Scritto per noi da
Mayela Barragán Z.
"Da quando l'esercito messicano ha occupato le strade, le vittime del crimine organizzato sono cresciute esponenzialmente e la realtà più terribile è la situazione dei bambini orfani. A Ciudad Juarez ci sono all'incirca 10mila orfani, una cifra moderata, perché a livello nazionale oscilla tra i 30 e 40mila", dice Marcela Turati, redattrice del settimanale 'Proceso' di Città del Messico.
Hai dato vita al movimento "Periodistas de a pie" (giornalisti a piedi), puoi raccontare come nasce?
Sono reporter da circa dieci anni, però devo dire che dal 2006 il Messico cambia profondamente, perché andavo a raccogliere informazioni sui gruppi indigeni e mi trovavo di fronte a gruppi armati. Dal 2007 in poi, a noi giornalisti cambia radicalmente il panorama, ed inizio a ricevere richieste da colleghi che volevano imparare come proteggersi mentre indagavano sul narcotraffico, perché io ero stata costretta a imparare a conoscere bene questo mondo; a sapere distinguere "carteles", quanti erano, e a quali facevano riferimento le informazioni pubblicate sui giornali. É in quel momento che nasce "Giornalisti a piedi", "Periodistas de a pie", che si occupa anche del problema della libertà di espressione in quelle regioni del Paese che sono chiamate "zone di silenzio".
Queste Zone di Silenzio sono ben definite geograficamente?
É quasi tutto il nord del Paese, eccetto alcune città come Ciudad Juarez o Tijuana. In queste zone si deve applicare l'auto censura, nessun mezzo d'informazione può pubblicare le informazioni che sa e l'informazione si limita soltanto a emettere il bollettino ufficiale dei morti, e nient'altro. Anche se sanno chi ha aperto il fuoco in una sparatoria non lo possono dire. Neanche nello Stato di Michoacan si può parlare, addirittura quest'ultima è una zona dove ci sono molti desaparecidos.
Hai avuto colleghi che sono stati sequestrati, o che sono scomparsi?
Personalmente non ho avuto colleghi che siano stati sequestrati, o che sono scomparsi, però vorrei citare María Esther Casimbe che quando sparisce nel novembre del 2009 aveva 32 anni María Esther, oltre ad essere giornalista, è anche madre di due bambini.
Che versione extra ufficiale circola intorno al caso di María Esther?
Abbiamo saputo che questa ragazza è scappata da una conferenza stampa organizzata dai carteles. Contro di lei subito dopo ci sono state alcune rappresaglie da parte dei narcos che sono ritornati a minacciarla. In seguito pubblicò altri tre articoli. Non la perdonarono più e infine l'hanno fatta scomparire; sono passati due anni e noi continuiamo a non sapere che fine abbia fatto.
Anche nel febbraio del 2010 nella zona di Tamaulipas sono scomparsi 8 giornalisti, ma neanche di questa storia si è saputo nulla finché un giornalista del quotidiano The Dallas Morning News, Alfredo Corchado, riuscì a entrare. Nonostante ciò il governo messicano insisteva nel negare la situazione, fino al momento in cui Corchado, grazie al fatto che conosceva bene Tamaulipas, riesce a entrare e pubblica un servizio. Solo attraverso il suo "reportage" riusciamo a sapere che otto giornalisti erano scomparsi; che uno di loro, Jorge Rabago, che era stato sequestrato, è morto per coma diabetico come conseguenza dei colpi subiti durante il rapimento; che due giornalisti inviati speciali da Città del Messico erano stati prelevati e aggrediti.
Quindi tu confermi che negli ultimi dieci anni il Messico è diventato un Paese letale per i giornalisti?
È così purtroppo. Il mio paese vive una tragedia dalle dimensioni incalcolabili. Negli ultimi dieci anni sono stati assassinati 65 giornalisti, 11 sono scomparsi e la maggior parte di queste morti sono accadute durante il governo del Presidente Felipe Calderón.