Dal nostro
inviato
Come nel libro “Cuore” di Edmondo De Amicis.
Classi piccole e sovraffollate, banchetti di legno con due, più spesso
tre bambini. Pareti di fango del tutto spoglie. Nessuna cartina
geografica, nessun cartellone colorato. Non c’è nemmeno una cattedra.
L’insegnante sta in piedi davanti a una lavagna. Bambini e bambine
affollano classi separate, come una volta da noi. Come nel libro di De
Amicis. Le femmine indossano spesso una sorta di divisa: vestito nero e
velo bianco. I maschi sono vestiti come vogliono, a tutte le età. A
insegnare è un uomo o una donna, a seconda che si tratti di
classi maschili o femminili. Ma non sempre. Nelle scuole più
piccole delle zone rurali, dove gli insegnanti scarseggiano,
la regola viene spesso infranta e, come nelle più isolate valli di
montagna, capita di trovare un vecchio mujaheddin che fa lezione a una
classe di bimbe. Molte scuole non hanno nemmeno le mura: solo banchi
ammucchiati sotto le tende di nylon bianco dell’Unicef. Altre invece,
poche per la verità, sono addirittura in muratura, come la scuola di
Anabah, in Panshir, costruita da Emergency.
Farid, il direttore dell’istituto, è seduto in una
stanzetta addobbata di poster di Massoud, l’eroe dei mujaheddin, e di
Karzai, l’attuale presidente dell’Afghanistan. Una stanza affollata di
persone sedute ai banchi disposti lungo le pareti: insegnanti,
personale amministrativo e amici venuti a fare due chiacchiere e a bere
un po’ di tè. “La nostra in teoria è una scuola superiore – spiega il
direttore – ma in realtà abbiamo classi di tutte le età, sia maschi che
femmine. I più piccoli imparano a leggere, scrivere e a fare i conti. I
più grandi hanno lezione di inglese, storia, geografia, chimica
e biologia. Siamo una scuola fortunata, perché le nostre
strutture sono molto buone, anche se non abbiamo i bagni. Anche per i
libri ci arrangiamo, con le fotocopie. L’unico problema, un problema
grosso, è che non abbiamo materiale di cancelleria. Mancano penne
e quaderni. Quelli che aveva distribuito l’Unicef due anni fa,
che già erano pochi, ormai sono finiti”.
Farid non sembra il tipo che si
lamenta, che si piange addosso. Ma sulla questione delle penne e dei
quaderni insiste molto. “Per fare una scuola ci vogliono ambienti,
insegnanti e libri, ma non bastano: senza penne e quaderni è
impossibile insegnare bene. Non siamo il Terzo Mondo! Ma non sappiamo a
chi chiederli. Il ministero non ha soldi. Le organizzazioni
internazionali hanno già dato. Di certo non si può pretendere che ci
pensino le famiglie degli alunni: per loro è già un sacrificio mandare
i figli a studiare invece che a lavorare, figurarsi se, poveri come
sono tutti qui, possiamo chiedergli di comprare penne e quaderni!
Qualcuno ci deve dare una mano. Deve dare una mano a questi bambini.
Questo del materiale di cancelleria – spiega Farid – non è certamente
solo un problema della mia scuola. So che in tutto il paese c’è una
grave carenza, soprattutto nelle aree più povere”. Il che sarebbe a
dire ovunque al di fuori del centro di Kabul.