21/04/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista alla giornalista messicana Marcela Turati

Scritto per noi da
Mayela Barragán Z.

"Da quando l'esercito messicano ha occupato le strade, le vittime del crimine organizzato sono cresciute esponenzialmente e la realtà più terribile è la situazione dei bambini orfani. A Ciudad Juarez ci sono all'incirca 10mila orfani, una cifra moderata, perché a livello nazionale oscilla tra i 30 e 40mila", dice Marcela Turati, redattrice del settimanale 'Proceso' di Città del Messico.

Hai dato vita al movimento "Periodistas de a pie" (giornalisti a piedi), puoi raccontare come nasce?
Sono reporter da circa dieci anni, però devo dire che dal 2006 il Messico cambia profondamente, perché andavo a raccogliere informazioni sui gruppi indigeni e mi trovavo di fronte a gruppi armati. Dal 2007 in poi, a noi giornalisti cambia radicalmente il panorama, ed inizio a ricevere richieste da colleghi che volevano imparare come proteggersi mentre indagavano sul narcotraffico, perché io ero stata costretta a imparare a conoscere bene questo mondo; a sapere distinguere "carteles", quanti erano, e a quali facevano riferimento le informazioni pubblicate sui giornali. É in quel momento che nasce "Giornalisti a piedi", "Periodistas de a pie", che si occupa anche del problema della libertà di espressione in quelle regioni del Paese che sono chiamate "zone di silenzio".

Queste Zone di Silenzio sono ben definite geograficamente?
É quasi tutto il nord del Paese, eccetto alcune città come Ciudad Juarez o Tijuana. In queste zone si deve applicare l'auto censura, nessun mezzo d'informazione può pubblicare le informazioni che sa e l'informazione si limita soltanto a emettere il bollettino ufficiale dei morti, e nient'altro. Anche se sanno chi ha aperto il fuoco in una sparatoria non lo possono dire. Neanche nello Stato di Michoacan si può parlare, addirittura quest'ultima è una zona dove ci sono molti desaparecidos.

Hai avuto colleghi che sono stati sequestrati, o che sono scomparsi?
Personalmente non ho avuto colleghi che siano stati sequestrati, o che sono scomparsi, però vorrei citare María Esther Casimbe che quando sparisce nel novembre del 2009 aveva 32 anni María Esther, oltre ad essere giornalista, è anche madre di due bambini.

Che versione extra ufficiale circola intorno al caso di María Esther?
Abbiamo saputo che questa ragazza è scappata da una conferenza stampa organizzata dai carteles. Contro di lei subito dopo ci sono state alcune rappresaglie da parte dei narcos che sono ritornati a minacciarla. In seguito pubblicò altri tre articoli. Non la perdonarono più e infine l'hanno fatta scomparire; sono passati due anni e noi continuiamo a non sapere che fine abbia fatto.
Anche nel febbraio del 2010 nella zona di Tamaulipas sono scomparsi 8 giornalisti, ma neanche di questa storia si è saputo nulla finché un giornalista del quotidiano The Dallas Morning News, Alfredo Corchado, riuscì a entrare. Nonostante ciò il governo messicano insisteva nel negare la situazione, fino al momento in cui Corchado, grazie al fatto che conosceva bene Tamaulipas, riesce a entrare e pubblica un servizio. Solo attraverso il suo "reportage" riusciamo a sapere che otto giornalisti erano scomparsi; che uno di loro, Jorge Rabago, che era stato sequestrato, è morto per coma diabetico come conseguenza dei colpi subiti durante il rapimento; che due giornalisti inviati speciali da Città del Messico erano stati prelevati e aggrediti.

Quindi tu confermi che negli ultimi dieci anni il Messico è diventato un Paese letale per i giornalisti?
È così purtroppo. Il mio paese vive una tragedia dalle dimensioni incalcolabili. Negli ultimi dieci anni sono stati assassinati 65 giornalisti, 11 sono scomparsi e la maggior parte di queste morti sono accadute durante il governo del Presidente Felipe Calderón.

Parole chiave: Messico, Cartelli, Narcos, Desaparecidos
Categoria: Diritti, Guerra, Armi
Luogo: Messico