27/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



A Bengasi, nasce dalla confusione il Consiglio Nazionale Libico. A Tripoli, Gheddafi rimane impermeabile alle condanne della comunità internazionale

Gli eventi in Libia si susseguono velocissimi. Ma si ha la sensazione che il fiume in piena della protesta si infranga - per il momento - contro i massicci bastioni della caserma Bab al Azizia, da dove il colonnello Muammar Gheddafi continua a impartire ordini alle sue milizie.

Il leader libico - tale ancora è - rimane impermeabile alle condanne della comunità internazionale e al pesantissimo monito del grande imam della Moschea di Al-Azar (massima autorità sunnita) che ha chiesto a tutti i libici, esercito compreso, di abbandonare il tiranno - se non vogliono essere considerati complici del massacro in atto.

Da est a ovest, la Libia è tutta in movimento. A Bengasi, in Cirenaica, i rivoltosi hanno annunciato la formazione di un Consiglio Nazionale Libico con il compito di guidare la fase di transizione. A ulteriore testimonianza che nell'est del paese danno per spacciato - forse troppo frettolosamente - il rais. Di fatto, il Consiglio nasce in un brodo dagli aromi confusi: non è ancora noto il numero dei componenti, non si conosce il nome del leader, del primus inter pares, che avrà il compito di prendere in mano la situazione (una volta che Gheddafi, in uno modo o nell'altro, non ci sarà più). E soprattutto, il Consiglio nasce sotto il segno di fraintendimenti, smentite e rettifiche: il portavoce Hafez Gogha (quello almeno è stato nominato) nella prima conferenza stampa ha dovuto correggere (smentire) le parole dell'ex ministro della giustizia Mustafa Mohamed Abd al-Jalil (passato quasi subito dalla parte della rivolta) che, solo poche ore prima, aveva annunciato la nascita di un "governo provvisorio" - e non di Consiglio - sotto la sua guida.

La notizia migliore per la rivoluzione libica arriva da Washington: il segretario di Stato, Hillary Rodham Clinton, ha garantito "qualsiasi tipo di supporto" agli oppositori del regime. Una dichiarazione che, per i rivoluzionari, vale come un assegno in bianco.

Le brutte notizie, invece, arrivano dal fronte occidentale, dalla Tripolitania: Gheddafi non vuole rinunciare neanche a un centimetro della sua terra e parrebbe intenzionato alla riconquista di Misurata, caduta un paio di giorni fa sotto il controllo dei rivoluzionari. L'ex ministro dell'interno, Abdel Fattah Younes ha lanciato l'allarme nel corso di una telefonata alla Tv satellitare Al-Arabiya: brigate fedeli a Gheddafi e lunghe colonne di carrarmati stanno muovendo alla volta di Misurata. Il timore di Younes è che si possa consumare una carneficina che la comunità internazionale avrebbe il dovere di fermare.

Inoltre, un'agenzia Ansa delle 17:45 (27 febbraio) riporta la notizia che un jet privato di Gheddafi, partito venerdì scorso alla volta di Minsk, Bielorussia, ha fatto ritorno oggi in Libia. Le autorità aeroportuali di Malta - che hanno monitorato il volo - non sono stati in grado di fornire i nomi dei passeggeri. Giovedì 24 febbraio, una fonte di PeaceReporter ci aveva comunicato che il generale libico Abdul Rahman al Sayed si stava recando in Bielorussia per concludere "un urgente accordo per la fornitura di armi". E' una notizia che va trattata con le pinze, ma è chiaro che - se fosse confermata - dimostrerebbe ancora di più che Gheddafi non sta bluffando - come hanno fatto in precedenza suoi "illustri" colleghi - e che le minacce di sangue, morte e inferno vanno prese seriamente.          

 

 

Nicola Sessa

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