Pablo è un avvocato ecuadoriano, frutto dei poveri tra i poveri, ma il suo nome risuona di rispetto e riverenza tra le dorate pareti di studi legali e tribunali del quartier generale degli States. La sua specialità? Dichiarare guerra ai giganti del petrolio, che per decenni hanno risucchiato oro nero dal cuore della terra, risputandone in superficie il letame in avanzo. Senza rispetto, né rimorsi. Disprezzo, quello sì, e tanto e tale da trasformare fiumi effervescenti e terre fertili in un erebo velenoso e mortale. In nome del denaro.
Figlio della costa, nato quinto di dieci fratelli a Manabì, Fajardo resiste tra stenti e dignità coltivando la terra di Esmeraldas fino ai quindici anni. Poi, seguendo la famiglia e la chimera di una vita migliore, si ritrova tra platano e petrolio nella svenduta Amazzonia d'Ecuador. Sucumbìos, per l'esattezza, una selva di impianti, pozzi a cielo aperto e densi fumi neri a imbrattare l'azzurro perenne del cielo. Un inferno in paradiso, con custodi d'eccezione: la Texaco Corporation, ora Chevron, multinazionale con gli attributi e per di più made in Usa. "Giocare immersi a mezza gamba in pozze nere, spuntate in ordine sparso tra i campi duramente coltivati da gente che viveva di quei frutti malati, era la norma - racconta con disincanto -. Siamo cresciuti intrisi di quell'olio denso e puzzolente. E non capivamo. Sentivo soltanto che qualcosa stonava, che quella nostra normalità strideva e che non era solo una questione di estetica, di paesaggio deturpato, di desolazione".
Che si trattasse di un'emergenza umanitaria, spudorata quanto grave, il giovane Fajardo lo capisce girando con i preti cattolici intenti a visitare gli sparpagliati villaggi amazzonici e le comunità indigene. Intere famiglie rese impotenti dal dramma petrolio. Gente ammalata di tumore, animali intossicati, bestie affogate nelle nere piscine incustodite. E rabbia, tanta rabbia. Sono quegli sguardi umidi a donare a Pablo la verità: le multinazionali, dagli anni Sessanta padrone incontrastate della regione ceduta da governi compiacenti prostrati a suon di dollari, smettono d'un tratto i panni delle misericordiose concessionarie di lavoro a stipendio assicurato, e si mostrano in tutta la loro avida brutalità. La presa di coscienza è scioccante e scatena un primordiale istinto di sopravvivenza, che si traduce in uno studio, matto e disperatissimo, sostenuto da quelle genti d'Ama
zzonia assetate di riscatto e giustizia. "Creammo un comitato per la difesa dei diritti umani. Avevo diciassette anni, ma venni eletto presidente", spiega scandendo lentamente ogni concetto, orgoglioso. "Raccogliemmo centinaia di denunce e testimonianze, senza poterne far niente. A quell'epoca, i gloriosi anni Ottanta, le compagnie petrolifere controllavano persino le autorità locali. E noi eravamo così piccoli al confronto. Poi il muro: c'era bisogno di un avvocato, senza, tutto il nostro lavoro sarebbe stato inutile. Non ce l'avevamo. E decisi di diventarlo. Mi avevano appena licenziato per aver reclamato i miei diritti, ero già padre di una bambina e non avevo un soldo". Ma ha la fiducia di centinaia di persone che in lui vedono un altro mondo possibile. E con essa il loro sostegno, morale ed economico. A cui si aggiunge quello della Chiesa, che gli concede una borsa di studio per la facoltà di giurisprudenza. Che frequenta per corrispondenza, dividendosi tra esami e qualche lavoretto per sfamare la famiglia.
Sono tempi duri, ma la meta è alta e il suo fuoco alimenta le stanche notti sui libri. La laurea si avvicina, la lotta continua e la strada si fa pericolosa. Iniziano le minacce. Gli amici più cari, i fratelli, la moglie danno segni di cedimento. Ma Pablo va avanti. Diventa avvocato, fagocitando tomi e dogmi con un unico grande obiettivo. Ora è pronto a sferrare l'attacco decisivo, leggi alla mano. Sostenuto da associazioni ambientaliste e da un pool di avvocati americani, porta il mostro dell'oro nero alla sbarra. È il 2003. L'anno successivo, il baratro. "Mio fratello. Cercavano me. Hanno trovato lui. Torturato e fatto a pezzi - Pablo è trafitto, lo sguardo si accartoccia. Il dolore lo contorce, emerge, tangibile, in un silenzio che soffoca -. Seguirono i messaggi minatori, le persecuzioni. Portai la mia famiglia in un altro paese. Furono tre mesi di orrore - il respiro si fa cavernoso -. Faccio molta fatica a rivivere quei giorni". E l'affanno si scioglie in pianto. "Non sono impazzito per l'amore di coloro che hanno creduto in me". Trentamila, sono quanti hanno spronato Fajardo a inchiodare Texaco alle proprie responsabilità. Aver inondato Lago Agrio con milioni di barili di rifiuti tossici, rendendola l'area con il più alto tasso di tumori e malattie correlate del continente. Aver messo a rischio di estinzione popolazioni indigene vecchie di secoli, violentato culture millenarie, disintegrato intere comunità.
"Siamo stati usati, calpestati - sospira, sussurrando - che la giustizia faccia il suo corso". Tradotto: ventisette miliardi di dollari. È quanto dovrà pagare la compagnia se il tribunale ecuadoriano la giudicherà colpevole. Una storica sentenza sembra a un passo: il gigante ha il ghigno del vinto. Sembrava imbattibile, eppure barcolla. Il piccolo Fajardo resta impassibile, ma non il suo sguardo: seppur appannato, tradisce la luce di chi da sempre già sa.
Pubblicato su PeaceReporter - Il mensile, gennaio 2009
Stella Spinelli