Dopo il clamoroso attentato
separatista che due mesi fa ha ucciso il presidente ceceno filo-russo
Akhmad Kadyrov, il Cremlino aveva nominato come suo successore ad
interim Sergei Abramov. Su di lui incombeva fin dall’inizio l’ombra di
una condanna a morte da parte della guerriglia indipendentista cecena,
il cui leader, l’ex presidente Aslan Maskhadov, aveva pubblicamente
dichiarato: “Chiunque prenderà il posto di Kadyrov farà la sua stessa
fine”. L’altro ieri questa sentenza di morte è stata eseguita, anche se
il condannato si è salvato per miracolo. Una potentissima bomba è
esplosa nel centro di Grozny al passaggio del convoglio presidenziale.
L’auto su cui viaggiava Abramov è stata investita frontalmente dallo
scoppio: una delle sue guardie del corpo è morta e tre sono in fin di
vita. Lui, Abramov, è rimasto incredibilmente illeso.
Mentre la capitale cecena veniva scossa da questo
attentato, in lontananza si udiva il rombo dei cannoni e dei
bombardamenti di una delle più sanguinose e lunghe battaglie degli
ultimi mesi. Forze russe e guerriglieri ceceni si sono affrontate in
campo aperto per oltre ventiquattro ore di fila, da lunedì mattina a
martedì mattina, nei pressi del villaggio di Avtury, una ventina di
chilometri a sud-est di Grozny, ai piedi della catena montuosa del
Caucaso, la zona in cui nelle ultime settimane si sono verificati i più
furiosi combattimenti. Almeno ventiquattro guerriglieri e diciannove
soldati sono rimasti uccisi.
Questa escalation di violenza è solo l’aspetto più
eclatante di un conflitto fatto di scontri e agguati quotidiani che
producono uno stillicidio di morti da entrambe le parti combattenti, e
che, questo è l’aspetto più drammatico, sono accompagnati dalla
sistematica persecuzione delle forze russe nei confronti della
popolazione civile cecena, vittima di rastrellamenti, arresti di massa, pestaggi,
torture,
stupri, saccheggi e rapimenti. Una guerra che in dieci anni
ha ucciso almeno duecentomila ceceni e ventimila soldati russi e ha
prodotto una spirale di odio e disprezzo reciproco tale da trasformare
questa piccola regione, grande come l’Umbria, nel palcoscenico di una
delle più disumane, e ignorate, tragedie dei nostri giorni.
Una barbarie in cui, a parte le
sofferenze inflitte ai civili innocenti, non ci sono torti e ragioni,
buoni e cattivi, ma solo due parti che mirano all’eliminazione
reciproca, che uccidono ormai per abitudine, per professione, che
considerano il proprio nemico come una bestia assetata di sangue che va
abbattuta senza esitazione, e con orgoglio. I russi dipingono i ceceni
come una ‘razza inferiore’, quasi sub-umana e animalesca, un popolo di
barbari incivili, banditi, criminali e terroristi. I ceceni vedono i
russi come violenti e disumani aggressori, alcolizzati e drogati,
invasori, torturatori e stupratori, come gli arroganti usurpatori della
loro libertà. Nessun dialogo sembra possibile tra questi due acerrimi
nemici, dediti solo all’eliminazione fisica reciproca, entrambi vittime
dell’assurda follia della guerra.
Una
follia perfettamente e drammaticamente rappresentata da un video autocelebrativo
della guerriglia cecena, prodotto e diffuso da una
televisione locale filo-indipendentista, la Nizam Tv. Il
titolo in russo è Nepokorimyi Narod, Nazione
Indomita. Un lupo di montagna che ulula e ringhia simboleggia lo
spirito guerriero del popolo ceceno, solitamente contrapposto all’orso
russo. Le crude riprese, fatte dai cameraman della guerriglia, dei
blindati russi che saltano in aria, uno dopo l’altro, sulle mine
anticarro o sulle bombe telecomandate fatte esplodere al passaggio dei
convogli militari nemici, si alternano alle immagini di bambini ceceni
che ballano la danza tipica del posto, la Lezginka, il cui ossessionante ritmo
fa da
sottofondo fisso a tutto il filmato. Una folle danza di guerra.