29/01/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Nominato il nuovo governo, pieni poteri al capo dell'intelligence, ma tutti i grandi si allontanano dal presidente mentre il Paese brucia. Almeno cento le vittime

Il coprifuoco non basta: secondo al-Jazeera sono più di cento le vittime degli scontri tra manifestanti e polizia in Egitto, mentre per l'emittente concorrente al-Arabiya, che cita fonti mediche locali, il bilancio è di almeno 73 vittime e mille feriti. La stessa al-Arabiya, per far capire che aria tira, ha fatto appello alla popolazione: donate il sangue, gli ospedali del Cairo e delle altre grandi città sono allo stremo.

Se qualcuno si fosse illuso che sarebbe bastato il videomessaggio del presidente Hosni Mubarak di ieri notte, che ‘dimissionava' il governo e annunciava riforme, per placare la folla si sbagliava di grosso. Oggi Mubarak, che tenta di dare ancora l'immagine di solida guida del Paese - ha nominato come nuovo primo ministro l'ex militare ed ex ministro dell'aviazione civile Ahmed Shafik, ma soprattutto ha nominato il generale Omar Suleiman, capo dei servizi segreti egiziani, vicepresidente.

Le immagini che mostrano i due giurare nelle mani di Mubarak danno più l'idea di un passaggio di consegne che di una normale amministrazione. Non a caso prendono corpo le voci della fuga a Londra della moglie e dei figli del presidente, che avrebbero raggiunto la famiglia del figlio prediletto, Gamal, che si troverebbe da giorni nella capitale britannica.

Ecco che, dopo il rumoroso silenzio dei giorni scorsi, spunta Suleiman. L'uomo chiave della regione, al centro di ogni mediazione e trattativa in Medio Oriente, era stranamente defilato. In molti, in passato, vedevano il futuro dell'Egitto legato all'esito della lotta tra Gamal - punto di riferimento della borghesia ricca, con studi all'estero, giovane - e il vecchio Suleiman, snodo chiave di ogni forma di potere - interno ed esterno - del regime egiziano. Israele, per fare un esempio, o gli stessi Usa, fino all'Europa, si fidano del vecchio agente segreto. La sua nomina a vicepresidente potrebbe essere l'ultima mossa del Faraone - come i suoi ‘vecchi' sudditi chiamano Mubarak - per una transizione gestita. Basterà mettere il potere nelle mani (magari con le dimissioni di Mubarak nelle prossime ore) per fermare i manifestanti che ancora oggi invadevano tutte le strade d'Egitto? Difficile dirlo, ma la sensazione è che la rabbia popolare chiede di più di un papavero di regime al posto di Mubarak.

ElBaradei lo sa. L'ex premio Nobel per la pace ed ex segretario generale dell'Agenzia Atomica ha scelto il momento ideale per tornare, per non farsi sorprendere all'estero nel momento della lotta. Oggi, commentando il discorso notturno di Mubarak, per tutta risposta ha chiamato "all'Intifada fino alla cacciata del presidente". Blandisce la piazza, sa che è il momento giusto e sa che l'Occidente non accetterà un Egitto allo sbando (come forse sarebbe se la folla non ritenesse Suleiman un vero cambio di regime). Lui ha il curricula giusto per imposrsi. Idem per Amr Moussa, segretario generale della Lega Araba. Il diplomatico egiziano ha rifiutato oggi il posto che Suleiman ha accettato. Non a caso, perché si rende conto che potrebbe essere lui l'uomo giusto. E' stato abbastanza all'estero, come ElBaradei, per potersi salvare la verginità politica di fronte alla folla inferocita. Come ElBaradei non sarebbe gradito a Israele, viste le sue dure condanne verso lo Stato Ebraico. L'ostilità israeliana è costato la presidenza dell'Agenzia Atomica a ElBaradei, ritenuto troppo accondiscendente con Iran e Iraq. Suleiman, invece, si è guadagnato la fiducia di Tel Aviv e Washington, ma ha forse perso quella della sua gente.

Mancano all'appello i Fratelli Musulmani - ritenuti estremisti solo da chi non ha mai davvero voluto capire questo movimento - che si sono defilati dal momento politico. Molto più ghiotto, ben sapendo che l'Occidente non accetterebbe mai una loro ascesa al potere, battere la via parlamentare, finalmente liberi del bando con il quale Mubarak li ha tenuti fuori gioco dagli anni Ottanta. E aspettare il momento giusto, consolidandosi nel sociale, mondo che dominano da anni. Altro grande assente, da tempo, l'avvocato Nour.

Oggi emerge sui media di tutto il mondo il solito documento WikiLeaks a orologeria: già nel 2008 gli Usa si preoccupavano di un cambio di regime ‘gradito' in Egitto. Troppo importante l'Egitto, troppo vecchio e incorreggibile Mubarak, con le sue percentuali del 90 percento di consensi.
Ecco spuntare il movimento (al-Gahd) più vicino al format delle cosiddette rivoluzioni ‘arancioni' viste all'opera in Ucraina, Georgia e altrove. Un movimento sostenuto dal Dipartimento di Stato Usa che prese posizione diretta contro l'arresto di al-Nour. Questo, però, non è tempo di fantocci che la società civile egiziana già in passato ha mostrato di rigettare.

Suonano, più o meno, come un addio anche le parole del presidente Usa Obama. Per trenta minuti, ieri sera, al telefono con Mubarak. Poi, in conferenza stampa, ne ridimensiona - fino alla sconfessione pubblica - la portata del messaggio video. "Non bastano le parole", "servono i fatti", "garantire il confronto democratico" sono frase fatte del linguaggio della diplomazia che - in buona sostanza - suonano come un addio a Mubarak.

Una nebulosa complessa. Resta l'esercito che, sempre più, solidarizza con la popolazione, mentre la polizia continua a mostrare i muscoli, ben sapendo di aver rappresentato per trenta anni il braccio del regime. E che una caduta di quest'ultimo comporterebbe una dolorosa punizione per gli agenti di polizia. Il Paese resta isolato: i quattro provider principale sono stati spenti, mentre la telefonia da timidi segnali di ripresa. Non può durare, lo sanno tutti. Ma dire come andrà a finire è davvero un azzardo.

Christian Elia

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