Il premio Nobel a Liu Xiaobo va inserito nelle "infinite guerre ideologiche contro la Cina". E' questa l'idea che va diffondendosi oltre Muraglia, esplicitamente sostenuta da un editoriale del quotidiano in lingua inglese Global Times. Se non fosse stato premiato Liu - si sostiene - prima o poi il riconoscimento sarebbe comunque andato a qualche altro dissidente: i fuoriusciti Rebiya Kadeer e Wei Jingshen, l'attivista ambientalista e per i diritti civili Hu Jia.
In sintesi, si accusa l'Occidente di voler esportare se stesso: di "proclamare le libertà individuali" ma di "ignorare l'individualità di altre società quando cerca di diffondere il proprio modello politico in altre parti del mondo". Con la stoccata: "In alcune situazioni, sulla base del puro interesse, l'Occidente appoggerebbe governi autoritari".
La Cina invece "ha adottato molta sapienza occidentale [...] ma si rifiuta di essere occidentalizzata". Punta piuttosto al "ringiovanimento della civiltà cinese". E questo disturba un Occidente "bersagliato da grandi disgrazie economiche", che getta discredito sul celeste impero per mantenere "la superiorità morale".L'idea che l'Occidente faccia pressioni sulla Cina è diffusa a tutti i livelli della società e questo alimenta il risentimento della componente più nazionalista, forse maggioritaria, del Paese.
Mettiamo in fila quanto successo nell'ultima settimana: premio Nobel a Liu Xiaobo, figura poco conosciuta in patria per le sue opere, ma celebrata dall'Occidente proprio in quanto "dissidente"; summit dei ministri della Difesa dell'Asean+8 (i Paesi del Sudest asiatico e gli altri che si affacciano sul Pacifico) con all'ordine del giorno i timori per l'ascesa della Cina, sentimento alimentato dallo statunitense Robert Gates; continue polemiche sul valore del Renminbi, la moneta del Dragone, presentata come causa principale della mancata ripresa economica mondiale.
Se poi ampliamo lo sguardo a un mese o poco più addietro, troviamo la crisi diplomatica con il Giappone per le isole Senkaku-Diaoyu e quella con gli Usa con tanto di portaerei George Washington a scorrazzare nel Mar Giallo.
Le pressioni si sono tra l'altro accentuate in una fase delicata per la Cina: alcuni anziani dirigenti hanno infatti indirizzato una lettera aperta al comitato centrale del Partito comunista (la stanza dei bottoni) per spingere in direzione di ulteriori aperture democratiche. E proprio il comitato centrale sta per iniziare la sua riunione plenaria, che dovrà varare il prossimo piano quinquennale, cioè le scelte fondamentali in politica economica che avranno per forza di cose ricadute in tutto il mondo. Gli equilibri si giocano sul filo e la Cina si sente assediata.Il sentimento nazionalista si fa strada in Rete anche grazie alla diffusione di un'intervista di Liu, che risale al 1998, in cui alla domanda "in che modo la Cina può conseguire un'autentica trasformazione storica?", il neo-premio Nobel risponde testualmente: "Con trecento anni di colonialismo. Hong Kong è diventata così dopo cent'anni di occupazione coloniale. La Cina è miolto più grande ed è ovvio che abbia bisogno di tre secoli. Ho perfino qualche dubbio che trecento anni siano abbastanza per trasformare la Cina in Hong Kong".
Risposta forse volutamente provocatoria, senz'altro paradossale, ma che decontestualizzata avvalora la tesi che Liu sia "un traditore" premiato dall'Occidente proprio per questo.
Tuttavia anche chi si definisce moderato, attento al modello occidentale e potenzialmente aperto all'introduzione di riforme democratiche (nel senso di liberaldemocrazia occidentale, un'invenzione - ricordiamolo - "nostra"), si chiede se la "guerra ideologica" contro il sistema cinese sia utile o controproducente.
Nel complesso, la Cina continua a voler perseguire una sua peculiarità storica e culturale, quindi politica.
In uno dei commenti comparsi sul social network RenRen (40 milioni di utenti registrati e un target soprattutto studentesco-giovanile), si legge per esempio: "Di fatto, molti media occidentali hanno dichiarato che il premio a Liu è stato garantito dal suo appoggio a un gruppo specifico in Cina: gli attivisti politici filo-occidentali e pro-diritti civili che vogliono l'introduzione di elezioni democratiche. E' questo ciò che trovo deludente: che gli occidentali continuino a immaginare la politica e le tensioni sociali in Cina in termini così riduttivi".
E' un cane che si morde la coda: più l'Occidente preme sulla Cina e più la Cina si convince che la si voglia ricolonizzare; quindi si arrocca e avvalora nello stesso Occidente la tesi che abbia bisogno di una bella iniezione di "democrazia", volente o nolente. Ma forse la democrazia universale (occidentale, superfluo dirlo) non è la priorità a Washington e nelle cancellerie europee: basta avere un capro espiatorio per le attuali e prossime crisi globali. Un ruolo che la Cina sa recitare alla perfezione.
Gabriele Battaglia