Wardak, un
simpatico e loquace ex ufficiale mujaheddin sui sessantacinque anni,
non è vestito all’occidentale come molti dei ministri del governo
Karzai. Indossa la tipica ampia veste afgana e porta sulla testa un
pakul marrone, il copricapo dei tagiki. E dei mujaheddin. Unico tocco
d’eleganza, una bella giacca nera. “Dopo venticinque anni di
guerre – esordisce il ministro – in Afghanistan ci sono oltre un
milione di invalidi, il cinque per cento della popolazione. Persone
ferite dalle bombe e dalle mine. Persone ferite in combattimento mentre
lottavano per liberare il nostro paese, prima dai russi, poi dai
terroristi. Persone ferite camminando per strada o lavorando nei campi
o nei pascoli. Un milione di afgani che oggi non trovano lavoro e
vivono come emarginati. Il compito del mio ministero sarebbe di
reinserirli nella società, formandoli a lavori alla loro portata. Che
sarebbero tanti, perché, ad esempio, chi non ha le gambe può usare le
braccia, la mani e la testa”.
“Ma non
possiamo fare niente – ammette con aria sconsolata Wardak – perché non
abbiamo i soldi nemmeno per pagare il nostro personale. Figuriamoci per
finanziare corsi di formazione professionale! Questo per un
semplicissimo motivo: il nostro governo, che vive essenzialmente del
sostegno economico straniero, non ha nessuna autonomia di bilancio. Nel
senso che i paesi che danno soldi all’Afghanistan non li danno a Karzai
che poi li distribuisce ai vari ministeri a seconda delle necessità. I
paesi donatori finanziano progetti precisi, quindi solo alcuni
ministeri ricevono soldi direttamente dall’estero. Quello della Difesa,
quello degli Interni e quello dei Lavori Pubblici sono i più ricchi,
perché le priorità dell’Afghanistan, secondo la comunità
internazionale, sono la sicurezza e la ricostruzione delle
infrastrutture. Giustissimo! Ma non è giusto che tutto il resto venga
semplicemente ignorato. Non è giusto che il ministero degli Interni si
possa permettere mille impiegati, e noi solo due! E soprattutto non è
saggio ignorare i bisogni degli invalidi, perché significa renderli
ostili al governo e quindi facili prede della propaganda nostri
nemici”.
E’ a questo punto che la
discussione prende una piega interessante e il ministro Wardak decide di scoprire
le sue carte in maniera
inaspettata. “I nostri nemici sono i terroristi di al-Qaeda e la
resistenza dei talebani, che dal Pakistan continuano a destabilizzare
il nostro paese, a impedire che l’Afghanistan diventi un paese
pacificato. Se prima erano i russi i nostri nemici, dagli anni Novanta
sono i pachistani che cercano in tutti i modi di controllare
l’Afghanistan. I talebani, come sapete, li hanno inventati loro, e
ancora oggi li proteggono e li sostengono. Ma, come pure sapete, non
hanno fatto tutto da soli. Qualcuno di ben più potente li ha aiutati,
e, nonostante le apparenze contrarie, continua a farlo perché un
Afghanistan stabile e sicuro non giustificherebbe la permanenza di
truppe e basi straniere sul nostro territorio”.
Inutile chiedere al ministro di spiegarsi meglio. Si rende
conto di aver detto anche troppo per la posizione che ricopre. In fondo
è sempre un membro del governo provvisorio installato dagli Stati
Uniti. E comunque non c’è bisogno di ulteriori chiarimenti. Ma prima di
congedarsi si lascia scappare una frase che la dice lunga. “Io ero un
mujaheedin, ho sempre combattuto per la libertà e l’indipendenza del
mio paese. Le cose non vanno bene così come sono. Devono cambiare,
anche se sono molto pessimista. Lui è il mio esempio, il mio eroe”,
conclude Wardak indicando la fotografia di Massud. Nessun cenno e
nessun elogio rivolge invece alla foto accanto, quella di Karzai.
All’incontro con il ministro ha
assistito anche il nostro accompagnatore, Jamal, un medico afgano,
anche lui ex mujaheddin. All’inizio se ne stava in disparte, quasi
disinteressato. Ma quando si è iniziato a parlare di politica non
faceva altro che annuire alle parole di Wardak, mostrandosi entusiasta
e quasi stupito delle sue affermazioni. Usciti dal ministero e risaliti
in macchina, Jamal inizia a parlare, come se sentisse il bisogno di
proseguire il ragionamento del ministro, lui che non ha problemi a
parlare liberamente. “Wardak è uno dei pochi membri del governo che non
si sono venduti agli americani e che hanno il coraggio di dire le cose
come stanno. Anche se gli afgani sapevano bene che gli Stati Uniti
avevano aiutato i talebani, quando gli americani hanno deciso di
intervenire per scacciarli sono stati i benvenuti. Ma ora se ne devono
andare perché non stanno facendo niente per il nostro paese. Il loro
unico interesse è rimanere qui per mantenere il controllo
dell’Afghanistan. E per farlo hanno bisogno di una scusa: i talebani e
al-Qaeda. Se Massud fosse ancora vivo le cose sarebbero andate molto
diversamente. Ma quelli della Cia hanno pensato bene di toglierlo di
mezzo giusto in tempo, e di sostituirlo con Fahim, che si era messo
d’accordo con loro per venderlo e che infatti ha accettato di
combattere con loro e di sostenere il governo di Karzai, ex agente
della Cia”.
Ma come! Non erano stati due
terroristi di al-Qaeda spacciatisi per giornalisti belgi a uccidere
Massud tre giorni prima dell’11 settembre? A questa domanda Jamal
risponde senza esitazioni: “Appunto! Bin Laden chi l’ha inventato?!
Perché credete che non l’abbiano ancora preso?! Pensate che non ne
siano capaci? Aprite gli occhi!”. Jamal non è il primo a sostenere
questa ipotesi. Tutti gli afgani con cui si affrontano questi discorsi
la pensano alla stessa maniera. Tutti. Forse non è andata proprio come
dicono loro. Ma forse non è andata nemmeno come crediamo noi.