L'arresto di Ai Weiwei, l'artista dissidente prelevato dalla polizia all'aeroporto di Pechino mentre si recava ad Hong Kong, ha scatenato molte critiche anche in Cina. L'artista è stato fermato domenica scorsa, se ne sono perse le tracce, e solo dopo cinque giorni le autorità hanno chiarito che la sua imputazione: "Crimini economici".
Già da giorni si erano intensificati gli appelli internazionali a suo favore e anche all'interno della Cina, specialmente in rete, si sono moltiplicate le richieste di chiarimenti. C'è però una differenza. Gli opinionisti occidentali cadono quasi sempre nella trappola di attaccare Pechino sulla violazione dei diritti umani, intesi come principi universali che lo stesso occidente ha prodotto: l'habeas corpus in primo luogo.
Questo provoca un automatico contro-attacco da parte cinese su temi quali l'intrusione negli affari interni, il colonialismo culturale, il sabotaggio della Cina nei suoi tentativi di evolvere, sì, ma non necessariamente nella direzione che vorremmo noi. È uno schema che si ripete.
Il fatto nuovo e interessante è invece che anche molti cinesi, dall'interno, hanno alzato le proprie voci, soprattutto dopo che Global Times, versione "pop" del Quotidiano del popolo, ha pubblicato un editoriale che criticava Ai Weiwei in quanto "cane sciolto" che pretende di "elevarsi e tirare dritto", oltrepassando la "linea rossa" della legalità (secondo caratteristiche cinesi, si intende).
Le proteste sono soprattutto dirette contro l'assenza di un chiaro capo di imputazione. Contro l'arbitrio. E si tratta di proteste che vengono da figure di primo piano del mondo accademico, politico, dell'informazione.
Due su tutte.
Xu Zhiyong, docente di diritto all'università di Pechino e attivista per i diritti umani, scrive sul suo account di Twitter (@zhiyongxu):
"La legge non deve piegarsi di fronte a nessuno, bensì proteggere i diritti di ogni cittadino. Tuttavia, in Cina, la legge non solo si inchina all'autorità, ma è costretta a strisciare senza alcuna dignità. Anche se Ai Weiwei ha veramente violato la legge, le procedure legali devono essere rispettate. Se una persona può essere portata via senza che si segua alcuna procedura, che differenza c'è da un rapimento?"
Peng Xiaoyun (@Pengxiaoyun), editorialista di Time Weekly Magazine, un giornale di Canton:
"O hai violato la legge o non l'hai fatto. Nel primo caso, per favore, mostrateci i documenti legali e organizzate un pubblico processo. Ne avete il coraggio? Nella seconda ipotesi, è nei diritti di un cittadino quello di 'elevarsi e tirare dritto'. Mentre voi pensate che io sia un cane sciolto, preservo la mia mente lucida in un mondo oscuro! Lode al titolo dell'editoriale sul Global Times, perché descrivendo qualcuno che 'si eleva e tira dritto' in un epoca buia, gli fa il migliore complimento."
Gli argomenti di queste critiche suggeriscono un'osservazione: non si discute tanto la durezza della legge, quanto la certezza del diritto. Altrimenti detto: non importa tanto la natura della punizione, se legale, quanto il rischio di essere esposti all'arbitrio.
Una delle grandi tradizioni culturali della Cina, al pari di confucianesimo e taoismo, è il legismo, secondo cui il potere coercitivo della legge è lo strumento per ordinare il mondo. Da sempre, la giustizia è quasi esclusivamente penale, la punizione è un atto che mette ordine nel caos del mondo. Distribuire pene è un attributo della sovranità, un simbolo del potere statale di rettifica.
Quando il mondo critica la Cina per l'applicazione estesa della pena di morte (anche a crimini che non implicano atti di violenza), la Cina risponde che la maggioranza della popolazione la vuole.
Dura lex sed lex. Basta che ci sia. Non deve corrispondere a valori occidentali, ma esserci.
Nel solco di questa tradizione, Jiang Zemin, il presidente che ha preceduto Hu Jintao, lanciò lo slogan di "Stato socialista di diritto" nel 1997. Poi, nel 2004, l'Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato tredici emendamenti alla costituzione che introducono anche i concetti di proprietà privata e diritti umani.
Tuttavia, questa evoluzione formale è avvenuta senza che si limitasse il potere del governo di reprimere e le autorità giudiziarie continuano a dipendere in ultima istanza dal potere politico. Non solo: nelle province, questo potere è utilizzato spesso ancora più arbitrariamente dai funzionari locali. Si è creata così una zona grigia, indistinta, formalmente regolata ma di fatto no. Chi è coraggioso, come Ai Weiwei, ci si avventura, ma si viaggia sempre sulla linea di confine tra applicazione della legge e arbitrio. L'ordine è sempre sul punto di divenire disordine.
La nuova generazione di cinesi è figlia sia dello stato socialista sia delle riforme post ‘79, e sa bene che il suo destino è quello di camminare sul filo. Chiede certezze legali perché perfettamente inserite nella tradizione del proprio Paese e quindi comprensibili a tutti. E anche perché, come dappertutto, se conosci una legge sai anche come difenderti o come aggirarla nella pratica quotidiana. Il peggio è quando la legge, o il capo di imputazione, non c'è. Come nel caso di Ai Weiwei.
Gabriele Battaglia