17/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il ministro per i Martiri e gli Invalidi dello Stato Islamico Provvisorio dell'Afghanistan
dal nostro inviato
Enrico Piovesana
 
Abdullah WardakUna diroccata palazzina di cemento armato nel centro di Kabul. All’apparenza sembra disabitata. Ma il cortile, un piccolo spazio sterrato disseminato di detriti, rifiuti, attrezzi e container, è pieno di persone. Un cartello dipinto a mano annuncia che questa è la sede del “Ministero per i Martiri e gli Invalidi dello Stato Islamico Provvisorio dell’Afghanistan”. Qui non ci sono guardie armate di kalashnikov e filo spinato come davanti ai ministeri più importanti. Salendo una buia rampa di scale si accede all’ufficio del ministro, Abdullah Wardak. Una stanzetta tinta di giallo, con un grande tappeto persiano, divanetti alle pareti, una piccola scrivania, la bandiera afgana e due foto incorniciate: quella del presidente Hamid Karzai e quella dell’eroe nazionale, il defunto comandante dei mujaheddin tagiki, Ahmad Shah Massud.
 
Wardak, un simpatico e loquace ex ufficiale mujaheddin sui sessantacinque anni, non è vestito all’occidentale come molti dei ministri del governo Karzai. Indossa la tipica ampia veste afgana e porta sulla testa un pakul marrone, il copricapo dei tagiki. E dei mujaheddin. Unico tocco d’eleganza, una bella giacca nera. “Dopo venticinque anni di guerre – esordisce il ministro – in Afghanistan ci sono oltre un milione di invalidi, il cinque per cento della popolazione. Persone ferite dalle bombe e dalle mine. Persone ferite in combattimento mentre lottavano per liberare il nostro paese, prima dai russi, poi dai terroristi. Persone ferite camminando per strada o lavorando nei campi o nei pascoli. Un milione di afgani che oggi non trovano lavoro e vivono come emarginati. Il compito del mio ministero sarebbe di reinserirli nella società, formandoli a lavori alla loro portata. Che sarebbero tanti, perché, ad esempio, chi non ha le gambe può usare le braccia, la mani e la testa”.
 
Abdullah Wardak“Ma non possiamo fare niente – ammette con aria sconsolata Wardak – perché non abbiamo i soldi nemmeno per pagare il nostro personale. Figuriamoci per finanziare corsi di formazione professionale! Questo per un semplicissimo motivo: il nostro governo, che vive essenzialmente del sostegno economico straniero, non ha nessuna autonomia di bilancio. Nel senso che i paesi che danno soldi all’Afghanistan non li danno a Karzai che poi li distribuisce ai vari ministeri a seconda delle necessità. I paesi donatori finanziano progetti precisi, quindi solo alcuni ministeri ricevono soldi direttamente dall’estero. Quello della Difesa, quello degli Interni e quello dei Lavori Pubblici sono i più ricchi, perché le priorità dell’Afghanistan, secondo la comunità internazionale, sono la sicurezza e la ricostruzione delle infrastrutture. Giustissimo! Ma non è giusto che tutto il resto venga semplicemente ignorato. Non è giusto che il ministero degli Interni si possa permettere mille impiegati, e noi solo due! E soprattutto non è saggio ignorare i bisogni degli invalidi, perché significa renderli ostili al governo e quindi facili prede della propaganda nostri nemici”.
 
E’ a questo punto che la discussione prende una piega interessante e il ministro Wardak decide di scoprire le sue carte in maniera inaspettata. “I nostri nemici sono i terroristi di al-Qaeda e la resistenza dei talebani, che dal Pakistan continuano a destabilizzare il nostro paese, a impedire che l’Afghanistan diventi un paese pacificato. Se prima erano i russi i nostri nemici, dagli anni Novanta sono i pachistani che cercano in tutti i modi di controllare l’Afghanistan. I talebani, come sapete, li hanno inventati loro, e ancora oggi li proteggono e li sostengono. Ma, come pure sapete, non hanno fatto tutto da soli. Qualcuno di ben più potente li ha aiutati, e, nonostante le apparenze contrarie, continua a farlo perché un Afghanistan stabile e sicuro non giustificherebbe la permanenza di truppe e basi straniere sul nostro territorio”.
 
Inutile chiedere al ministro di spiegarsi meglio. Si rende conto di aver detto anche troppo per la posizione che ricopre. In fondo è sempre un membro del governo provvisorio installato dagli Stati Uniti. E comunque non c’è bisogno di ulteriori chiarimenti. Ma prima di congedarsi si lascia scappare una frase che la dice lunga. “Io ero un mujaheedin, ho sempre combattuto per la libertà e l’indipendenza del mio paese. Le cose non vanno bene così come sono. Devono cambiare, anche se sono molto pessimista. Lui è il mio esempio, il mio eroe”, conclude Wardak indicando la fotografia di Massud. Nessun cenno e nessun elogio rivolge invece alla foto accanto, quella di Karzai.
 
All’incontro con il ministro ha assistito anche il nostro accompagnatore, Jamal, un medico afgano, anche lui ex mujaheddin. All’inizio se ne stava in disparte, quasi disinteressato. Ma quando si è iniziato a parlare di politica non faceva altro che annuire alle parole di Wardak, mostrandosi entusiasta e quasi stupito delle sue affermazioni. Usciti dal ministero e risaliti in macchina, Jamal inizia a parlare, come se sentisse il bisogno di proseguire il ragionamento del ministro, lui che non ha problemi a parlare liberamente. “Wardak è uno dei pochi membri del governo che non si sono venduti agli americani e che hanno il coraggio di dire le cose come stanno. Anche se gli afgani sapevano bene che gli Stati Uniti avevano aiutato i talebani, quando gli americani hanno deciso di intervenire per scacciarli sono stati i benvenuti. Ma ora se ne devono andare perché non stanno facendo niente per il nostro paese. Il loro unico interesse è rimanere qui per mantenere il controllo dell’Afghanistan. E per farlo hanno bisogno di una scusa: i talebani e al-Qaeda. Se Massud fosse ancora vivo le cose sarebbero andate molto diversamente. Ma quelli della Cia hanno pensato bene di toglierlo di mezzo giusto in tempo, e di sostituirlo con Fahim, che si era messo d’accordo con loro per venderlo e che infatti ha accettato di combattere con loro e di sostenere il governo di Karzai, ex agente della Cia”.
 
Ma come! Non erano stati due terroristi di al-Qaeda spacciatisi per giornalisti belgi a uccidere Massud tre giorni prima dell’11 settembre? A questa domanda Jamal risponde senza esitazioni: “Appunto! Bin Laden chi l’ha inventato?! Perché credete che non l’abbiano ancora preso?! Pensate che non ne siano capaci? Aprite gli occhi!”. Jamal non è il primo a sostenere questa ipotesi. Tutti gli afgani con cui si affrontano questi discorsi la pensano alla stessa maniera. Tutti. Forse non è andata proprio come dicono loro. Ma forse non è andata nemmeno come crediamo noi. 
 
Categoria: Guerra, Armi
Luogo: Afghanistan