisivo. Oggi Moqtada è diverso: nel nuovo governo ha ottenuto sette ministri, forte dei suoi 39 deputati.
L'Iran, dietro le quinte, vede in lui l'interlocutore privilegiato. Tutti gli altri, compresi il laico Allawi (vicino agli Usa) e il premier al-Maliki, hanno capito che senza Teheran non si governa il Paese e ne hanno agevolato il rientro (nel 2007 pareva deciso a Baghdad l'arresto di Moqtada). Adesso non resta che definire la transizione dell'Esercito del Mahdi da milizia a partito politico e il gioco è fatto. Anche se con Moqtada mai dire mai.
Christian Elia