Ordinamento politico: Repubblica
Capitale: Quito
Superficie: 283.560 kmq (quasi quanto l’Italia)
Popolazione: 13.547.510 (luglio 2006)
Etnie: 65% di meticci (misto fra amerindi e bianchi); 25% dio amerindi; 7% di
spagnoli e altri; 3% neri
Lingua: spagnolo (lingua
officiale); lingue amerindi (specialmente Quechua)
Religione: 95% cattolici, altri 5%
Alfabetizzazione: 92,5% (Italia: 98%)
Mortalità infantile: 7,5 per mille (Italia: 5,7 per mille)
Speranza di vita: 73,55 M, 79,43 F (Italia: 76 M, 82 F)
Popolazione sotto la soglia di povertà: 41% (poveri il 20 %)
Prodotti esportati: petrolio, banane, fiori, gamberetti
Debito estero: 18,09 miliardi di
dollari
Spese militari: 650 milioni di
dollari, pari al 2% del Pil (Italia: 1,6%)
GEOGRAFIA
L’Ecuador confina a nord con la
Colombia, a est e a sud con il Perù, a ovest con l’oceano Pacifico. All'Ecuador
appartiene anche l'arcipelago delle Isole Galápagos, che si trova a 1.000 km
dalla costa. Il clima è tropicale lungo la pianeggiante costa, e diventa sempre
più freddo man mano che si raggiunge il cuore del paese, dominato dalle Ande,
che raggiungono vette elevate. La pianura orientale è occupata dalla selva, che
ha un clima amazzonico e che è bagnata da alcuni degli affluenti del Rio delle
Amazzoni. L’Ecuador è soggetto a terremoti, frane e ospita vulcani ancora
attivi.
SOCIETA'
Si tratta di un paese in cui la disoccupazione è
alle stelle e in cui quasi la metà della popolazione vive sotto la soglia di
povertà e tutti gli altri sono poveri. Sono 8 milioni i poveri. Quindi i
problemi sono quelli tipici delle società povere, in cui la divisione della
ricchezza è assolutamente sproporzionata e i ricchi sono anche coloro che
detengono il potere politico e che fanno sì che le risorse del paese vengano
svendute alle multinazionali. Importante è il caso del petrolio, sfruttato da
imprese estere, senza che i benefici vadano a migliorare la vita degli
ecuadoriani. Importante per l’equilibrio del paese la questione indigena. I
vari gruppi sono riuniti nella Confederazione delle nazionalità indigene
dell’Ecuador (Conaie), capace di fare molta pressione sui governi di turno. La
lotta è riuscire a ottenere il pieno riconoscimento dei diritti indigeni, a
cominciare dal rispetto delle proprietà ancestrali, spesso le più ricche di
risorse naturali quindi appetibili. Gli scontri più violenti sono nati,
infatti, per la questione petrolifera. Gli indigeni considerano il petrolio
come il sangue della terra e si oppongono alla sua estrazione. Innumerevoli le
campagne internazionali lanciate da associazioni in difesa dei diritti umani
per solidarizzare e difendere le comunità indigene minacciate da multinazionali
senza scrupoli. Il problema del petrolio ha creato anche molti problemi
ecologici, per i quali sono scaturite moltissime manifestazioni di piazza,
decise e ben organizzate. La società ecuadoriana, infatti, è sempre pronta a
scendere in piazza per reclamare contro ingiustizie e soprusi.
ECONOMIA
L’Ecuador è un paese che ha la sua
risorsa fondamentale nel petrolio, che occupa il 40 % delle esportazioni del
paese, ma sostanzialmente è un paese povero, oppresso dagli interessi economici
esteri. A fine anni Novanta visse la sua peggiore crisi economica, a causa di
disastri naturali e dell’improvviso declino del prezzo del greggio, tanto che
nel ’99 l’economia ecuadoriana era in caduta libera. La povertà aumentò in poco
tempo del 6 %. Il sistema bancario collassò e il debito estero gonfiò. Si
arrivò dunque alla dollarizzazione, ovvero il sucre, la moneta locale, venne
sostituita con il dollaro, che vige tuttora come moneta unica. Era il 2000.
