Qualche giorno fa, il vice premier cinese, Li Keqiang, aveva annunciato la disponibilità del gigante asiatico ad acquistare il debito sovrano spagnolo. Approvando le misure di austerità adottate dal governo socialista di Madrid, Pechino si è dichiarata speranzosa nei riguardi della ripresa economica e finanziaria del paese. Ed è così che mentre si riduce la quota di bond spagnoli detenuta dai paesi europei, aumenta quella in possesso di economie emergenti, in primo luogo proprio la Cina.
Nave senza nocchiere nella tempesta finanziaria internazionale, la fragile economia europea sembra sempre più dipendente dagli aiuti condizionati e condizionanti di istituzioni internazionali e grandi potenze mondiali che, senza alcuna velleità altruista, foraggiano un'economia in crisi, attendendendo pazientemente il proprio tornaconto.
Da qualche tempo, la Cina ha ufficialmente cercato di prendere le redini della situazione, dichiarando in più di un'occasione la sua volontà di aiutare il vecchio continente, attraverso l'acquisizione dei titoli di stato dei paesi in difficoltà. Pechino ha già offerto il suo sostegno al Portogallo, e solo qualche giorno fa, ha ribadito la sua intenzione di continuare ad aquistare il debito pubblico spagnolo. I malati d'Europa accolgono con entusiasmo il lenitivo cinese, giustificando spesso la manovra con la necessità di diversificare la base degli investitori. Ma l'aiuto del Dragone non è certo disinteressato. Le giustificazioni economiche e politiche che sottendono l'intervento cinese non lasciano adito a dubbi sulle reali aspirazioni dell'ex Impero di mezzo. In primo luogo, il vecchio continente rappresenta la principale destinazione delle esportazioni del Dragone. La ripresa economica europea è quindi necessaria al continuo afflusso dei manufatti e prodotti sfornati a basso costo dal gigante asiatico. Come ha sottolineato Wang Qishan, vice premier agli affari economici, finanziari ed energetici, riferendosi all'Europa: "È importante opporsi a ogni forma di protezionismo con misure concrete". L'investimento nei titoli del debito pubblico di paesi europei in difficoltà ha quindi un costo: l'abbassamento delle barriere tariffarie imposte contro le esportazioni del Celeste Impero.
Ma la strategia di Pechino è squisitamente politico-economica. La bilancia commerciale internazionale cinese è infatti in continuo avanzo. L'adozione di una politica del controllo dei cambi impedisce la libera fluttuazione dello yuan che, a causa del forte surplus nel conto corrente internazionale, dovrebbe rivalutarsi seguendo il suo corso naturale. Per converso, mantenendo artificialmente basso il valore del renminbi, il Dragone salvaguarda la competitività delle proprie merci, a svantaggio delle altre grandi economie, in primo luogo quella statunitense. Da tempo, infatti, Washington, caratterizzata da un cospicuo deficit nei suoi conti con l'estero, invano esorta Pechino a garantire una libera fluttuazione monetaria che comporterebbe un apprezzamento dello yuan, rendendo così i beni esteri relativamente più convenienti rispetto a quelli interni. Come conseguenza, si delineerebbe in Cina un aumento della domanda di beni importati e un ripristino dell'equlibrio sulla bilancia dei pagamenti internazionale. Pechino ha però smentito la validità delle argomentazioni statunitensi. Jiang Yaoping, vice ministro del Commercio, ha infatti affermato che "fin dal 2005 abbiamo modificato il tasso di cambio, ma il surplus commerciale registrato nei confronti degli Stati Uniti non è variato". Alcune motivazioni, secondo l'alto funzionario, devono essere individuate nel fatto che molte compagnie multinazionali importano semilavorati e li trasformano in prodotti finiti in Cina, prima di esportarli negli Usa.
Washington è così impegnata nel deprezzare la propria valuta in modo da favorire le proprie esportazioni e ridurre i deficit di bilancio. Nel novembre scorso infatti, Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, ha annunciato l'acquisto dei titoli di stato statunitense. L'immissione di liquidità che ne deriva è manifestazione della politica espansiva adottata dalle autorità monetarie per promuovere la svalutazione del dollaro e incorraggiare le vendite all'estero. Dal canto loro, la Cina e le altre economie emrgenti non tollerano questo deprezzamento della valuta statunitense, da un lato perchè titolari di ingenti riserve valutarie straniere in dollari, e dall'altro perchè ne conseguirebbe un apprezzamento delle proprie valute e un peggioramento delle proprie esportazioni. Con la riforma della governance del FMI è aumentato il peso del voto dei paesi emergenti, che non mancheranno quindi di far sentire la propria voce. Ma in questa guerra delle valute, Pechino vuole l'Europa dalla sua parte. Anche sotto questa luce si spiega l'intenso sforzo del Dragone nel sostenere l'economia del vecchio continente, di fatto in crisi. La svalutazione del dollaro, infatti, implica un parallelo apprezzamento dell'euro, senza che vi sia una effettiva base economica a sostenerlo. In più, la manovra adottata da Washington ha spinto i paesi medio orientali, che vendono petrolio nell'area euro e ne acquistano i beni finiti, ad aumentare il prezzo degli idrocarburi, per sostenere il proprio potere d'acquisto indebolito.
In questo afrore di tensione che impregna il panorama economico internazionale, attraverso politiche di deprezzamento giustificate in maniera diversa e poco originale, la svalutazione competitiva sembra sempre più divenire un imperativo consunto, ad uso e consumo di paesi ipocriti.
Marco Luigi Cimminella