23/03/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



L'interventismo anglo-francese e l'indolenza africana. Sopra tutto, gli interessi degli Stati Nazione mentre l'Onu lancia l'allarme sull'emergenza ivoriana

"Noi interveniamo per permettere al popolo libico di scegliere il suo destino". Lo ha detto il presidente francese Nicholas Sarkozy, spiegando perché, di lì a poco, i caccia della sua aviazione si sarebbero alzati in volo per andare a bombardare la Libia. Lodevoli, questi intenti umanitari che, chissà perché, non valgono in Costa d'Avorio. Lì, ci sarà pure cacao al posto del petrolio, però almeno il popolo ha già espresso la sua volontà e le cose sono già a buon punto. Il 28 novembre, gli ivoriani hanno scelto come loro presidente Alassane Ouattara, rifiutando il presidente uscente Laurent Gbagbo, un altro tenace amante della democrazia, tanto innamorato che ha rimandato le elezioni per cinque anni, per aspettare che tutto fosse pronto per il voto. Che non ha accettato il risultato ma ha risposto chiudendo Ouattara, nel frattempo riconosciuto legittimo presidente da tutte le organizzazioni internazionali possibili, in un albergo di Abidjan e sguinzagliando quella parte, preponderante, di esercito rimastagli fedele perché regolasse i conti con i suoi oppositori.

Ora, dopo quattro mesi di stallo politico e di guerra strisciante, la situazione è scappata di mano: oltre 500 morti (ufficiali, quelli reali sono assai di più), mezzo milione di sfollati dalla sola Abidjan, 90 mila profughi fuggiti in Liberia e un Paese dove si è tornati alla guerra civile del 2002-2003, con i ribelli delle Forces Nouvelles pro-Ouattara che dal nord, che già controllavano, avanzano e incendiano il sud e l'ovest. Venerdì, le forze fedeli a Gbagbo hanno attaccato un mercato di Abobo, enorme sobborgo di Abidjan ad altissimo tasso di immigrazione e quindi feudo di Ouattara: sono morti una trentina di civili, un massacro che ha svegliato persino le Nazioni Unite che in un sussulto di orgoglio hanno cominciato a parlare di imputazioni per crimini contro l'umanità e che ieri hanno lanciato un drammatico appello alla comunità internazionale perché non si dimentichi della gravissima crisi umanitaria in corso in Costa d'Avorio. Come predicare nel deserto: al World Food Program dell'Onu mancano 16 milioni di dollari per comprare il cibo da mandare nel Paese africano; all'Ufficio che coordina la gestione degli affari umanitari (Office for Coordination of Humanitarian Affairs, sempre Onu) hanno a disposizione 7 milioni di dollari invece dei 32 di cui necessiterebbero per intervenire.

Questa è la situazione: due crisi gravi, ambedue con un forte potenziale destabilizzatore. Ma in un Paese c'è il petrolio e nell'altro il cacao. A questa differenza, bisogna aggiungere che Gheddafi è un dittatore che funziona meglio mediaticamente: la sua fama sinistra è nota anche all'uomo della strada. Come sempre, l'inganno dell'intervento umanitario lo si smaschera con i classici conti della serva. Quante partite in un solo teatro. Gli Usa stanno dimostrando per l'ennesima volta che l'Unione Europea è buona solo per decidere le misure di cetrioli e datteri (e salvare dal crack finanziario i suoi membri più indebitati). La Francia (leggi anche Total) ottiene di rimescolare le carte in un'area in cui la sua presa non era più particolarmente salda. In più, Sarkozy, la cui popolarità ultimamente era ai minimi, ha un palco per mostrare muscoli, fingere carisma e leadership, compattare l'opinione pubblica, vellicando l'agonizzante grandeur francese. Tanto è vero che si è premurato di specificare che la democrazia libica gli sta a cuore ma ancor di più gli preme che la Francia riconquisti un ruolo di prima fila, fuori dall'ombrello della Nato. Al premier italiano Silvio Berlusconi, valletto del presidente George W. Bush quando si trattava di esportare la democrazia in Iraq e Afghanstan, quella libica sembrava più che sufficiente, anche perché Gheddafi è un amico ed Eni, Ansaldo e Finmeccanica sono già ben piazzate nell'ex "scatolone di sabbia".

Questo per stare solo ad alcune evidenti ambiguità e ipocrisie di una parte del fronte interventista. Ma poi ci sono quelle dei Paesi che hanno tuonato contro i raid e hanno chiesto il ritorno alla politica. Quale? Quella del "prendiamo tempo"? La gestione (o la non gestione) della crisi ivoriana dimostra una preoccupante assenza di strategia e progettualità. Si prenda l'Unione Africana (che si è accorta dell'esistenza di una crisi in Libia solo quando si sono mossi i francesi). In Costa d'Avorio ha avuto carta bianca per quattro mesi e non ha cavato un ragno dal buco. Ha fermato l'Ecowas (organizzazione dell'Africa Occidentale) che aveva già pronti i piani per un intervento armato ma non ha pensato di imporre all'Angola (figurarsi allo Zimbabwe) di interrompere il flusso d'armi all'esercito di Gbagbo, in spregio ad un embargo dichiarato dall'Onu. Mesi di trattative, con delegazioni di mediatori che arrivavano e partivano senza combinare nulla mentre il Sudafrica cercava di trovare un'intesa con l'altra potenza regionale in ascesa, la Nigeria, cercando un equilibrio che soddisfacesse tutti; e intanto la crisi diventava drammatica. I leader africani non vogliono l'ingerenza occidentale. A loro il Colonnello, che con i suoi petrodollari era uno dei maggiori finanziatori dell'Ua, andava più che bene. Inoltre, non vogliono che sia destabilizzato un Paese dal quale arrivano milioni di dollari di rimesse dai propri cittadini emigrati. Per questo, oggi, dittatori come Robert Mugabe (Zimbabwe) e Yoweri Museveni (Uganda) possono criticare i raid sbandierando un sentimento di pietà per le morti di civili, senza che nessuno rida. Resta l'impressione di fondo che, se l'interventismo di alcuni Paesi sia chiaramente interessato, altrettanto si possa dire del non interventismo degli altri. Di umanitario non c'è nulla nella posizione di chi parla di democrazia mentre pensa al petrolio e nemmeno in quella di chi confonde la pace col silenzio e l'inerzia.

 

Alberto Tundo

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