Nello stesso anno vennero approvate una serie di riforme strutturali e si
arrivò a stabilizzare l’economia, tanto che la crescita tornò sui livelli del
periodo pre-crisi. Sotto l’amministrazione di Lucio Gutierrez, dal gennaio 2003
ad aprile 2005, l’Ecuador ha potuto beneficiare degli alti prezzi del petrolio,
dovuto alla contingenza internazionale. Il successore, Alfredo Palacio, ha
lavorato per ridurre la dipendenza del paese dai prezzi petroliferi.
POLITICA
La scena politica del momento è stata dominata dalle
elezioni presidenziali del 15 ottobre, che hanno visto contendersi la poltrona
fra quattro i candidati. Cynthia Viteri, unica donna in corsa, è esponente di
un partito che si ispira a valori sociali e cristiani. León Roldos è
espressione del partito socialdemocratico Rete etica e Democrazia. Alvaro
Noboa, uomo ricchissimo e potente, fa parte del Partito rinnovatore
istituzionale azione nazionale. E infine, il candidato di sinistra, Rafael Correa,
indigeno di Alianza Pais, che i sondaggi danno vittorioso già al primo turno,
con la maggioranza assoluta o il 40 per cento dei suffragi e una differenza
minima dal secondo più votato del 10 percento. Gli aspiranti presidenti hanno
avuto programmi chiaramente molto diversi fra loro, più che altro in materia
economica e sulla questione del debito estero. Correa ha il programma più
radicale. Si è autodefinito un rappresentante della politica di confronto con
gli Stati Uniti, ha dichiarato che non firmerà il Trattato di libero commercio
con gli Usa, che chiederà una moratoria sul debito estero, che seguirà le linee
politiche inaugurate dal venezuelano Hugo Chavez e dal boliviano Evo Morales.
Inoltre, è contro la dollarizzazione del paese - ovvero l'uso del dollaro come
moneta nazionale, entrato in vigore il 9 gennaio del 2000 - pur non auspicando
certo un ritorno al sucre, la moneta nazionale. Il suo progetto vede
l'adozione di una moneta unica per i paesi andini, nonostante sia consapevole
della difficoltà di eliminare il dollaro in soli quattro anni. Una posizione
presa con dati alla mano: in sei anni sono triplicate le uscite statali e le
esportazioni non hanno ottenuto dinamicità, né tanto meno ci hanno guadagnato
le importazioni. Anzi, ad aumentare è stata la disoccupazione, che ormai
affligge il 10 della popolazione, e la sottoccupazione, che colpisce il 46 per
cento della gente. La produttività è calata e il potere di acquisto degli
ecuadoriani si è deteriorato, alimentando l’emigrazione. Noboa, impresario bananero,
è l’uomo della Casa Bianca, il difensore dei vantaggi del libero commercio e
della globalizzazione. Ha precisato che se vincerà, manterrà la
dollarizzazione, considerata fautrice di stabilità macroeconomica e di
crescita. Si appella al fatto che il Prodotto interno lordo è raddoppiato in
cinque anni e che l’iperinflazione che regnava fino a sei anni fa adesso è un
brutto ricordo. Noboa è convinto che la dollarizzazione abbia potuto garantire
una separazione fra politica ed economia, tanto che, nonostante le ondate di
protesta sociale vissute dal paese negli ultimi anni, l’economia non ne ha
risentito. È ovvio che Noboa veda di buon occhio il Tlc e tutto quello che
concerne gli Stati Uniti. Quindi, se vincerà, l’Ecuador dirà addio a ogni relazione
con Cuba e il Venezuela. Alla Consulta popolare si appella invece Leon Roldos,
che pensa sia il popolo a dover definire le principali linee del suo governo,
fra le quali le riforme politiche e il trattato di libero commercio. Ha deciso
inoltre di puntare sulla produzione di energie alternative, quale risorsa
economica, e ha giurato guerra alla corruzione.
