09/03/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Alcuni facinorosi hanno impedito le manifestazioni per chiedere un cambiamento nel Paese

 

scritto per noi da
Silvia Mollicchi

dal Cairo


"A Tahrir non c'era né uomo né donna, c'era l'Egitto". Muhammad Moghith, professore di arabo in un istituto privato descrive così i diciotto giorni di protesta che hanno portato alla fine del regime Mubarak. Con questo spirito, ieri, alcune centinaia di persone, donne e uomini, sono scesi di nuovo in Tahrir per l'otto marzo.

Purtroppo, dopo poche ore di manifestazione, chi si era riunito nella piazza simbolo della rivolta egiziana - proprio di fianco alla tendopoli permanente che ancora occupa il giardino centrale, anche se a numeri ridotti - è stato scacciato da un gruppo di uomini. Spinte fuori dall'area dove si erano riunite, le donne sono state costrette ad abbandonare Tahrir. "Eravamo rimaste in pochissime e non c'era nessuno a proteggerci. Decine di uomini ci gridavano contro e ci spingevano e alla fine abbiamo deciso di andarcene", ha raccontato una delle tante ragazze presenti oggi in piazza.

Organizzata da Women for Democracy (gruppo auto-organizzato di attiviste) e lanciata su internet nei principali social forum, la manifestazione dell'8 marzo al Cairo è stata senza precedenti. Per la prima volta, la città ospitava una protesta che parlava di diritti delle donne a 360 gradi. Tra l'altro, l'unica dichiarazione rilasciata dalle organizzatrici riproduceva alcuni degli elementi fondamentali della protesta iniziata il 25 gennaio: auto-organizzazione e un modello di totale partecipazione che non si riconosce in alcun rappresentante. "Sfortunatamente però, in una società dove principi maschilisti e discriminatori vengono inculcati fin dall'età scolare, proprio tramite l'educazione, statale e non, promuovere i diritti delle donne e cambiare la mentalità delle persone non è semplice" - spiega Mike, giovane programmatore egiziano, che si è unito ieri alla protesta.

"Che ci siano persone che ci gridano contro, c'era da aspettarselo, è normale. E' la prima volta che protestiamo in questo modo. Se vogliamo essere ottimisti, tutto questo significa comunque aprire un dibattito e cominciare a discutere di cose di cui non si è mai parlato", ha commentato Dalia ieri in piazza. Segno che quando la protesta muove una critica profonda contro valori consolidati, di cui il regime si è approfittato per decenni per controllare il Paese, la questione diventa controversa e gli animi si scaldano.

Il regime di Mubarak, (non a caso invocato da molti come un padre prima del 25 gennaio) incarnava una forma di patriarcato che si riflette ancora in tutta la società egiziana. Questo controllo e i suoi effetti sulla vita personale delle donne erano il principale oggetto di critica della manifestazione.

"Donne e uomini devono vivere e agire nella nostra società alla pari. Come è successo qui, in Tahrir, dopo il 25 gennaio. Le donne, come già è accaduto in passato nella storia egiziana, hanno partecipato al movimento di protesta senza mai tirarsi indietro e, oggi, gli uomini devono sostenere i loro diritti, privati e politici" - racconta Salah, uno dei partecipanti di ieri.

Gli slogan dell'8 marzo egiziano parlavano di porre fine alle discriminazioni in base al sesso in qualunque ambito della società. "Riggala, sittat, yid wahda" (uomini e donne fianco a fianco) era uno dei canti più popolari. I cartelli inneggiavano ai diritti politici e ad un vero coinvolgimento delle egiziane nella scrittura della nuova costituzione. Uno di questi, però, indicava i numeri della presenza femminile nelle commissioni politiche istituite per la fase di transizione: nessuna donna nella commissione dedicata alla riscrittura della costituzione, nessuna donna nella commissione governativa, un solo ministro nel nuovo governo. Tra gli altri, uno dei punti più dibattuti ieri in piazza, era proprio quello dell'apertura alle donne alla candidatura per la presidenza della repubblica. Su questo nodo, sono cominciati i primi battibecchi tra le centinaia di donne e uomini in protesta e il gruppo di oppositori che è riuscito ad allontanarli intorno alle 6 del pomeriggio.

