24/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Reportage dal fronte afgano dove continua la guerra tra esercito Usa e talebani
Pubblichiamo il reportage dall’Afghanistan di un giornalista freelance tedesco che ha accettato di collaborare con PeaceReporter. Nelle scorse settimane ha seguito i soldati statunitensi che sulle brulle montagne dell’Uruzgan, lontano dai clamori dell’Iraq, continuano a combattere i talebani. E ha raccontato le battaglie, i rastrellamenti, gli arresti, ma soprattutto quello che pensano i soldati americani di una guerra combattuta anche con l’arma cinica, e poco efficace, dell’umanitarismo interessato. Una guerra inutile, dicono gli ufficiali sul campo, perché i talebani torneranno non appena i ventimila soldati americani toglieranno le tende dal paese
 
scritto per noi da
Carsten Stormer
 
Soldato Usa“Missione di fuoco”, urla una voce. Il richiamo fa salire la tensione nell’accampamento militare. I soldati americani e afgani corrono fuori dalle tende e dalle baracche e indossano gli elmetti e i giubbotti anti-proiettile. Gli artiglieri saltano sui cannoni. Le vedette americane nascoste sulle montagne attorno al base Usa hanno appena individuato degli afgani che tengono sotto osservazione l’accampamento segnalando via radio i movimenti delle truppe Usa. I marconisti americani si mettono subito al lavoro per intercettare i messaggi radio e confermano che arrivano da talebani nascosti sulle montagne. Vengono acquisite le coordinate della postazione dei guerriglieri fondamentalisti e immediatamente passate agli artiglieri. “Fuoco!”. Il comando è urlato per tre volte. I cannoni sparano tre pezzi da 105 millimetri. Tre boati riecheggiano lontano tra le montagne, e si vedono spirali di fumo bianco che si alzano verso il cielo. Il sergente Josè Zambiano alza il pollice per confermare che i proiettili hanno colpito il bersaglio. “Due telefoni satellitari in meno per i bastardi”, urla un soldato. Significa che ci sono anche due talebani uccisi. Sul volto del sergente si legge una soddisfazione offuscata dal dubbio. “Ora sono un assassino”, dice il militare di New York.
 
Zambrano appartiene alla Divisione 2-5 di fanteria di stanza alle Isole Hawaii. Il suo battaglione è da tre settimane in missione assieme ai soldati del neonato Esercito Nazionale Afgano. Devono perlustrare le poverissime regioni montuose della provincia centrale di Uruzgan, e poi fare ritorno alla base di Tarin-Kot. Obiettivo ufficiale: eliminare o fare prigionieri i guerriglieri della resistenza talebana e i miliziani di al-Qaeda per ristabilire un livello di sicurezza che consenta di avviare il processo di ricostruzione del paese. Si dice che il leader supremo dei talebani, il mullah Omar, si nasconda da queste parti. E che magari, con lui, ci sia anche il fantomatico Bin Laden. “Osama, Omar? Chi se ne frega?!”, dice il comandante del battaglione, colonnello Terry Sellers. “Loro sono solo dei miti; questa guerra è contro la gente reale che condivide le loro idee”. Fatto sta che c’è una taglia di cinquanta milioni di dollari sulla testa di Bin Laden, vivo o morto.
 
Una delle maggiori sfide per le truppe Usa è il fatto che i ventimila soldati dispiegati in Afghanistan non sono sufficienti per stabilire basi permanenti sulle montagne. “I talebani torneranno appena lasceremo questa zona, e tutto tornerà come prima”, dice Sellers. Lo stesso pensano gli afgani. Per questo molti sono riluttanti a supportare l’esercito Usa e quello nazionale afgano, perché temono rappresaglie. “I talebani ci hanno vietato di aiutare i soldati americani”, dice un abitante del vicino villaggio. “Se lo facessimo ci punirebbero appena i soldati decolleranno per tornare negli Stati Uniti”. “Questo è il motivo per cui noi dobbiamo vincere le battaglia per le menti e i cuori della gente”, dice Sellers. “Gli anziani dei villaggi, i capi tribù locali sanno bene dove si nascondono i talebani. Devono cominciare a collaborare con noi se non vogliono che gli facciamo un c… così (in inglese: if tehy do not want their asses whipped)”. Intanto l’esercito Usa cerca di guadagnarsi il sostegno della popolazione locale con le buone, costruendo pozzi, moschee, scuole e strade, e fornendo assistenza medica quando necessario, in una regione dove la mortalità per tubercolosi è elevatissima e dove una puntura di zanzara su tre provoca la morte per malaria. Una regione dove, a causa dell’inaccessibilità di queste montagne, non arrivano medicine. “La settimana scorsa abbiamo portato via in elicottero una ragazza malata di malaria per curarla a Kabul. Altrimenti sarebbe morta”, dice con fierezza il sergente Ralph “Doc” Mendez.
 
Ma la vera domanda è se i dottori e gli ingegneri in uniforme militare siano realmente capaci di guadagnarsi la fiducia e la lealtà della gente. “Vogliamo rendere sicuri questi posti, così che poi le Nazioni Unite e altre organizzazioni umanitarie possano aiutare chi ha bisogno”, dice il capo pattuglia luogotenente Gonzales. Per i locali contadini, gente semplice e analfabeta, rimane però difficile capire come sia possibile che di giorno i soldati arrivino armati di caramelle e medicine a costruire pozzi e scuole, e di notte tornino a rastrellare le loro case alla ricerca di armi e talebani. Il problema di fondo è che i talebani e i milziani di al-Qaeda hanno una larga e sincera base di appoggio sulle montagne dell’Uruzgan. Il conservatorismo religioso proprio di questa zona rappresenta un terreno fertile per il fondamentalismo. Il codice tribale dei pashtun, che impone di dare protezione a un ospite che è in pericolo, e un forte sentimento di sospetto verso gli stranieri contribuiscono a cerare un clima ostile verso gli americani. E le montagne, con migliaia di caverne, nascondigli e vie di fuga, offrono ai talebani le condizioni ottimali per continuare a scappare ai loro cacciatori. “E’ come una magia vodoo”, dice il geniere Shawn Gibbs: “Come arrivano sulle montagne, scompaiono nel nulla”. Le informazioni sui nascondigli dei talebani che ogni tanto arrivano all’esercito americano da parte della popolazione locale sono spesso imprecise e addirittura false. Non di rado i soldati americani vengono mandati a catturare persone che non sono talebani, ma semplicemente nemici di una vecchia faida tra villaggi. O, peggio ancora, capita che presunti talebani arrestati risultino poi essere informatori della Cia, con non poco imbarazzo per i sostenitori della lotta al terrorismo.
 
continua
Categoria: Guerra
Luogo: Afghanistan