Alla stabilità politica, economica e sociale punta Cynthia
Viteri, che considera priorità anche la sicurezza e l’efficienza. È favorevole
al libero commercio, perché vede i mercati internazionali quali importanti
occasioni di crescita dell'occupazione, e sintetizza il futuro dell’Ecuador in
due opzioni: “più violenza e più caos” oppure “qualcosa di responsabile”.
Viteri propone gente nuova e un cambiamento reale, basato su investimenti per
modernizzare in particolare le raffinerie di petrolio.
Dalle urne è uscito un testa a
testa fra Correa e Noboa. Tutto è rimandato al 5 novembre.
STORIA
L'Ecuador anticamente fu abitato da
svariate popolazioni, che si stabilirono nelle regioni costiere, tra le Ande e
il Pacifico. Tra queste i Cara che crearono il più grande impero della zona,
annesso, verso il 1500, all'Impero Inca. In questo periodo ebbero inizio
numerosi conflitti con i popoli confinanti, che non cessarono nemmeno quando la
spedizione dello spagnolo Francisco Pizzarro cercò di assoggettarli (1526). Le
regioni costiere conquistate dagli spagnoli furono numerose, provocando
acerrimi lotte intestine nel centro del paese. Nel 1563 venne costituita l'Audencia
di Quito, dipendenza prima dal viceré del Perù, quindi dal viceré di Nuova
Granata (1717). Ritornò, poi, nuovamente sotto l'autorità del Perù nel 1723 e
restituita a Nuova Granata nel 1739. soltanto verso la fine del settecento, le
insurrezioni si acutizzarono, fino alla proclamazione dell'indipendenza,
avvenuta il 24 maggio 1822, dopo l'insurrezione di Guayaquil, attualmente la
città più importante del paese con Quito. Per dieci anni rimase associata alla
repubblica della Grande Colombia fondata da Simon Bolìvar (la bandiera del
paese ha infatti i colori bolivariani, giallo, blu e rosso, che compaiono sulla
bandiera della Colombia e del Venezuela, i territori della Grande Colombia di
Bolivar), rendendosi poi indipendente nel 1830. Presidente della repubblica fu
allora il generale Flores (1830-1835). Nonostante l'indipendenza, le lotte
interne non cessarono, la creazione di due partiti politici, liberali e
conservatori, non servì alla riappacificazione. Tra il 1941 e il 1942 scoppiò
una guerra con il Perù per questioni di confine, conflitto che terminò con la
Conferenza di Rio, dove si stabilì una notevole riduzione del territorio
ecuadoriano a favore del Perù: la ricca regione di El Oro divenne peruviano.
Solo a partire dal 1980, con la vittoria di J. Roldós Aguilera alle
presidenziali, la vita politica nazionale sembra aver ritrovato la pace, con
una politica di avvicinamento ai paesi occidentali e l'introduzione del paese
in molte organizzazioni internazionali. Gli ultimi presidenti non hanno avuto
modo
di mettere a segno rilevanti riforme e non hanno nemmeno mai concluso i quattro
anni di presidenza. Rivolte popolari hanno ultimamente deciso il bello e il
cattivo tempo del governo, come nel caso di Gutierrez, che fu travolto dalle
manifestazioni causate da un sentimento popolare di rabbia per politiche non
attinenti a quanto promesso in campagna elettorale.
MASS MEDIA
I mezzi di informazione godono di una buona autonomia. Non è
insolito però che i giornalisti subiscano pressioni, intimidazioni e minacce.
Nel febbraio 2006 si registrano persino due omicidi di giornalisti, entrambi
avvenuti nella città di Guayaquil. La situazione della libertà di stampa è
comunque peggiorata di molto dalla salita al potere di Gutierrez. Le relazioni
fra l’ex presidente e la stampa sono sempre state tese. I rapporti sono stati
comunque più distesi con Palacio.
Per vedere i giornali ecuadoriani consultare www.zonaltina.com