Pubblichiamo il
reportage dall’Afghanistan di un giornalista freelance tedesco che ha
accettato di collaborare con PeaceReporter. Nelle scorse settimane ha
seguito i
soldati statunitensi che sulle brulle montagne dell’Uruzgan, lontano
dai clamori dell’Iraq, continuano a combattere i talebani. E ha
raccontato le battaglie, i rastrellamenti, gli arresti, ma soprattutto
quello che pensano i soldati americani di una guerra combattuta anche
con l’arma cinica, e poco efficace, dell’umanitarismo interessato. Una
guerra inutile, dicono gli ufficiali sul campo, perché i talebani
torneranno non appena i ventimila soldati americani toglieranno le
tende dal
paese
scritto per noi da
Carsten Stormer
“Missione di fuoco”, urla una voce. Il
richiamo fa salire la tensione nell’accampamento militare. I soldati
americani e afgani corrono fuori dalle tende e dalle baracche e
indossano gli elmetti e i giubbotti anti-proiettile. Gli artiglieri
saltano sui cannoni. Le vedette americane nascoste sulle montagne
attorno al base Usa hanno appena individuato degli afgani che tengono
sotto osservazione l’accampamento segnalando via radio i movimenti
delle truppe Usa. I marconisti americani si mettono subito al lavoro
per intercettare i messaggi radio e confermano che arrivano da talebani
nascosti sulle montagne. Vengono acquisite le coordinate della
postazione dei guerriglieri fondamentalisti e immediatamente passate
agli artiglieri. “Fuoco!”. Il comando è urlato per tre volte. I cannoni
sparano tre pezzi da 105 millimetri. Tre boati riecheggiano lontano tra
le montagne, e si vedono spirali di fumo bianco che si alzano verso il
cielo. Il sergente Josè Zambiano alza il pollice per confermare che i
proiettili hanno colpito il bersaglio. “Due telefoni satellitari in
meno per i bastardi”, urla un soldato. Significa che ci sono anche due
talebani uccisi. Sul volto del sergente si legge una soddisfazione
offuscata dal dubbio. “Ora sono un assassino”, dice il militare di New
York.
Zambrano appartiene alla Divisione 2-5 di fanteria di
stanza alle Isole Hawaii. Il suo battaglione è da tre settimane in
missione assieme ai soldati del neonato Esercito Nazionale Afgano.
Devono perlustrare le poverissime regioni montuose della provincia
centrale di Uruzgan, e poi fare ritorno alla base di Tarin-Kot.
Obiettivo ufficiale: eliminare o fare prigionieri i guerriglieri della
resistenza talebana e i miliziani di al-Qaeda per ristabilire un
livello di sicurezza che consenta di avviare il processo di
ricostruzione del paese. Si dice che il leader supremo dei talebani, il
mullah Omar, si nasconda da queste parti. E che magari, con lui, ci sia
anche il fantomatico Bin Laden. “Osama, Omar? Chi se ne frega?!”, dice
il comandante del battaglione, colonnello Terry Sellers. “Loro sono
solo dei miti; questa guerra è contro la gente reale che condivide le
loro idee”. Fatto sta che c’è una taglia di cinquanta milioni di
dollari sulla testa di Bin Laden, vivo o morto.
Una delle maggiori sfide per
le truppe Usa è il fatto che i ventimila soldati dispiegati in
Afghanistan non sono sufficienti per stabilire basi permanenti sulle
montagne. “I talebani torneranno appena lasceremo questa zona, e tutto
tornerà come prima”, dice Sellers. Lo stesso pensano gli afgani. Per
questo molti sono riluttanti a supportare l’esercito Usa e quello
nazionale afgano, perché temono rappresaglie. “I talebani ci hanno
vietato di aiutare i soldati americani”, dice un abitante del vicino
villaggio. “Se lo facessimo ci punirebbero appena i soldati
decolleranno per tornare negli Stati Uniti”. “Questo è il motivo per
cui noi dobbiamo vincere le battaglia per le menti e i cuori della
gente”, dice Sellers. “Gli anziani dei villaggi, i capi tribù locali
sanno bene dove si nascondono i talebani. Devono cominciare a
collaborare con noi se non vogliono che gli facciamo un c… così (in
inglese: if tehy do not want their asses
whipped)”. Intanto l’esercito Usa cerca di guadagnarsi il
sostegno della popolazione locale con le buone, costruendo pozzi,
moschee, scuole e strade, e fornendo assistenza medica quando
necessario, in una regione dove la mortalità per tubercolosi è
elevatissima e dove una puntura di zanzara su tre provoca la morte per
malaria. Una regione dove, a causa dell’inaccessibilità di queste
montagne, non arrivano medicine. “La settimana scorsa abbiamo portato
via in elicottero una ragazza malata di malaria per curarla a Kabul.
Altrimenti sarebbe morta”, dice con fierezza il sergente Ralph “Doc”
Mendez.
Ma la vera domanda è se i dottori e gli ingegneri in
uniforme militare siano realmente capaci di guadagnarsi la fiducia e la
lealtà della gente. “Vogliamo rendere sicuri questi posti, così che poi
le Nazioni Unite e altre organizzazioni umanitarie possano aiutare chi
ha bisogno”, dice il capo pattuglia luogotenente Gonzales. Per i locali
contadini, gente semplice e analfabeta, rimane però difficile capire
come sia possibile che di giorno i soldati arrivino armati di caramelle
e medicine a costruire pozzi e scuole, e di notte tornino a rastrellare
le loro case alla ricerca di armi e talebani. Il problema di fondo è
che i talebani e i milziani di al-Qaeda hanno una larga e sincera base
di appoggio sulle montagne dell’Uruzgan. Il conservatorismo religioso
proprio di questa zona rappresenta un terreno fertile per il
fondamentalismo. Il codice tribale dei pashtun, che impone di dare
protezione a un ospite che è in pericolo, e un forte sentimento di
sospetto verso gli stranieri contribuiscono a cerare un clima ostile
verso gli americani. E le montagne, con migliaia di caverne,
nascondigli e vie di fuga, offrono ai talebani le condizioni ottimali
per continuare a scappare ai loro cacciatori. “E’ come una magia
vodoo”, dice il geniere Shawn Gibbs: “Come arrivano sulle montagne,
scompaiono nel nulla”. Le informazioni sui nascondigli dei talebani che
ogni tanto arrivano all’esercito americano da parte della popolazione
locale sono spesso imprecise e addirittura false. Non di rado i soldati
americani vengono mandati a catturare persone che non sono talebani, ma
semplicemente nemici di una vecchia faida tra villaggi. O, peggio
ancora, capita che presunti talebani arrestati risultino poi essere
informatori della Cia, con non poco imbarazzo per i sostenitori della
lotta al terrorismo.
continua