19/05/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Bin Laden, come il presidente Usa, elogia le rivoluzioni della 'primavera araba' dettando la nuova linea della jihad: non più combattere gli Stati Uniti, ma rovesciare i regimi che, guarda caso, sono invisi anche a loro

Obama e Osama d'accordo nel sostenere le rivoluzioni arabe. Il discorso pronunciato dal presidente degli Stati Uniti e il messaggio postumo di bin Laden, diffuso poche ore prima dalla solita agenzia privata d'intelligence legata al governo Usa (il Site), contengono lo stesso elogio della 'primavera araba'. A parte i riferimenti di circostanza ai tradizionali nemici di al Qaeda (gli ebrei e l'occidente), le parole del defunto sceicco del terrore potrebbero benissimo essere sottoscritte dal presidente Usa. Come si spiega questa inattesa convergenza politica?

Il noto giornalista francese Thierry Meyssan - divenuto famoso per la sua analisi critica della versione ufficiale dell'attacco al Pentagono del 2001 (pubblicata nel bestseller 'L'incredibile menzogna') - è tra coloro che pensano che Osama bin Laden fosse morto nel dicembre del 2001 e che la tempistica scelta da Washington per inscenare la sua uccisione si spieghi con la necessità degli Stati Uniti di liberare i combattenti islamici dall'ormai inutile e ingombrante figura del loro malvagio leader, per poterli tornare a utilizzare come 'combattenti della libertà' nelle rivoluzioni arabe.

''I combattenti di bin Laden - scrive Meyssan lo scorso 4 maggio sul suo sito, Voltairenet.org - sono mobilitati da diversi mesi in operazioni in cui non sono più visti come nemici degli Stati Uniti, ma come loro alleati. Non c'era altro modo per giustificare questa inversione che l'eliminazione virtuale del loro comandante. Senza dubbio, nei prossimi mesi i canali televisivi internazionali spiegheranno che i jihadisti, che una volta hanno combattuto al fianco della Cia in Afghanistan, Bosnia e Cecenia contro i sovietici e i russi, sono invischiati nel terrorismo internazionale e che i loro occhi sono stati aperti dalla morte di bin Laden, così da poter continuare serenamente la loro lotta accanto all'America in Libia, Siria, Yemen e Bahrein''.

''Nella controrivoluzione in corso in Medio Oriente - continua Meyssan - gli Stati Uniti e Israele giocano ancora la carta di tutti gli altri imperi prima di loro: appoggiarsi al fondamentalismo religioso per sopprimere il nazionalismo. L'unica novità del dispositivo è che vogliono utilizzare sia i combattenti wahabiti di Bin Laden come braccio armato e i takfiristi reclutati tra i Fratelli Musulmani come vetrina politica''.
Parlando della rivoluzione in Egitto, il giornalista francese afferma che lo scopo degli Stati Uniti è ''dirottare la rivoluzione egiziana, per distanziarla dal nazionalismo di Nasser e dall'antisionismo di Khomeini. Sotto la sua influenza, gli egiziani hanno rinunciato ad eleggere un'assemblea costituente e invece hanno modificato la legge fondamentale per dichiarare l'Islam religione di Stato''.

''Una volta i compagni di bin Laden erano i 'combattenti per la libertà'. - scrive Meyssan - Fu quando la Heritage Foundation organizzava raccolte di fondi per sostenere la jihad del miliardario anti-comunista, all'epoca del Rambo hollywoodiano che aiutava al Qaeda a sconfiggere l'Armata Rossa. Oggi, sono di nuovo i 'combattenti per la libertà', quando indicano alla Nato gli obiettivi da bombardare sul suolo libico, o quando sparano indiscriminatamente sulla folla e la polizia in Siria''.

Se l'uscita di scena del fondatore di al Qaeda ha facilitato lo 'sdoganamento' dei combattenti islamici e il loro ritorno al servizio della causa della libertà 'stelle e strisce', il suo messaggio dall'aldilà è il perfetto viatico a questa trasformazione, l'esplicita benedizione della nuova linea politica dello jihadismo: non più combattere gli Stati Uniti, ma rovesciare i regimi che, guarda caso, sono invisi anche a loro.

 

Enrico Piovesana

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità