04/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



L'ayatollah Khamenei esalta la rivolta del popolo egiziano e gli echi della Rivoluzione del '79

La tv di stato iraniana aveva annunciato che l'ayatollah Sayyed Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran, avrebbe personalmente guidato la preghiera del venerdì all'università di Teheran. Erano sette mesi che non accadeva. La data di oggi ha una doppia valenza, per il passato e per il futuro: è l'anniversario del martirio dell'Imam Reza - nipote del Profeta Maometto - ed è anche il "giorno della partenza", scadenza dell'ultimatum dettato dalle opposizioni egiziane al presidente Hosni Mubarak perché lasci il paese.

Nel sermone di questo venerdì così importante, l'ayatollah Khamenei ha levato la sua voce a sostegno della rivolta nel mondo arabo: "Ciò che sta accadendo in Egitto, in Tunisia e nel Medioriente è un vero e proprio terremoto, una sconfitta per le politiche americane e sioniste". Accompagnato dalle grida di migliaia di fedeli "Morte all'America! Morte a Israele", Khamenei ha espresso la sua soddisfazione per il "risveglio islamico", un vero movimento di liberazione che "né gli Stati Uniti, né Israele riusciranno a fermare". "Dopo anni di lotta - ha detto la guida suprema dal suo pulpito - l'eco della Rivoluzione si è fatta sentire ovunque". Dal punto di vista di Teheran, infatti, le rivoluzioni in atto non sono frutto di una negativa convergenza economica, ma la volontà del popolo musulmano di reagire all'umiliazione inferta da "traditori, servi dell'Occidente".

Mubarak sarebbe niente di più che un collaborazionista dei sionisti, complici dell'assedio cui è sottoposta la Striscia di Gaza. "L'esercito egiziano dovrebbe schierarsi dalla parte del popolo e spostare le sue attenzioni sui nemici israeliani", ha auspicato il leader iraniano invitando, inoltre, la popolazione a dare seguito a una rivoluzione dell'Islam. Senza mai nominare direttamente ElBaradei, Khamenei ha messo in guardia il popolo egiziano a non fidarsi di personaggi imposti dal mondo occidentale che intende "sostituire una spia (ndr, Mubarak), con un'altra spia (ndr, ElBaradei)".
Nel contempo, Khamenei ha colto l'occasione per elencare i successi della Rivoluzione iraniana e per affermare l'indipendenza del popolo dell'Iran nonostante i continui tentativi di boicottaggio da parte di Europa e Stati Uniti.

Molti osservatori politici ed esperti del Medioriente non possono fare a meno di confrontare gli eventi di attualità con quanto accaduto nel 1979 in Iran: i critici del presidente Barack Obama non hanno mancato di etichettarlo come il potenziale nuovo Jimmy Carter che trentadue anni fa non fu in grado di gestire la Rivoluzione islamica perdendo quello che era un alleato chiave di Washington nell'area. Il quotidiano The Washington Times ha addirittura consigliato alla Casa Bianca di ritirare i funzionari dall'ambasciata del Cairo per evitare un remake del sequestro di Teheran, quando 52 membri dell'ambasciata Usa di Teheran furono tenuti come ostaggi per tredici mesi. Lo stesso John Kerry - uno dei più fidati consiglieri di Obama - ha fatto un diretto paragone con la crisi iraniana del 1979 e in un editoriale sul New York Times ha ribadito quanto sia importante stare dalla parte del popolo (come accaduto nelle Filippine nel 1986), piuttosto che al fianco di un leader che non ha più consenso (come nel caso invece dello Shah Mohamed Reza Pahlavi).

In questa cappa di tensione, le preoccupazioni di Washington e di Israele possono essere comprensibili, considerato anche il ruolo di un Iran sciita che negli anni ha imparato a relazionarsi in maniera egregia con le popolazioni del mondo arabo sunnita - tradizionalmente, soprattutto in materia religiosa, avversari - (ndr, sulla questione è consigliabile la lettura di Iranyana, scritto da Robert Baer, 2010 - Piemme Editore).

È utile però far emergere almeno un elemento che lascia aperti scenari diversi da quelli dell'Iran 1979. A differenza di quanto accaduto trentadue anni fa, in Egitto manca una figura carismatica come quella dell'ayatollah Ruhollah Khomeini e il ruolo dei Fratelli Musulmani, stando a quanto accade in queste ore, è riscontrabile solo in filigrana. Ancora oggi, infatti, Mohammed al Beltagi ha dichiarato ai microfoni dell'emittente Tv al-Jazeera che il gruppo religioso non presenterà candidati alle elezioni presidenziali, il che lascia intendere che non c'è nessuna figura religiosa, al momento, pronta ad assumere la guida del paese.  

 

 

Nicola Sessa

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