Il governo americano continua a dire di voler trattare con i talebani. Ancora pochi giorni fa, l'ambasciatore Usa a Kabul, Karl Eikenberry ribadiva la necessità di una 'escalation
diplomatica' per promuovere la riconciliazione con i leader della resistenza e la reintegrazione dei loro combattenti. I fatti però sembrano andare nella direzione opposta.
Gli ex alti esponenti del regime talebano pre-2001 che da tempo lavorano come mediatori tra il governo Karazi e i capi della resistenza 'neotalebana' - e ai quali Usa e Nato hanno garantito libertà di movimento e immunità delle loro residenze, per consentire loro di incontrare liberamente 'il nemico' - denunciano il ripetersi di violenti raid notturni nelle loro abitazioni.
Tre settimane fa, a notte fonda, forze speciali Usa e agenti dell'intelligence afgana (Nds) hanno fatto irruzione in casa di Abdul Salam Zaeef, ex ambasciatore talebano a Islamabad e oggi figura chiave nelle trattative. Lui non era in casa. Tra le sue guardie armate e i militari è scoppiato un breve scontro a fuoco.
''Riceviamo continuamente denunce di simili raid da parte di membri dell'Alto consiglio per la pace (Hpc)'', ha dichiarato al quotidiano Guardian l'ex inviato del regime talebano all'Onu, Abdul Hakim Mujahid, anch'egli impegnato nel processo di riconciliazione.
Uno dei primi a subire un'incursione, quasi un anno fa, è stato Abdul Razak, ex ministro del Commercio del regime talebano e membro dell'Hpc. ''Lo scorso maggio, soldati americani hanno fatto irruzione in casa mia, dove avevo appena incontrato un ex detenuto di Guantanamo: hanno ispezionato ogni angolo, puntando le armi contro bambini e donne della mia famiglia''.
''Queste cose provocano grande sfiducia tra gli insorti che considerano di deporre le armi'', dice Razak. ''E pure a noi, che veniamo trattati così anche se lavoriamo per il governo, viene da chiederci perché dovremmo continuare a lavorare per la pace''.
Se a scoraggiare la riconciliazione ci pensano i militari Usa, che non hanno mai fatto mistero di preferire prima indebolire il nemico e semmai poi trattare, a ostacolare la reintegrazione dei combattenti ci pensa la corruzione dei funzionari afgani.
Il programma per la reintegrazione, avviato l'anno scorso e gestito a livello provinciale, ha coinvolto finora duemila ex combattenti che hanno deposto le armi in cambio di incentivi individuali, o meglio, di promesse di incentivi.
I governatori delle trentadue province afgane denunciano infatti di non ricevere da Kabul i fondi stanziati da Washington necessari a 'comprare' la resa dei singoli combattenti talebani, con il risultato che moltissimi 'reintegrati' sono tornati a combattere.
Né la diplomazia né il denaro sembrano in grado di aprire la strada alla pace in Afghanistan.
Finora l'unica speranza di pace continua a essere l'esperimento locale della tregua di Alasay, raggiunta due anni fa 'per sfinimento' da talebani e forze governative, stanchi di ammazzarsi per una guerra senza senso.
Enrico Piovesana