14/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Cina e Colombia lavorano a una ferrovia tra Pacifico e Atlantico

Ancora la ferrovia, ancora il Sud America. La strategia di espansione economica della Cina "win-win" - che promette cioè benefici a tutti i contraenti - guarda ancora al continente latinoamericano, ma questa volta il progetto appare incredibilmente ambizioso: mettere in pensione il canale di Panama.
Secondo quanto riporta il Financial Times, Cina e Colombia starebbero infatti costuendo una ferrovia lunga 220 chilometri dalla costa del Pacifico a quella atlantica del Paese sudamericano.

Già soprannominata "canale secco", la linea permetterebbe alle merci cinesi di arrivare sul continente per essere trasportate in una città di nuova edificazione vicino a Cartagena; qui, sarebbero riassemblate e distribuite in tutta l'America Latina. In cambio, le materie prime di cui il Dragone è ingordo, farebbero il percorso inverso.

La ferrovia ha inevitabili implicazioni geopolitiche oltre che economiche.
La Colombia di Santos, alleato storico di Washington, prende i classici due piccioni con una fava.
Da un lato, in ritardo rispetto ai Paesi vicini, salta a cavallo della tigre asiatica. Nel 2009, mentre la Cina assorbiva circa il sedici per cento delle esportazioni di Cile e Peru (entrambi in attivo nell'interscambio con Pechino), Bogota era inchiodata a un misero due per cento, per un deficit commerciale di due miliardi e mezzo di dollari. Ora, si spera, la Colombia diventerà hub privilegiato per le manovre commerciali cinesi in tutta l'America Latina, con inevitabile flusso di investimenti freschi.
Qualcosa si comincia a vedere. Secondo dati del ministero cinese del Commercio, i rapporti d'affari tra i due Paesi sono cresciuti del 73 per cento nei primi otto mesi del 2010.

Dall'altro lato, Bogota può così compiere pressioni indirette su Washington affinché il il trattato di libero commercio siglato dai due Paesi quattro anni fa venga finalmente ratificato dal congresso Usa.
È, questo, l'effetto-Cina: in tutte le economie emergenti dove arriva, il Dragone offre un'alternativa rispetto al mercato occidentale, concorre per accaparrarsi le risorse e quindi dà alla controparte più potere contrattuale. E intanto ti costruisce le infrastrutture.

Esiste però un'altra faccia della medaglia.

In primis, la Cina non guarda in faccia a nessuno o, meglio, non si intromette nelle questioni interne altrui. Da ciò discende che spesso i soldi cinesi, quelli degli investimenti, finiscono nelle tasche di autocrati e di funzionari corrotti. Non solo: la Cina esporta anche merci e lavoro oltre ai capitali. E' questo il caso dell'Africa, per esempio, inondata di prodotti a buon mercato e di forza lavoro impiegata nella costruzione di ponti e autostrade: entrambi cinesi. Così si dimezzano i benefici per la forza lavoro locale e si danneggia il piccolo commercio.

Un paio di problemi riguardano poi la Colombia nello specifico.
Il rischio economico è legato alla mancata diversificazione dell'economia nazionale. La Cina ha bisogno di materie prime. Queste rappresentano già il 42 per cento delle esportazioni di Bogota (nel 2009) e, presumibilmente, il settore minerario si ritaglierà un ulteriore fetta a scapito di altri e, soprattutto, della crescita occupazionale. Tra il 2005 e il 2007, il Pil del Paese è cresciuto infatti dal 5,7 al 7,5 per cento, ma il tasso di disoccupazione è sceso solo dall'11,8 all'11,2 per cento.
Connesso all'occupazione c'è un altro problema sociale: il desplazamiento, lo sfollamento dei piccoli contadini che per interessi economici, guerra, narcotraffico, sono scacciati dai loro terreni. Adesso fanno gola quelli costieri, dove il "canale secco" dovrebbe passare.

Gabriele Battaglia

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità