Oggi le hanno lavato i capelli: non ha più le treccine con cui è arrivata al nostro pronto soccorso qui all'ospedale di Lashkargah, di sera tardi dopo un viaggio durato un'eternità.
Viene da Nadalì, distretto ormai tragicamente famoso per i combattimenti che vi accadono giornalmente.
Rozigul, che significa 'fiore di pane', stava portando a casa l'acqua dopo essere andata al pozzo per tutta la famiglia. Ha sentito uno sparo e pochi secondi dopo una gran fitta di dolore al braccio e al tronco. Si è accasciata a terra e ha urlato. Il papà l'ha soccorsa subito e quando hanno trovato una macchina sono partiti verso l'ospedale di Emergency a Lashkargah.
Il proiettile le ha bucato un avambraccio e nella sua tragica corsa ha perforato anche il torace e l'addome.
La balistica 'terminale' studia la reazione di un corpo che entra in contatto con il proiettile.
Quello che non spiega è che quel 'corpo' di solito è un essere umano, che viene orrendamente mutilato o ucciso.
Quello che non spiega è l'idiozia totale di chi pensa che sparare sia una cosa civile tra esseri umani.
Quello che non spiega, e non potrà mai spiegare, è la profonda inciviltà del 'risultato' ottenuto: una bambina di nove anni, stesa su un letto, con due tubi che le escono dal torace, una ferita chirurgica lunga quanto il suo addome e la mascherina per l'ossigeno sempre sul volto, che sta lottando per rimanere viva.
Matteo Dell'Aira*
(*Coordinatore medico dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)