Di fatti, Essam Sharaf non ha prestato particolare attenzione a numeri e parità nel formare il suo governo. Come spiega Nehad Abul-Qomsan del Egyptian Center for Women Rights "Eravamo veramente emozionati quando Sharaf ha giurato davanti alla folla di Tahrir, venerdì scorso. Le sue parole rispecchiavano davvero lo spirito della nostra rivoluzione. Ha chiesto al popolo egiziano di legittimare il suo governo. Poi, quando abbiamo letto la lista dei suoi ministri, siamo rimasti sconvolti. Una sola donna al ministero per la cooperazione internazionale, Fayza Abul-Naga, per di più una vecchia conoscenza del regime. Non ha coinvolto nessun altra, e questo considerando tutte le egiziane esperte nei loro settori di specializzazione. Potrebbero dare un contributo determinante al governo ad interim. Ora che dobbiamo ricostruire il Paese, tutta la società egiziana dovrebbe essere coinvolta".

A proposito di coinvolgimento, in ogni caso, se guardiamo alla composizione della protesta di ieri, il numero di partecipanti non ha superato qualche centinaio di persone e la stragrande maggioranza proveniva dalla middle class cairota. Le tante donne che ancora occupano la tendopoli nel giardino centrale di Tahrir non sembravano interessate alla mobilitazione in corso dall'altro lato della piazza. Segno di una mancata comunicazione tra le due parti e forse anche di un cambiamento nella composizione del gruppo che presidia l'area del sit-in permanente.

Le voci di ieri erano veramente tantissime, tutte con una storia da raccontare, ad indicare un dibattito sulla posizione della donna che potrebbe diventare centrale nei prossimi mesi. "In realtà il mio non è un gruppo organizzato, non ancora. Cerchiamo di sensibilizzare sui diritti sessuali - spiega Riham Sheble, sempre sorridendo - un grande sconosciuto in Egitto. Cerchiamo di avvicinare la questione da punti di vista considerati socialmente più accettabili, come la mutilazione genitale femminile e i diritti sul corpo. La democrazia comincia in camera da letto, comincia dalla vita privata e poi può essere portata nella sfera pubblica. Non inizia e finisce quando entri nella cabina elettorale. E' qualcosa che deve permeare l'intera società: nell'educazione, nelle relazioni personali, nell'ambiente di lavoro, per strada. Il livello di molestie in luoghi pubblici in questo paese è impressionante. Il fatto che un uomo possa molestarci mentre camminiamo per strada significa che non c'è democrazia. Nella sua mente, quell'uomo pensa di essere autorizzato a toccarci perché il corpo delle donne in qualche modo gli appartiene, può esercitare un controllo su si esso. La nostra definizione di democrazia deve essere onnicomprensiva e coinvolgere ogni aspetto del vivere umano".

Alla domanda se l'esperienza delle protesta di gennaio e febbraio a Tahrir ha cambiato le cose, però, Riham risponde fiduciosa: "E' stato un grosso passo avanti, quello che è successo durante quei giorni è stato incredibile e ciò che vedo accadere adesso non mi scoraggia. Le persone che oggi ci gridano contro considerano inaccettabile che una donna guidi il Paese come presidente. Così, non fanno che estendere il potere che hanno nella sfera personale a quella politica, ma dobbiamo essere pazienti e discutere con loro. Il nostro lavoro è difficile e richiede tempo. Anch'io oggi aspettavo un'accoglienza fredda se non aggressiva da parte delle persone in strada".

Poche ore dopo aver incontrato Riham Sheble, il gruppo di oppositori è cresciuto di numero e ha letteralmente spinto la protesta fuori dalla piazza. Sono stati riportati incidenti di vario tipo: scontri verbali, molestie, persone rincorse. Non è chiaro se l'attacco sia stato spontaneo o orchestrato per mettere fine all'ennesima protesta. In ogni caso, il dibatto sui diritti della donna, in un Egitto che aspira alla democrazia, non può essere ignorato e le organizzatrici dell'appuntamento di ieri sanno bene che questo è solo l'inizio.

Parole chiave: piazza tahrir, 8 marzo
Categoria: Diritti, Donne, Politica
Luogo: Egitto