03/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Tra i banchi delle scuole afgane, sovraffollate e povere
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
 
Scuola femminile in AfghanistanCome nel libro “Cuore” di Edmondo De Amicis. Classi piccole e sovraffollate, banchetti di legno con due, più spesso tre bambini. Pareti di fango del tutto spoglie. Nessuna cartina geografica, nessun cartellone colorato. Non c’è nemmeno una cattedra. L’insegnante sta in piedi davanti a una lavagna. Bambini e bambine affollano classi separate, come una volta da noi. Come nel libro di De Amicis. Le femmine indossano spesso una sorta di divisa: vestito nero e velo bianco. I maschi sono vestiti come vogliono, a tutte le età. A insegnare è un uomo o una donna, a seconda che si tratti di classi maschili o femminili. Ma non sempre. Nelle scuole più piccole delle zone rurali, dove gli insegnanti scarseggiano, la regola viene spesso infranta e, come nelle più isolate valli di montagna, capita di trovare un vecchio mujaheddin che fa lezione a una classe di bimbe. Molte scuole non hanno nemmeno le mura: solo banchi ammucchiati sotto le tende di nylon bianco dell’Unicef. Altre invece, poche per la verità, sono addirittura in muratura, come la scuola di Anabah, in Panshir, costruita da Emergency.
 
Farid, il direttore dell’istituto, è seduto in una stanzetta addobbata di poster di Massoud, l’eroe dei mujaheddin, e di Karzai, l’attuale presidente dell’Afghanistan. Una stanza affollata di persone sedute ai banchi disposti lungo le pareti: insegnanti, personale amministrativo e amici venuti a fare due chiacchiere e a bere un po’ di tè. “La nostra in teoria è una scuola superiore – spiega il direttore – ma in realtà abbiamo classi di tutte le età, sia maschi che femmine. I più piccoli imparano a leggere, scrivere e a fare i conti. I più grandi hanno lezione di inglese, storia, geografia, chimica e biologia. Siamo una scuola fortunata, perché le nostre strutture sono molto buone, anche se non abbiamo i bagni. Anche per i libri ci arrangiamo, con le fotocopie. L’unico problema, un problema grosso, è che non abbiamo materiale di cancelleria. Mancano penne e quaderni. Quelli che aveva distribuito l’Unicef due anni fa, che già erano pochi, ormai sono finiti”.
 
Farid non sembra il tipo che si lamenta, che si piange addosso. Ma sulla questione delle penne e dei quaderni insiste molto. “Per fare una scuola ci vogliono ambienti, insegnanti e libri, ma non bastano: senza penne e quaderni è impossibile insegnare bene. Non siamo il Terzo Mondo! Ma non sappiamo a chi chiederli. Il ministero non ha soldi. Le organizzazioni internazionali hanno già dato. Di certo non si può pretendere che ci pensino le famiglie degli alunni: per loro è già un sacrificio mandare i figli a studiare invece che a lavorare, figurarsi se, poveri come sono tutti qui, possiamo chiedergli di comprare penne e quaderni! Qualcuno ci deve dare una mano. Deve dare una mano a questi bambini. Questo del materiale di cancelleria – spiega Farid – non è certamente solo un problema della mia scuola. So che in tutto il paese c’è una grave carenza, soprattutto nelle aree più povere”. Il che sarebbe a dire ovunque al di fuori del centro di Kabul.
Categoria: Bambini, Guerra
Luogo: Afghanistan